domenica 7 agosto 2011

1° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

IL PRIMO INCONTRO TRA LIVIA E MARCO RUFO...
Roma, 793 a.U.c., ottavo giorno prima delle calende di Iulius (40 d.C., 24 giugno)

Due donne camminavano spedite nei vicoli stretti, affollati e maleodoranti della Suburra, il capo coperto dalla palla e chino sui sandali di cuoio. Saltellavano da un punto all’altro della strada dove pozzanghere di liquami, oggetti abbandonati ed ogni sorta di mendicante stavano a crogiolarsi nel coacervo di schifezze.
«Domina, fai attenzione… attenta!» Gridò una di loro.
L’altra, che la sovrastava di una buona testa e aveva in mano un oggetto cilindrico piuttosto pesante, si voltò a guardarla in cagnesco.
«Ancilla! Smettila di seccarmi. Non manca molto ormai. Ho altre cose per la testa che evitare una pozzanghera.»
Girandosi Livia urtò un uomo corpulento col viso sudato, gli occhi iniettati di sangue e denti marci da far inorridire un mulo. Si sentì afferrare da dita come tenaglie e scrollare due o tre volte, con violenza.
«Guarda dove cammini, stupida femmina.»
Ancilla si erse in tutta la sua statura ma neppure così poté sputare sul viso dello sconosciuto. «Lascia subito la domina!» Esclamò allora, conficcandogli le unghie nella carne del braccio. L’uomo non lasciò la presa e mollò un veloce ed inevitabile manrovescio che fece cadere la giovane schiava proprio in una di quelle pozzanghere che aveva avuto tanta cura di evitare.
Qualche passante rallentò.
Nel vicolo, in quel punto, si affacciava un’insula rumorosa a più piani e dall’altro lato, l’ingresso di un lupanare sulla cui soglia stavano due lupe.
«Guarda, guarda che bel bocconcino.» Alitò l’uomo dalla fogna che aveva al posto della bocca.
Non aveva tutti i torti. La giovane donna che teneva prigioniera aveva occhi di smeraldo, che spiccavano su un viso dall’incarnato perfetto.
«Dove vai, bella? Entriamo nel lupanare, così mi racconti qualcosa della tua famiglia.»
Livia puntò i piedi nella polvere e tirò  indietro il volto. Ancilla saltò addosso all’armadio da tergo, appendendosi al collo taurino. L’uomo cominciò a dibattersi, tenendo stretta Livia. La confusione aumentò, le due prostitute tifavano per la schiava e alcuni passanti ridevano a crepapelle. La mano sudicia strappò via la palla dalla testa di Livia. Punte di legno e laccetti di cuoio si allentarono e ciocche castano scuro si riversarono sulle sue spalle. Gli spettatori ne furono deliziati e lo incitarono.
Con un sorriso ebete, mentre sulla testa gli piovevano i pugni di Ancilla, l’infame cercò di lacerarle anche la tunica immacolata ma in quel momento, una voce imperiosa risuonò dietro di loro.
«Che succede, Aulo Plautio? Non hai voluto pagare il divertimento?»
La folla si separò e scese un silenzio tombale. Aulo Plautio rimase solo, al centro della via. L’uomo che aveva parlato fece qualche passo. Il capo scoperto sovrastava gli astanti e il corpo muscoloso e scurito dal sole, lo collocava immediatamente in una categoria a parte. Sopra la lorica muscolata di cuoio che indossava stava il laticlavio di porpora, che indicava il suo rango.
«Il tribuno laticlavio che ha salvato la vita all’imperatore!»
«L’uomo che Caligola ha portato a Roma dalla Germania.»
«Marco Quinto Rufo!»
Quel nome serpeggiò tra la folla come una folgore e parecchi allungarono il collo, incuriositi.
«Rufo, non ho fatto nulla. Queste arpie mi stanno uccidendo!»
Quando ai fianchi del tribuno apparvero quattro guardie pretoriane, la folla cominciò a diradarsi. Ancilla scivolò dalla schiena del grassone e gli mollò un appagante calcio negli stinchi. Livia, tornata libera, si girò. Chi era quel tizio che aveva raggelato la folla?
Si trovò a fissare un torace ampio, due braccia scoperte fino ai bicipiti gonfi. Su quello sinistro una lunga cicatrice disegnava un serpente di carne che arrivava giù, fino al polso nascosto da uno spesso monile di ferro. Era così alto che dovette alzare il mento per guardarlo in viso.
All’istante si agitò in lei qualcosa di indefinito. Una sensazione che da mesi non provava più e che le attraversò il corpo come una vampata ardente, come dopo un grande spavento quando il cuore batte forte e il sangue sembra crepitare ovunque.
Sgomenta, lo fissò.
Si augurò di non dovergli mai rivolgere la parola. Era troppo spaventosa quella sua faccia dura, dagli occhi crudeli sotto le sopracciglia aggrottate. La valutò come fosse stata merce e dopo averla squadrata con fredda efficienza, si rivolse agli ultimi temerari rimasti.
«Fuori dai piedi.»
Lo disse a voce bassa ma in un attimo, la folla si disperse. Anche le due prostitute sparirono nel lupanare, abbassando la tenda che ne chiudeva l’ingresso.
Livia richiuse le braccia attorno al cilindro di piombo. Il tempo stava cambiando. Un alito di vento alzò la polvere della strada e sfiorò la tunica del tribuno. Gli bastò un gesto e due dei quattro pretoriani raccattarono da terra la feccia che l’aveva assalita. O era stata lei? Livia non ricordava come fosse cominciata la rissa.
Marco Quinto Rufo le si avvicinò. Una sottile cicatrice gli attraversava la guancia rasata. Aveva labbra spesse, ben definite, che teneva serrate.
«Donna,» le disse con tono severo «che cosa fai qui?»
E lui, tribuno laticlavio, non doveva essere al fronte a combattere i nemici di Roma?
Livia tirò indietro le spalle per sembrare più  alta e lo fissò negli occhi. Si convinse di non aver fatto nulla di male.
«Solo una commissione, tribuno.»
«Sola con la tua schiava? La Suburra non è posto per te.»
«Stavo tornando a casa.»
Deglutì per calmarsi. Alle sue spalle un grugnito, un tonfo, il rumore inconfondibile di percosse. Il tribuno la sfiorò, oltrepassandola. Livia fu investita dal suo odore di maschio, aspro di terra e di sole. Fece un passo indietro, sconvolta. Per Venere Ericina, che montagna di muscoli aveva quell’uomo?
I due pretoriani reggevano Aulo Plautio per le braccia.
«Che devo fare di te, Plautio?»
Beninteso, il grassone non gli rispose. Dalla bocca gli colava un rivolo di bava, il volto era tumefatto e sulla tunica lercia, già macchiata di vino, spiccavano ora rosse macchie di sangue. Rufo lo afferrò per i capelli sporchi, costringendolo a scoprire il collo e portò la mano sinistra sotto la tunica. Livia si mosse senza riflettere.
«Non vorrete ucciderlo!» Esclamò, convinta che quel barbaro stesse snudando un pugnale.
Il contatto con quel braccio sfregiato saettò  nella carne di Livia come un dardo di fuoco. La pelle era calda, i peli morbidi. Sentì i suoi muscoli tendersi sotto le dita.
Lui fissò prima la mano sottile che spiccava sulla sua pelle scura, poi le piantò due schegge d’onice nelle pupille. Il dio Crono fermò il tempo. La mandibola virile ebbe un guizzo, un sopracciglio si alzò.
Consapevole della sua audacia, Livia scattò  indietro come si fosse bruciata. Un gesto come quello e poteva finire lei stessa sgozzata all’istante.
«Perdonami, tribuno.» Mormorò abbassando il capo e trattenendo il fiato.
«Toglietemelo dalla vista.» Ordinò lui ai pretoriani, senza smettere di fissarla con occhi cupi come l’Averno. Infine, con voce arrochita le intimò:
«Torna alla tua domus donna, prima che decida di rovinarti la giornata.»
Livia, un brivido di paura giù per la schiena, non se lo fece ripetere. Un passo indietro, un altro ancora senza riuscire a staccare gli occhi da quel viso rozzo, crudele. Quando sentì Ancilla afferrarle la mano, si voltò e cominciò a correre.            
SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo  a molte possono non essere chiari. Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
LA SUBURRA : Nel cuore dell’antica Roma , la 'Subura' (il cui nome ha la stessa origine del termine latino suburbium ,cioè sottostante alla città, al di fuori dell'urbs, ossia del primitivo stanziamento patrizio sul Palatino) era un quartiere ed una strada che dalle pendici del colle dell’Esquilino si estendeva fino ai Fori e costituiva la parte più popolare di Roma antica: un dedalo di viuzze, botteghe, mercati, catapecchie e insulae, palazzi a più piani con appartamenti in affitto e un susseguirsi di taverne, postriboli, bische ed altri ritrovi malfamati frequentati da ruffiani, imbroglioni e da ogni risma di tipi poco raccomandabili. Oggi  la parola  ha acquistato anche un significato traslato per denominare lo stato di estremo degrado di una società o di un periodo storico.
Donna con la PALLA
PALLA : un taglio di stoffa rettangolare che copriva completamente la donna, compreso il capo, e che ne contornava il corpo con varie pieghe e ritorni tenuti su dalle braccia. Era molto importante e ricca, tanto che spesso una schiava era addetta alla sistemazione delle pieghe anche mentre la matrona era a passeggio. Era più o meno l'equivalente della toga maschile e una donna non si faceva mai vedere in pubblico senza.  
LUPA: Termine usato dai romani per le prostitute anche in riferimento alla loro avidità per il denaro. La femmina del lupo era considerata infatti sinonimo di avidità, cupidigia e avarizia Altre, meno appariscenti, erano genericamente chiamate “meretrix” , derivato da 'merere' (guadagnare).
LUPANARE: Lupanare, dal latino “lupanar”, derivato da Lupa, il nome dato alle prostitute.  A Roma i lupanari erano solitamente concentrati nella Suburra (l’area del Circo Massimo).
Lorica muscolata in pelle
LORICA MUSCOLATA: Corazza anatomica, solitamente di cuoio, indossata a protezione del busto. In latino arcaico la parola loris da cui lorica aveva il significato di cuoio (Varrone V, 24). Solitamente appannaggio delle classi più elevate a causa dei costi di fattura, originariamente le loriche consistevano in due valve con il disegno abbozzato della muscolatura, unite sulle spalle e sui fianchi da lacci o cerniere. Le iconografie del periodo imperiale ci hanno tramandato anche modelli molto più elaborati, arrivando a esemplari riccamente decorati a sbalzo o con applicazioni in metallo che dalle evidenze lapidee, parrebbero dei veri e propri capolavori, indossati da figure di assoluta importanza.
TRIBUNO LATICLAVIO: Il tribunus militum era un ufficiale dell'esercito romano. Dopo la riforma mariana dell'esercito romano (I secolo a.C.), che creò i soldati di professione, le legioni furono comandate dal legatus. C'erano sempre sei tribuni per legione: subito sotto il legato c'era il tribuno laticlavio, che era un giovane di estrazione senatoria, e poi, con un rango inferiore, vi erano cinque tribuni angusticlavi, che provenivano dal ceto equestre.                                                                                                                                                                                       
 

