lunedì 4 luglio 2016

Cosa mangiavano i romani?

Nell'antichità l'alimentazione rappresentava un'esigenza di primaria importanza per il benessere degli antichi Stati, la tenuta del potere politico poteva essere influenzata dal controllo della fornitura, distribuzione e consumo del cibo. L'approvvigionamento alimentare nell'antica Roma rappresenta un esempio in cui tale controllo raggiunse la massima espressione. A partire dalla Repubblica, il sistema dell'annona provvedeva a fornire ai cittadini un sussidio in grano e, più tardi, in olio e in carne di maiale. Tale sistema si fondava su una motivazione politica, in quanto la distribuzione di cibo alla cittadinanza era anche avvertita come necessaria al mantenimento dell'ordine pubblico. 

Per i miei libri ambientati nell'antica Roma, sono andata a disturbare Lucio Licino Lucullo, (117 - 56 a.C.) uomo politico e militare romano, che usò la grande fortuna accumulata durante le guerre in Oriente per trascorrere una vita nello sfarzo più sfrenato. Aveva splendidi giardini fuori dalla città di Roma (i famosi Horti di Lucullo, che "visiterete" nel mio nuovo libro della serie Roma Caput Mundi), così come ville a Tusculum e a Napoli. Quella nei pressi di Napoli era dotata di laghetti di pesci e di moli che si protendevano sul mare. Divenne così celebre per i suoi banchetti, tanto che ancora oggi esiste in lingua italiana l'aggettivo «luculliano» per indicare un pasto particolarmente abbondante e delizioso. 

Non solo lui, anche il gastronomo Marco Gavio Apicio (25 -37 d.C.), che a quanto pare era anche lui un godereccio e si suicidò, si dice disperato per non poter più mantenere l'alto tenore di vita a cui era abituato. Nel III o forse IV secolo fu compilata una raccolta di ricette a nome di Apicio, il De re coquinaria (L'arte culinaria), in dieci libri. Forse fu un rimaneggiamento di un antico ricettario proprio di Marco Gavio. Altra ipotesi è che l'autore di tale opera sia stato un certo Celio (il cui nome compare in alcuni codici dopo quello di Apicio), ma probabilmente il nome Celio appare un inserimento congetturale di epoca umanistica. Si tratta di appunti frettolosi e disordinati che costituiscono, tuttavia, la principale fonte superstite sulla cucina nell'antica Roma.

Quindi cosa mangiano i miei personaggi romani? L’alimentazione tipica del tempo, a base di verdura, frutta, cereali, legumi, formaggi, uova. L’uso del pane divenne di uso comune solo al principio del II secolo a.C. Nei primi secoli si usava il frumento che serviva a preparare la puls, una pappa molto densa. Il pane era di tre qualità: il pane nero, consumato dai poveri; il panis secundarius, più bianco ma non finissimo; il pane di lusso (panis mundus). Esso veniva cotto in forno o in recipienti speciali come il clibanus.

E i legumi? Fave, lenticchie, ceci; per gli ortaggi niente patate o pomodori, melanzane e peperoni, dovremo aspettare la scoperta dell'America. Ma c'erano lattughe, cicorie, cavolo, porri e si faceva gran consumo anche di erbe di campo lassative (malve, bietole, spinacini). Gli asparagi e il carciofo erano presenti solo sulla tavola dei più ricchi. Molti i funghi, usati anche spesso per avvelenare imperatori e avversari politici.


Gli agrumi fecero la loro comparsa intorno al IV secolo d.C., fino ad allora si mangiavano mele, pere, ciliegie, susine, uva e frutta secca in abbondanza: noci, mandorle, castagne. Dall’Armenia era arrivata l’albicocca che entrava persino in cucina in alcuni piatti, come negli arrosti. Molto comuni e apprezzati erano i datteri, che venivano importati dai paesi caldi come l'Egitto.

La preferita era la carne suina, salsicce, delle quali esistevano vari tipi: la più apprezzata era la lucanica, detta così dal nome della Lucania (oggi Basilicata), nei cui boschi pascolavano grandi quantità di suini selvatici. Nella lingua italiana il termine luganiga o luganega, oggi indica una salsiccia tipica del Veneto e della Lombardia. Le carni di maiale erano conservate sia affumicate sia salate, e fornivano anche ottimi prosciutti. A Roma, la macellazione dei bovini fu proibita a lungo, per non sottrarre questi animali al lavoro dei campi, ed era solitamente limitata agli animali vecchi e malati. Nei sacrifici agli dèi era regola abbattere bovini, ma le viscere venivano bruciate e le parti migliori andavano ai sacerdoti. Quello che restava, e cioè le parti scadenti veniva distribuito o venduto al pubblico. In età imperiale, il consumo di carne bovina si diffuse ma restò sempre piuttosto limitato: al manzo e alla vitella, i Romani continuarono sempre a preferire i capretti, gli agnelli e i porcellini. Abbondante era anche il consumo di pollame e di animali da cortile. 