sabato 6 agosto 2011

2° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

Dopo quel primo, fuggevole incontro, Livia rivede Marco Rufo durante una visita alle terme, impegnato in una lotta corpo a corpo...
Sparsi qua e là sulle gradinate c’erano uomini e donne, intenti a seguire l’incontro. Si svolgeva al centro dello spazio circolare di sabbia fine e compatta, l’identico terreno della grande arena di Statilio Tauro, dove si svolgevano spettacoli di teatro e munera.
Livia aveva assistito solo una volta nella vita ai giochi dei gladiatori e non l’avrebbe mai più dimenticata: la folla che si agitava come un animale impazzito, le urla assordanti e le zaffate di cibo e sudore, portate dal vento durante il rivoltante raduno. Aveva visto incarnarsi davanti ai suoi occhi la violenza, su cui aleggiava l’odore ramato del sangue che macchiava la sabbia. Violenza allo stato puro, che eccitava la plebe ma aveva atterrito lei.
La vista del gladiatore trace impigliato come un pesce nella rete dell’avversario e trapassato dalle lame del tridente, il suo ululato bestiale e tutto quel sangue che gli era uscito dal corpo, avevano reso molli le ginocchia di Livia. Le era sembrato di precipitare con la testa verso il basso, pur essendo seduta accanto a sua madre. Agghiaccianti poi erano state le risate del pubblico, quando il vincitore aveva spiccato la testa allo sconfitto con un colpo netto tenendola sollevata come un macabro trofeo, mentre l’arena tremava di giubilo insieme al suo stomaco in subbuglio.
Livia tornò al presente e si ritrovò sulle gradinate di solido marmo. Anziché i due lottatori al centro dell’arena, osservò gli spettatori. Ancilla le toccò il braccio, indicandole tre giovani uomini seduti poco distante.
«Può esserci il tuo promesso tra loro, domina?»
Come spinto da una forza divina che coincideva con il desiderio di Livia, uno dei tre scattò in piedi, tendendo il braccio e urlando in un gesto di incitamento.
Livia lo riconobbe all’istante e ringraziò  Venere dal profondo del cuore. Il corpo snello di Settimio Aulo Flacco risaltò sotto il sole, la pelle bianca, i capelli chiari, le gambe lunghe e magre. Era ben fatto e la sua risata, quando si voltò eccitato verso i due amici, sembrò a Livia il gorgogliare di un ruscello.
Lo ammirò sfacciata, pensando a come sarebbe stato giacere sotto di lui, ricevere le sue carezze. Il lino che gli fasciava i fianchi lasciava intuire ben più di quanto mostrasse e Livia si sentì avvampare le gote.
«Domina, è lui vero?» sussurrò compiaciuta Ancilla.
Livia fece un cenno e sedette assorta, senza staccargli gli occhi di dosso.
«Cara, non è da quella parte che devi guardare.»
«Non mi piacciono i gladiatori» rispose Livia di getto, voltandosi verso la voce importuna. I suoi occhi si spalancarono: apparteneva a una delle donne più belle che avesse mai visto.  Il seno generoso era a malapena coperto da una fascia purpurea, il viso truccato con sapienza e le gambe snelle sfioravano la schiena dei due uomini seduti sulla prima delle gradinate.
La risata divertita della sconosciuta piacque a Livia, poiché ridevano anche i suoi occhi scuri e maliziosi, intaccati da rughe sottili. Non era più giovanissima ma la sua avvenenza era comunque superba.
«Quelli non sono gladiatori. Sono uomini liberi, in carne e muscoli» la corresse l’altra sporgendosi verso di lei, ancora concentrata su Settimio.
La donna allora allungò una mano, le prese il mento e con un tocco gentile la obbligò a fissare i due lottatori. In quel momento, dalla folla si alzò un’ovazione:
«Marco... Marco... Marco...»
Il sussurro divenne ben presto una cantilena che salì  di tono, sino a diventare ossessiva.
«Guardali. Belli così non se ne vedono spesso.»
Livia non poté farne a meno. Al centro della palestra stavano due uomini, l’uno di fronte all’altro. Uno di loro aveva i capelli lunghi che gli sfioravano i bicipiti e splendevano sotto il sole. Livia trattenne il fiato.
«So quello che pensi,» mormorò Calpurnia con sguardo sognante «anch’io ucciderei per possedere una parrucca con quelle ciocche d’oro colato.»
Livia, avendolo di fronte, poté godere di quegli occhi implacabili come un cielo autunnale che il naso affilato univa a una bocca larga e decisa, immorale. Il corpo era una sinfonia di muscoli possenti e armoniosi, saldi come colonne. Era bello in modo selvaggio, dirompente e sensuale.
«Respira, mia cara. Sei cianotica.»
Livia non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. La sua compagna ridacchiava.
«Bello, eh? Adesso dimmi che non ti piace. E ti assicuro che quando si volterà l’altro, ti salterà il cuore. Anche se il suo didietro è di tutto rispetto, non trovi?»
Livia non poté che assentire. In confronto a quei due corpi muscolosi e virili, Settimio e i suoi compagni sfiguravano, seppur fossero giovani e belli.
«Ma chi sono?»
«Non lo sai? Ma dove vivi? Quel dio biondo è un cavaliere batavo. Appartiene alla guardia del corpo di Caligola. Sono trenta e tutti belli come lui, giuro! Credo si chiami Aquilato o qualcosa del genere.»
Il batavo rise gettando indietro il capo. L’altro doveva aver detto qualcosa di divertente. Senza preavviso, quello di spalle si gettò su di lui. L’impatto strappò un urlo agli spettatori.
Il biondo volò a terra, i muscoli tesi e le braccia aperte. Livia trattenne il fiato quando si schiantò sulla sabbia, alzando un velo di polvere. Con un movimento agile piegò le ginocchia contro il petto, per proteggersi. Quello girato di spalle ne approfittò. Con il piede sinistro si appoggiò sulla rotula del batavo, diede una spinta possente e gli volò sopra, atterrando con una capriola dietro di lui.
Prima che gli spettatori tirassero il fiato, era già  in piedi. La folla urlò di gioia.
«Ah, Giunone, ti ringrazio per questa vista» fece la donna, battendo le mani e indicando con il dito ingioiellato quello scuro di capelli.
«Ti presento il tribuno laticlavio Marco Quinto Rufo. Legatus Batavorum fresco di nomina. Uno scandalo per il Senato di Roma. Ma Caligola può fare ciò che vuole. Guarda, il pubblico è in visibilio.»
Livia lo fissò per un interminabile istante. Non aveva avuto occhi che per il dio biondo che si stava rialzando da terra, con tutta la calma del mondo. Una sensazione di gelo le attraversò il cuore, nonostante l’afa del pomeriggio.
Era lui. L’uomo incontrato nella Suburra nel giorno più infausto della sua vita. Un segno degli dèi.
Era nudo, solo il piccolo triangolo del subligaculum gli copriva i genitali. La sua pelle, come denso miele di castagno, brillava perfetta sotto il sole. I muscoli guizzavano a ogni movimento.
Ebano e avorio.
Luce e ombra.
Ade e Apollo.
Il legato fissò l’avversario. Nonostante la distanza Livia rimase impressionata dal magnetismo di quello sguardo, proprio come quel giorno nel più popoloso quartiere della città. Anche se non era rivolto a lei, sapeva bene cosa significasse avere quegli occhi piantati addosso.
Un sorriso freddo spezzò l’impassibilità  di quel volto. Fu come se le porte dell’Averno si fossero spalancate. Egli allungò un braccio verso il batavo ancora a terra.
Livia notò la polsiera di ferro e la cicatrice, un grumo di angoscia le salì nel petto. Aveva avuto persino l’ardire di toccarlo. Che pazza!
Il batavo prese la mano e fece per alzarsi ma diede uno strattone a tradimento e colpì l’avversario al ventre con il gomito. Alla folla sfuggì un ansito di sorpresa mentre i due corpi si avvinghiavano di nuovo nella lotta. La donna accanto a lei fece una smorfia.
«Si stavano allenando da soli. In effetti, non è onorevole per un uomo del suo prestigio esibirsi in questo modo, ma i curiosi si sono radunati in un attimo e questo è il risultato. Che Giunone lo preservi!» Si guardò intorno, poi si rivolse di nuovo a Livia, sottovoce: «Guardale le gelide matrone di Roma che sognano di portarselo a letto.»
Livia si rese conto che, tra il pubblico, c’erano molte donne intente a osservare i muscoli e la potenza di quei corpi virili.
«Nessuna di loro si tirerebbe indietro. Te lo dice Calpurnia Gioviale. E se te lo dico io, ci puoi credere.»
L’atleta biondo atterrò il legato, intrecciandogli la gamba sinistra attorno al ginocchio e alla caviglia. Entrambi caddero a terra, in un groviglio di muscoli e carne.
Livia percepì come un’ondata la primitiva violenza di quei corpi nudi avvinghiati, il fascino macabro della lotta. Fu come se anche lei fosse schiacciata sotto il corpo chiaro e possente, come se anche su di lei vi fosse il peso soverchiante di quei muscoli, di quella potenza a stento controllata.
Il pubblico divenne silenzioso all’improvviso. Si udirono i grugniti, i respiri affannati dei due uomini aggrovigliati, l’uno che lottava per contrastare la forza che lo schiacciava a terra, l’altro che opponeva resistenza, tutti i muscoli che guizzavano come dotati di vita propria sotto la pelle abbronzata. Lo sforzo non era finzione e Livia, senza avvedersene, strinse i pugni e serrò i denti.
A un tratto, il legato torse il busto bruscamente. Il corpo si sollevò in un unico, fluido movimento e costrinse il batavo a cambiare posizione, perdendo il vantaggio. Rotolarono sulla sabbia e, un attimo dopo, Marco Quinto Rufo era libero.
Quando fu di nuovo in piedi, la folla esultò.
                   
                                        
SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
ANFITEATRO DI STATILIO TAURO:  Costruito nel 29 a.C. nella parte meridionale del Campo Marzio da Tito Statilio Tauro, a proprie spese, fu  il primo anfiteatro permanente,cioè in muratura, costruito a Roma. Il due volte console, generale e politico romano dell'epoca augustea aveva infatti una grande fortuna, e finanziò pure i giochi gladiatorii per l'inaugurazione dell'anfiteatro al pubblico romano. Sebbene fosse in parte costruito in pietra, alcune strutture erano in legno, come l'arena.
L'anfiteatro è citato da Svetonio e da Strabone, mentre Dione scrive che: "Essendo Cesare Augusto ancora console per la quarta volta, Tauro Statilio edificò un teatro venatorio di pietra nel Campo Marzio a proprie spese inaugurandolo con un combattimento di gladiatori. Questo lo portò ad essere eletto dal popolo come uno dei pretori annuali." Fu totalmente distrutto in occasione del grande incendio di Roma del 64.
MUNERA : I Munera o spettacoli gladiatorii si svolgevano da principio nel foro e nel circo, poi negli anfiteatri. Gli spettacoli gladiatorii hanno origine in lontane e crudeli cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano sulla tomba del defunto per placare l'ira degli Dei infernali e l'inquietudine dei trapassati. Da questa origine cultuale deriva il loro nome (da munus, nel significato di offerta sacrificale e propiziatoria). Introdotti a Roma nel 264 a.C. dall'Etruria, furono istituiti ufficialmente nel 105 a.C. e per lungo tempo rappresentati nel Foro Romano, dove sono i resti dei pozzi delle camere di manovra con le impronte dei sistemi degli argani. Solo con la costruzione degli anfiteatri essi raggiunsero la perfetta organizzazione che conosciamo dagli scrittori antichi. In epoca augustea a Roma  esisteva solo un anfiteatro in pietra, quello che Statilio Tauro , mentre gli altri  erano solo provvisori e di legno. Fuori della città Augusto mantenne gli ordinamenti di Giulio Cesare che volevano la rappresentazione di un munus annuale da parte dei magistrati municipali. A Roma obbligò i pretori in carica a darne due l'anno, in ognuno dei quali duellassero almeno 120 coppie di gladiatori. Erano questi i munera ordinaria. C'erano poi quelli extraordinaria: Augusto li offrì al popolo tre volte personalmente e cinque a nome di figli e nipoti. In seguito a questi decreti imperiali, i munera divennero uno spettacolo ufficiale e obbligatorio, proprio come i ludi del teatro e del circo. Da qui lo stabilizzarsi e il moltiplicarsi degli anfiteatri.
 Subligaculum
SUBLIGACULUM : Il subligaculum era una striscia di lino che veniva avvolto in vita ed attorno alle cosce quindi allacciato. Il termine latino infatti è composto da subligo (legare sotto) e dal suffisso culum (che indica genericamente gli 'attributi'). Era un indumento intimo utilizzato sia da uomini che da donne. Anche attori di teatro, ballerine e gladiatori utilizzavano il subligaculum, sebbene di foggia differente, più simile a dei mutandoni a pantaloncino tenuti fermi in vita da una cinta, nel caso dei gladiatori si usava il balteus, una grossa cintura di cuoio rinforzato.
LE TERME ROMANE: Le terme (dal greco: thermà), distinte inizialmente per gli uomini e le donne, fecero la loro prima comparsa a Roma nel II secolo a.C. In breve tempo aumentarono vertiginosamente e tale fu l’entusiastico consenso dei Romani che, gettata all’aria quell’austerità repubblicana che impediva a Catone il Censore di fare il bagno in presenza del figlio, gettarono all’aria anche i vestiti per tuffarsi in allegra compagnia nelle pubbliche vasche. Fu dal I sec. a.C. che le terme divennero una vera e propria istituzione sociale a tal punto che Agrippa, a cui era affidata la cura dei bagni in qualità di edile, ne ordinò il censimento, contandone ben 170; dando poi prova di grande munificenza verso il popolo romano, sancì la gratuità dei bagni pubblici di Roma facendosi egli stesso carico di ogni onere, e tra il 25 e il 19 a.C. fece dono alla città di un nuovo grandioso impianto termale realizzato nel Campo Marzio: da questo momento in poi gli antichi balnea, vennero designati con il nome di thermae. Il nuovo edificio, oltre ad essere un impianto termale, era un luogo di cultura ed arte: la gente vi si intratteneva nei vari ambienti conversando, leggendo e godendo della presenza di magnifiche opere d’arte, quale la celebre statua dell’atleta che si deterge, noto come Apoxyomenos, copia dell’originale di Lisippo.