Data la grande disponibilità di selvaggina la cucina romana faceva largo uso di cacciagione: fagiani, pernici, camosci, caprioli, cinghiali, carne di cervo, di asino selvatico, di ghiro e di uccelli, come il fenicottero, lo psittaco, la tortora e il pavone. 

Grande passione avevano i Romani per il pesce, dai pesciolini sotto sale, alimento del popolo, alle qualità più fini di pesce fresco. Non si trattava soltanto dei normali pesci mediterranei (orate, saraghi, cefali, merluzzi, spigole, tonni, triglie, sardine) ma anche di molluschi e di crostacei (aragoste, ricci, ostriche) e pesci come le murene, allevate in apposite vasche. Nei mari non inquinati le ostriche si riproducevano con rapidità: ne esistevano decine di specie e venivanoi che le consumavano crude e con l’aggiunta di qualche salsa. 


Tra i condimenti il più usato era l’olio di oliva. Un condimento molto amato era anche il garum, una salsa piccante preparata con interiora e pezzetti di pesce salato, ridotti in poltiglia e fatti fermentare al sole. I Romani ne erano appassionati e non esitavano a pagare prezzi altissimi per un prodotto di buona qualità.

Al primo posto tra le bevande vi era il vino, alle severamente proibito, perché l’ebbrezza era accomunata all’adulterio, la colpa più grave per una donna romana secondo la mentalità tradizionale. Esso non veniva quasi mai consumato puro perché di alta gradazione e a volte dal sapore sgradevole quindi veniva diluito in acqua e mescolato a spezie, erbe aromatiche o miele. Molto diffusa era la posca, una miscela di acqua e aceto.

Allora, pronte a gustare un panzetto a base di pane nero, lingue di fennicotteri e garum?

lunedì 27 giugno 2016

Massimo Valerio Messalla è esistito davvero?


Spesso noi scrittori di romanzi storici ci troviamo di fronte a un dilemma: inserire o meno personaggi realmente esistiti nella nostra trama immaginaria?  

Si è liberi nello scrivere di qualcuno che ha lasciato un’impronta indelebile nella Storia dell’umanità? Direi di sì, basta saperlo inserire e conoscere tutto di lui, come se fosse diventato un "caro amico".  

Napoleone Bonaparte nel mio libro Il Gioco dell'Inganno (ed. Leggereditore, 2013) ha un ruolo ben preciso, agisce, parla, si muove perché è parte integrante della vicenda narrata, la conquista della Serenissima Repubblica di Venezia da parte dei francesi nel 1796. Per inserirlo nella trama ho letto le memorie scritte di suo pugno durante l’esilio a Sant’Elena, e due biografie: Napoleone il Grande (Andrew Roberts, ed. Utet) e Napoleone, il Flagello d'Italia: le invasioni, i saccheggi, gli inganni (Antonio Spinosa Oscar Mondadori Storia Vol. 106) e qui ve ne cito solo due.

Nei libri della serie Roma Caput Mundi (ed. Leggereditore) sono "redivivi" gli imperatori Caligola e Claudio, Messalina e vari personaggi del tempo: storici, scienziati e  medici, tutti esistiti nel I secolo, epoca in cui si svolge ono le vicende narrate nei miei libri.

Quindi se volete far “rivivere” qualcuno, mi raccomando fatelo bene. Ovvero procuratevi materiale su di lui, meglio biografie scritte da autori greci e latini (Polibio, Senofonte, Plutarco; Tito Livio, Seneca, Cicerone, Sallustio, Tacito tanto per citare alcuni dei più famosi) o da autori riconosciuti come storici, saggisti, archeologi. Come forse vi ho già raccomandato in un altro articolo, non limitatevi a leggere solo romanzi a loro dedicati in cui potrebbero (il condizionale è d’obbligo) trovarsi errori o imprecisioni. 

In questo modo verrete a sapere di lui particolari essenziali: passioni, carattere, manie, idee reali e non filtrate e romazate da un altro autore. 

Voi mi chiederete: perché leggere dei libri per conoscere un personaggio di cui magari parlo in poche righe del mio romanzo? Perché faticare tanto quando le classifiche sono piene di storie che non hanno alcuna profondità? Risposta: perché entrerete nella Storia dell'epoca molto più facilmente, perché vi aiuterà anche nei vostri prossimi libr in modo indiretto, perché siete curiose e infine, per vostra cultura generale. Ma perché, in primis, una buona storia i lettori la riconoscono, una storia “vera anche se finta” alla fine vi ripaga di tutta la fatica.

Ipotizziamo che un giorno state scrivendo la bozza della vostra trama e a un certo punto, surfando sul web (questo web ormai irrinunciabile...), scoprite un personaggio storico realmente esistito e decidete che lo volete inserire nel vostro romanzo. Riuscite a trovare su di lui tantissime informazioni, biografie, scritti anche di suo pugno, in modo da inquadrarlo alla perfezione nella struttara con il suo pensiero e la sua personalità e avrà un ruolo importante. Bene, non abbiate dubbi: fatelo. L’ipotetico personaggio reale illuminerà di nuova luce il mondo che state edificando. Napoleone ha avuto un impatto positivo nel mio libro: ha reso il protagonista inventato del romanzo, il conte Jacopo Barbieri, più vivo e credibile.