I cittadini romani terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale. Un tipico ciclo iniziava con ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove di svolgevano giochi anche utilizzando piccole palle in cuoio, o gare di lotta. Successivamente ci si recava ai bagni attraverso tre stanze, partendo da quella con l'acqua più tiepida fino a quella con l'acqua più calda. Si entrava nel tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme: qui si rimaneva un'ora e ci si ungeva con oli. Poi si andava nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale. Infine ci si recava nel laconicum , la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura. Dopo la pulizia del corpo e i massaggi, si faceva una nuotata nella piscina del frigidarium. Tutti i ceti romani frequentavano le terme, ma gli appartenenti ai ceti nobili o più agiati si distinguevano dagli altri perchè avevano al seguito schiavi e sevitori da cui farsi ungere d'oli  e massaggiare.
Statua del Apoxyomenos
Vista l’alta frequentazione delle terme, per chi vi abitava vicino costituivano una fonte di disturbo quotidiano e ce lo testimonia la seguente lettera, di Lucio Anneo Seneca, vissuto in quei anni, un intellettuale che fu consigliere dell’imperatore Nerone.
“Che io possa morire, se il silenzio è tanto necessario, come sembra, al raccoglimento e allo studio. Infatti mi circonda da ogni parte un chiasso indiavolato. Ho la sfortuna di abitare proprio sopra le terme: immagina di sentire un vocio, un gridare confuso che ti fa desiderare di essere sordo. Sento gli affanni e i sospiri di quelli che si esercitano con gli attrezzi ginnici e si affaticano (o fingono di affaticarsi). Se anche capita uno più pigro, che se ne sta zitto a farsi massaggiare, si sente comunque il battere delle mani del massaggiatore sulle sue spalle. Quando poi arriva uno di quelli che non ce la fanno a giocare a palla senza urlare e incomincia a contare i colpi a voce alta, allora è proprio finita.Ci sono poi il litigioso, il ladro che viene colto sul fatto, il chiacchierone, o quello a cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno. Poi c’è il fracasso di quelli che saltano nella piscina. Ma almeno queste voci sono normali: pensa invece al depilatore che richiama i clienti con voce stridula e sta zitto solo quando strappa loro i peli, ma allora urla chi gli sta sotto… Non parliamo poi dei venditori di bibite, di salsicce, di pasticcini e i garzoni delle locande che vanno in giro a vendere la loro merce!” (Seneca, Lettere a Lucillo)
                                                  

3° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

LIVIA E' PROMESSA A UN UOMO CHE CREDE DI DESIDERARE MA IL DESIDERIO VERO HA TUTTA UN'ALTRA NATURA...

Era una di quelle giornate pigre e torride che calavano così di frequente su Roma e sui colli circostanti, d’estate. L’unico sollievo era rilassarsi nella quiete dei giardini, all’ombra dei portici dei Fori o inoltrarsi nei boschi, sacri o meno, che circondavano la città.
Livia si fermò  sotto l’ombra di una secolare quercia che cresceva rigogliosa nella fitta boscaglia sul Gianicolo e ringraziò la dea Furrina per quell’atmosfera incantata.
Rami imponenti sostenevano la spessa chioma dell’albero. Chissà se le ninfe che ne abitavano le fessure coperte di muschio, percepivano la sua presenza. Allargò  le dita in una carezza e proprio allora la mano di Settimio coprì  la sua, con un gesto affettuoso.
Lei non si oppose. Gli circondò il collo e le loro labbra si incontrarono. Quelle di lui cedevoli, delicate, gentili.
Il contrasto tra la dolcezza del bacio e la ruvidezza del tronco la costrinsero ad un calmo abbandono. Sollevò le mani sulle punte dei riccioli, sul collo. Morbidi ricci dorati.
Poi si udì un fruscio troppo vicino a loro e Livia riaprì gli occhi. Il volto truce di Publio Cassio Nepote li stava osservando, da dietro un cespuglio.
Livia si mosse a disagio e appoggiò il palmo delle mani sul petto di Settimio, scostando il capo di lato. Lui la scrutò interdetto, poi le cercò  di nuovo le labbra.
«Ci sta guardando.» Gli sussurrò e il giovane fu obbligato a voltarsi.
Nepote uscì allo scoperto. Aveva capelli neri ondulati che gli coprivano parte della fronte, zigomi prominenti e labbra sottili. Mentre si avvicinava si aggiustò le pieghe della corta tunica, bordata d’argento e azzurro, senza staccare gli occhi da Livia.
«Sembra che durante la festa dei Furrinalia sia abitudine diffusa allontanarsi dai sentieri segnati.» Disse mellifluo piazzandosi davanti a loro, le braccia conserte sul petto.
«Come sei arrivato fin qui?» Settimio fece qualche passo nella sua direzione e Livia si sentì abbandonata. Notò che Nepote aveva ombre violacee sotto gli occhi e il volto, scavato e magro, rendeva la sua espressione imbronciata.
«Il rito di Cibele la Madre Terra, il principio di tutte le cose. Non ricordi?» Rispose questi senza scomporsi, rivolgendosi all’amico come se lei non esistesse. «Si sono già riuniti non lontano da qui. Potresti venire anche tu, invece di dilettarti con volgari effusioni nella boscaglia. Mi stanno aspettando.»
Come a confermare le parole di Nepote l’aria si riempì di una nenia lontana, di un tintinnio di strumenti metallici. Dietro di loro il bosco era più  fitto, larghe lame di luce attraversavano le fronde toccando il suolo, dopo aver giocato tra le cime degli alberi.
Livia si guardò  intorno e per la prima volta in quel pomeriggio, il selvaggio profumo della natura le riempì le narici d’improvviso, così come d’improvviso si sentì un’intrusa, tra quei due uomini. Sensazione già sperimentata un’ora prima, quando Settimio gli aveva presentato l’amico fraterno.
Dove aveva già  visto il volto aggrondato di Nepote, a parte nell’arena delle Terme di Agrippa? Cercò di mantenere un’espressione neutra, sebbene fosse seccata dalla sua invadenza. 
«Allora non facciamoli aspettare.» Replicò il suo promesso e tutti e tre si incamminarono infine nella direzione dei suoni.
Livia aveva sentito parlare dei rituali in onore della dea ma non vi aveva mai partecipato. Il suo culto si accompagnava con le celebrazioni in onore di Furrina ma Cibele era un’antichissima divinità orientale e si diceva, sanguinaria. Era un culto popolare, dei ceti più bassi, dei vicoli bui.
Li seguì docile, conscia di fare un dispetto a quel bellimbusto profumato che la stava occhieggiando risentito. Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di lasciarli da soli.
Un refolo di vento agitò  le fronde. Costeggiarono il fitto sottobosco, un’accozzaglia intricata di foglie e ciuffi di felci. Ammaliata dal vigore della natura, Livia quasi dimenticò l’astio che l’aveva animata negli ultimi istanti.
Riconobbe il gorgoglio di un ruscello e il mormorio di una voce incantatrice.
Sbucarono in una radura. Al centro un masso grigio, piatto e tutto intorno, un gruppo di fedeli prosternati in atteggiamento adorante.
Mormoravano un canto ritmato dai sistri. Un fumo dolciastro si levava da due bracieri accesi ai lati del masso, su cui donne seminude gettavano offerte di incenso.
Livia rammentò  ciò che le aveva raccontato Ancilla a proposito delle cruente cerimonie, dedicate alla dea. I suoi devoti si privavano della virilità, inebriati da droghe che annullavano ogni rimpianto e ragione. Il “giorno del sangue”, così chiamavano gli adepti l'Equinozio di primavera. Durante le invocazioni si flagellavano scorticando la pelle in un vortice estatico, spargendo il rosso succo della vita sul suolo, invocando la resurrezione dagli Inferi.
Ed ora che intendevano fare?
«Sono dei pazzi.»  Bisbigliò a Settimio e si accorse di stringergli la mano in modo eccessivo.
Nepote superò  gli inginocchiati e li abbandonò, ai margini della riunione. Alcuni dei fedeli gli si avvicinarono e lo liberarono della tunica. Proseguì  nudo fino all’altare.
Livia si sentì  il cuore in gola. Si costrinse a calmarsi, un respiro profondo, un altro. In quel momento le parve che i tronchi della cupa foresta si animassero, incombendo sull’angosciante celebrazione.
Vi fu un rumore secco, di rami spezzati. Qualcosa agitò i cespugli e sbucarono due uomini che reggevano una giovane donna, anch’essa nuda.
Una supplica le ribollì  dentro, perché Livia aveva capito cosa significasse quel rito.
Smise di respirare, tirò il braccio a Settimio ma lui non si mosse anzi, la lasciò  sola ad indietreggiare mentre lui avanzava, cullato dalla calda e umida aria estiva, dai vapori inebrianti e dall’immagine del suo amico salito sull’ara, in attesa della vittima.
Livia tentò di trovare una ragione che giustificasse quel comportamento mentre Nepote cominciava a masturbarsi, in ginocchio, la pelle bianca e liscia del corpo snello sotto i raggi bollenti del sole.