Se usate un personaggio “vero” cercate di renderlo così come è vissuto o come avete dedotto realisticamente dai libri e dai documenti che avrete letto per questo scopo. Non cercate di falsarlo o di travisarlo: ne risulterebbe una caricatura distorta dalla realtà che molti criticherebbero e troverebbeo ridicola, tutto a discapito del vostro romanzo. 

Ricordate anche una regola principe della scrittura in generale: qualunque personaggio, anche un passante, va inserito nel vostro libro per un motivo preciso e non perché avete un po' di "spazio". Attenzione però, perchè il personaggio storico richiede un gradino di abilità e conoscenza in più e sorvegliate sempre la vostra scrittura, in ogni circostanza. 

Scrivere è sempre fatica e sudore e immaginare di inserire Napoleone, Garibaldi o Giulio Cesare sia astuto, facile e geniale “perché tanto tutti lo conoscono”, non è lo spirito giusto. La faccenda non sarà tutta in discesa e pensarlo, da parte vostra, sarebbe un grave errore.

Ma veniamo al mio prossimo libro: da quale personaggio storico ho preso spunto per creare il personaggio (inventato) di Massimo Valerio Messalla, protagonista di Roma 50 d.C. Il Leone di Roma, quinto libro della serie Roma Caput Mundi?
Manius Valerius Maximus Messalla (III secolo a.C.) apparteneva alla Gens Valeria, figlio di Marco Valerio Massimo Corvino. Manio fu censore nel 252 a.C. con Publio Sempronio Sofo e divenne console per la Reppubblica romana, come suo padre, con Manio Otacilio Crasso nel 263 a.C.. 

Durante la prima guerra punica, i due consoli (a quel tempo i consoli comandavano anche l'esercito in caso di conflitti) scesero in Sicilia al comando di una legione ciascuno. I Fasti Trionfali (elenco annuale dei trionfi dei magistrati pubblicati nel 12 a.C.) riportano che Messalla conseguì grandi vittorie conquistando molte città tra cui Messina e Catania e sbaragliando i cartaginesi nella battaglia di Imera.


I siciliani, scontenti del governo dei cartaginesi e dei greci, non opposero resistenza all'arrivo dei romani e Gerone II di Siracusa offrì loro la propria alleanza. Messalla accettò l'offerta del tiranno facendogli firmare un trattato di pace, che limitò la sovranità siracusana alla Sicilia sud-orientale. Nonostante la coordinazione dei due consoli durante le operazioni belliche, i contemporanei ascrissero a Messalla il principale merito dei successi riportati, concedendo a solo a quest'ultimo il trionfo "De Paeneis et Rege Siculorum Hierone" (Fasti).


Al suo ritorno a Roma portò con sé la prima meridiana, presa a Catania, e la fece posizionare su una colonna nel Foro. Nella Curia Hostilia fece dipingere un affresco raffigurante la battaglia tenutasi a Imera, opera che venne considerata da Plinio come uno dei primi incoraggiamenti dell'arte pittorica a Roma.

Durante la sua censura degradò quattrocento equites e, nel suo De Brevitate Vitae, Lucio Anneo Seneca spiega che l'agnomen Messalla viene dalla storpiatura di Messana, il nome della città che il console liberò nel corso della sua spedizione in Sicilia. 

Divenuto un cognomen, esso contraddistinguerà la branca della gens Valeria discendente dal Messalla in questione per circa otto secoli e molti saranno nella storia i Manio, i Massimo e i Marco Valerio Messalla... (fonte principale Wikipedia, l'eciclopedia libera a questo link: Manio Valerio Massimo Messalla)

Book trailer - anteprima del prossimo libro 
serie Roma Caput Mundi 
Roma 50 d.C. Il Leone di Roma 

sabato 18 giugno 2016

È uscita in cartaceo la raccolta di racconti La Legge del Lupo e altre Storie


"Nonostante Laura fosse arrivata alla tenuta decisa a dissuaderlo dai suoi propositi, si scoprì a deglutire e a sforzarsi per mantenere gli occhi fermi su di lui.
Suo cognato.
Non era preparata al suo aspetto.
Beatrice lo aveva sempre descritto come un cinico tiranno. Arrogante, irremovibile, dispotico.
Avrebbe dovuto trovarsi a fronteggiare un uomo dal volto rigido, segnato dalle rughe dell’astio, col corpo magro ingobbito dai conti e dal peso delle responsabilità. Un uomo imbruttito dalla tenacia, ripugnante nella sua spietatezza.
Niente di più sbagliato e Laura avrebbe fatto tesoro della lezione.
Era bello, così bello che al primo impatto con quella mascolinità arrogante e sensuale, era rimasta a corto di parole. E di fiato. Ogni donna sana di mente avrebbe dovuto aver paura di rimanere sola con lui."

Il racconto da cui è tratto questo breve passaggio è "Nemmeno questa Notte", uno dei cinque racconti che trovate nella raccolta La Legge del Lupo e altre Storie, già pubblicata in digitale e uscita il 14 giugno in versione cartacea con CreateSpace, solo su Amazon.

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