I canti e il fumo aumentarono con un ritmo che le entrò nelle ossa e Livia decise di appartarsi, il più lontano possibile. Teneva le braccia lungo i fianchi, le mani così chiuse che sentì le unghie conficcarsi nella pelle. Deglutì. 
Non riusciva a distogliere gli occhi dall’altare su cui quel corpo si levava minaccioso, sopra la donna distesa. Le gambe snelle vennero scostate da due sacerdoti e Nepote si sistemò al centro, il membro eretto.
L’offerta vivente alla dea inarcava la schiena offrendosi a lui, seguendo la  musica, le gambe a volte chiuse, a volte ferocemente spalancate.
Livia fece qualche altro passo. Il sesso poteva guardarlo ma dopo, se fosse venuto il sangue?
Cozzò contro un ostacolo.
Si girò sorpresa, bloccata dal corpo caldo di un uomo. Quando alzò il viso e lo vide in volto, fece per cacciare un urlo ma lui fu più veloce e le tappò la bocca, trascinandola senza respiro verso l’ombra fitta di alcuni cespugli.
«Numi immortali donna, taci.»
Stretta in una morsa poderosa, Livia trovò a stento l’aria da respirare. Fece per dimenarsi ma si immobilizzò. La frizione con quel corpo muscoloso era sconcertante.
L’uomo, con lo stesso tono accigliato ed urgente di prima, aggiunse:
«Non so perché tu sia qui, ma non ha importanza. Ora ti lascio andare, non ti farò del male.» 
La voce era appena un sussurro. Marco Quinto Rufo rilassò i muscoli e scostò le braccia, lasciandola libera.
Livia saltò via dalla sua stretta e gli occhi di lui scintillarono divertiti. Si portò  l’indice teso davanti alla bocca, poi le cinse il braccio sinistro con una mano, con una sola mano per tutte le Ninfe del bosco!, e se la portò davanti al corpo, rivolgendola di nuovo verso la radura.
«Non voglio guardare.» Sibilò Livia, facendo resistenza. I loro corpi si sfiorarono, quello alle sue spalle era saldo, grande e vigoroso.
«Non sei venuta per questo?» 
Livia non osò  negare, né giustificare la sua presenza. Non si spiegava neppure quella di lui, vestito con una tunica anonima che nascondeva il suo rango e la sua importanza.
La sua presa le bruciò  la pelle. Stava per aprire bocca e protestare quando il rumore dei canti divenne frenetico, la melodia dei sistri soffocò i canti degli uccelli.
Adesso Nepote si teneva sollevato con entrambe le braccia e i muscoli dei glutei si tesero. Diede una spinta feroce. Vi fu un urlo. Poi cominciò a muoversi lento, il giovane corpo teso e vibrante, mentre la testa della sua vittima si rovesciava all’indietro, oltre il bordo del masso. La scena era rozza e sconvolgente ma Livia non poté distogliere lo sguardo.
Ad un colpo più  forte, la ragazza sussultò emettendo un lungo lamento e Livia trasalì.
«Non puoi credere che io sia venuta qui per vedere questo. Lasciami andare, voglio andarmene.» Ora che la presenza di quell’uomo era stata catalogata dal suo cervello come un pericolo non mortale, Livia aveva riacquistato il buon senso.
«Ferma e zitta. Non sei curiosa di sapere come finisce?»
La voce era un ironico bisbiglio su di lei e Livia rispose con un basso grugnito ed un lieve strattone. Lui intensificò la stretta ma non le fece male.
«Rilassati, non la ucciderà, se è questo che temi.» 
Rufo fissò la scena assorto, un muscolo gli guizzò sulla guancia mal rasata.
Livia era così  consapevole di quella presenza, di quella mano su di lei, che ad un tratto sentì i peli drizzarsi in tutto il corpo, come colpita dalla sua energia animale.
Non le sembrò  di essersi mossa. Forse aveva solo respirato più a fondo ma in quel momento, lui chinò il capo su di lei e la guardò dall’alto. Livia sentì fin dentro allo stomaco quell’occhiata torbida e impenetrabile.
In quell’atmosfera che grondava lussuria, sensualità e dissoluto erotismo, con quello sfondo ben udibile di ansiti, di musica e grida interrotte, i loro occhi restarono incatenati.
Entrambi sapevano ciò  che stava accadendo a pochi passi da loro: i movimenti di Nepote si erano fatti frenetici, le gambe femminili si erano spalancate di più  nell’accoglierlo e gli adepti erano in febbrile attesa del culmine, poiché l’amplesso sull’altare era collettivo, perpetrato e goduto da tutti.
«Cibele avrà il suo sacrificio, oggi.» Mormorò Rufo spezzando la tensione, la linea sensuale della bocca ritorta in un sorriso, mentre lei lo ricambiava coi suoi occhi verdi felini, spalancati.
Lui sollevò la mano sinistra sulla sua guancia, il pollice seguì il profilo dell’osso per poi incontrare lo spesso velluto delle sue labbra, appena dischiuse. Il dito scabroso ci giocò, strofinandole avanti e indietro. Quando si fermò all’angolo della bocca, Livia sentì il ventre attorcigliarsi in un nodo di brividi.
Quell’uomo era solido come una roccia, era un violento, un soldato. Eppure non riuscì  a distogliere gli occhi dai suoi. 
«Hanno il colore della foresta.» Commentò infine lui a voce più bassa, quasi parlando a se stesso.
La musica si scatenò  d’improvviso, un boato che fece sussultare entrambi.
Livia guardò Rufo con collera repressa. Che cosa c’era di sbagliato in lei che vicina a quell’uomo si sentiva soffocare dalla paura, dal disgusto e da uno strano fastidio? Si scostò. Lui era fisicamente troppo imponente. Solo per baciargli l’incavo della gola abbronzata e muscolosa, si sarebbe dovuta alzare in punta di piedi. Quel pensiero la scioccò, portandola d’istinto ad indietreggiare. Non poteva permettergli di intuire ciò  che sentiva.
«Livia!»
Il grido risuonò  a pochi passi da loro.
Settimio.
Si liberò decisa dalla stretta spostandosi in avanti, attraverso le foglie in cui lei e Rufo si erano appartati.
Il giovane camminava nella loro direzione, voltando il capo da un lato e dall’altro. La sua sola presenza la confortò e la rese spavalda.
«Quello è il mio futuro marito.» Dichiarò trionfante, voltandosi con aria di sfida.
Non c’era più  nessuno.   

SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
Villa Sciarra
IL GIANICOLO:  è un colle di Roma situato sulla riva destra del fiume Tevere, tra i quartieri Trastevere e Monteverde. Fu uno dei sette colli della fondazione della città, e raggiunge l'altezza di 82 metri. Prende il nome probabilmente dal dio Giano (Ianus), che qui avrebbe fondato una piccola città nota come Ianiculum. Parte del colle era un tempo occupata da boschi sacri, quali il Lucus Furrinae, con tanto di tempio della dea Furrina, che si trovava ai piedi dell’attuale Villa Sciarra.A lei era anche dedicata una fonte sempre posta nel bosco dove Gaio Gracco  si fece uccidere dal proprio schiavo Filocrate nel 121 a.c. Successivamente, verso il 49 a.C., il luogo venne adibito, dal console Gaio Giulio Cesare, ad un pascolo denominato “Orti di Cesare“. In un'altra zona del colle sono presenti i resti di un santuario dedicato alla dea Iside. Dall'alto del Gianicolo, oggi come ieri, si può ammirare uno dei più bei panorami di Roma. 
LA DEA FURRINA : primitiva divinità romana che sembra fosse collegata alle acque ma la sua natura era sconosciuta agli stessi Romani tanto che, verso la fine della repubblica, fu annoverata tra le Ninfe.Secondo Varrone, la divinità, che in passato doveva aver avuto un’importanza notevole (è attestato un flamen Furrinalis), ma era pressoché sconosciuta alla fine della Repubblica.
Attraverso i calendari epigrafici si sa che la Dea Furrina aveva un sacerdote – un Flamen – la cui istituzione sembra risalire a Numa Pompilio.La festa che la onorava, i Furrinalia, veniva celebrata il 25 luglio.
Statua di Cibele del I sec. A.C
LA DEA CIBELE:  la Grande Madre (Matrix Magnae), era la Dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Nella mitologia greca fu identificata con Rea. Veniva spesso raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e una corona turrita sul capo.Collegato al culto era il giovane dio Attis, suo figlio, poi da adulto suo amante e paredro, che in seguito si innamorò di una ninfa. Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta, fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi. Poi Attis resuscitò in primavera venendo assiso in cielo accanto alla Dea. Era l'antico mito in cui il Dio vegetazione muore al solstizio d'inverno risorgendo all'equinozio di primavera, nell'eterno ciclo della natura (la Dea Madre). Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale.Dalla Frigia il culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta dall'Urbe con una delibera statale. Poiché, come scrivono Livio, Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la Madre degli Dei, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò il
Cibele e Attis
culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta «pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito un tempio sul Palatino ed una festa annuale in aprile (i ludi Megalenses). In età ellenistico-romana i sacerdoti di Cibele, sottoponendosi a castrazione rituale, imitavano il sacrificio di Attis. Il culto di Cibele era caratterizzato anche da forti componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo che rimanda all'«antro » genitale femminile.  Nella versione più popolare, inoltre, il culto prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel ferimento dei partecipanti con lame e coltelli.  Ancor oggi la donna con le torri in testa (l'immagine di Cibele) rappresenta l'Italia. E va pure segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova nel mondo cristiano: l'albero addobbato una volta all'anno (allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito dell'eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio «che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio sanguinis, che diventa semen christianorum.
                                                                                                                                                                             

giovedì 4 agosto 2011

4° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

Livia è nell'arena di Statilio Tauro ed assiste ai munera (le lotte dei gladiatori) agitata e controvoglia, visto che odia il sangue. In realtà è lì solo per passare qualche ora in compagnia del suo promesso sposo, Settimio Aulo Flacco.
Ma incontrerà qualcun altro che non si aspetta...
Livia non poté fare a meno di sussultare: l’anfiteatro tremò sotto i suoi piedi e l’impressionante vibrazione le salì fino in gola. Proprio allora lo notò: Tiberio Claudio Druso apparve al fianco del nipote. Livia si lasciò cadere sul sedile, il cuore in gola, le dita serrate intorno alle collane che le decoravano la tunica. Giulia le impedì di strapparle con un tocco deciso e il suo sguardo affettuoso riuscì a restituirle una parvenza di calma. Livia Detecta doveva stringere i denti.
Per distrarsi fissò il prefetto del pretorio che in quel momento fece un gesto discreto, accennando un sorriso verso qualcuno sul palco imperiale.
Livia si voltò. Al fianco di Caligola erano comparsi una decina di uomini, tutti coi capelli biondi e abbigliati con leggere tuniche e spesse fasce di cuoio, sui fianchi e sul petto. Erano armati e si disposero in un protettivo corollario umano, dietro e ai fianchi del seggio imperiale. Un altro uomo aveva già preso posto alla destra dell’imperatore e fu lui a ricambiare il saluto del prefetto con un impercettibile cenno del capo.
Spiccava tra le teste dorate come una colonna d’ebano e quel giorno era abbigliato secondo il suo rango: il laticlavio di porpora gli scendeva dritto dalla spalla, sfiorando le braccia muscolose incrociate sul petto. Quando si mosse, il bracciale di ferro che portava al polso brillò per un istante, sotto il sole. Livia trattenne il fiato. Decise di andarsene. Non poteva restare seduta un istante di più. Si levò in piedi ma Giulia la guardò interdetta, mentre il pubblico scoppiava in un applauso travolgente. I cancelli si spalancarono e i gladiatori sciamarono fuori. Era troppo tardi. 
Un reziario raggiunse il centro dell’arena armato di rete e di un lungo tridente. Li alzò entrambi verso il cielo e la folla rispose con un grido:
«Varicus! Varicus!»
Giulia si piegò verso di lei, gli occhi accesi e le gote rosse.
«E’ un eroe, Livia. Guarda che animale splendido.»
Livia non riuscì a rispondere, sia per il frastuono che per lo sgomento. Giulia era eccitatissima, batteva le mani e il suo sguardo bruciante percorreva il corpo del gladiatore su e giù. Animale, lo aveva chiamato. Si guardò intorno smarrita. Un altro boato accompagnò l’ingresso dello sfidante, il secutor, un gigante nero armato di un piccolo gladio. Livia posò una mano sul braccio della cugina intenta alle prime mosse dei due avversari.
«Settimio non è ancora arrivato.» Le disse con una nota di disperazione nella voce.
«Non essere sciocca, goditi il combattimento. Arriverà fra poco, non tutti sono puntali e lo spettacolo è ancora lungo. Non vuoi restare perché hai visto quell’infame di Claudio?»
«No. Non voglio restare perché non sopporto il sangue. La presenza dello zio di Caligola non mi tocca.»
Giulia diede un’occhiata scettica al palco imperiale poi la scrutò, attenta.
«Ti prego, se vai via dovrò accompagnarti.»
Livia si sentì molto egoista e si rassegnò, appoggiando la schiena alla spalliera. Avrebbe chiuso gli occhi. C’erano già chiazze di sangue sulla sabbia e il secutor era stato ferito al petto da una della lame del tridente.
La folla urlò. Vide la rete intrappolare il gigante nero, il reziario fece un balzo verso di lui e calò la sua arma. Chiuse le palpebre un secondo prima di sentire l’urlo di gioia del pubblico e quello di dolore e rabbia del perdente. Voltò il capo a sinistra, mentre Giulia scoppiava a ridere.
«Sei proprio buffa, cugina! E’ morto, è tutto finito.»
Livia fu investita da una sensazione indefinibile, mentre riapriva gli occhi. Si voltò d’istinto  verso il palco imperiale. Marco Quinto Rufo la stava fissando.  
Marco, appoggiato al seggio di Caligola, scrutava il pubblico. Dieci dei suoi batavi erano dietro di lui ma la sua inquietudine non si attenuava. Nei luoghi pubblici era facile far spuntare un pugio celato nella toga, colpire in un punto preciso e provocare una fatale emorragia. Una morte opportuna per un imperatore inopportuno. Sui seggi più vicini aveva riconosciuto parecchi senatori e salutato Lucio, chino a parlare con uno di loro. Non si spiegò quella sensazione di allarme fino a quando non vide le due donne accanto a loro. Posò lo sguardo su una di esse, con piacere inaspettato. Livia Urgulanilla. Da quel momento non le staccò gli occhi di dosso, perdendosi il combattimento. Lei sussultava ad ogni colpo cruento, girando il capo elegante e allora il suo viso perfetto volgeva nella sua direzione, dandogli modo di ammirarla.
Quando Varicus alzò le braccia in segno di trionfo, Marco fece un cenno ad Aquilato.
«Ho visto qualcuno che mi interessa. Rimani al mio posto.»
Poi si chinò su Caligola.
«Divino, perdonami ma devo assentarmi per un momento.»
L’imperatore si volse verso di lui, gli occhi accesi.
«Hai notato qualcuno?»
Marco sorrise e gli disse la verità, in un soffio.
Il Divino scoppiò in una risata, gli diede il divertito assenso e si volse, concentrandosi sui nuovi gladiatori entrati nell’arena. 
Quando un’ombra scura le passò accanto Livia, pur senza guardare, sapeva già a chi appartenesse. Il cuore le saltò un battito.
«Ah, Marco, ti ho visto lasciare il palco. Sei sceso tra i mortali.»
Una voce profonda replicò qualcosa ma lei non distinse le parole. Il mirmillone che stava lottando sulla sabbia aveva appena schivato con un guizzo un colpo diretto alle reni, e il pubblico aveva urlato di spavento. Il seggio vuoto che stava accanto al prefetto venne occupato.
Il secondo attacco del gladiatore trace andò a segno, qualcosa volò attraverso l’aria afosa sospesa sul centro dell’arena. Il macabro resto lasciò dietro di sé una scia purpurea. Livia si ritrasse d’istinto, si voltò. Non chiuse gli occhi e fu un grave errore. Si trovò a fissare il viso intento dell’uomo seduto ad un passo da lei. Egli, a differenza di tutti gli altri, non stava guardando i gladiatori.
Livia non poté fare nulla. Rimase incatenata a quegli occhi come quel giorno nella Suburra, come due giorni prima sul Gianicolo, soggiogata e atterrita dalla loro profondità. E visto che la scelta era di vedere lo scempio di un corpo mutilato, rimase immobile come un cervo sotto lo sguardo fermo del cacciatore.
Sotto di loro si consumò la fine del coraggioso mirmillone. Nell’arena entrarono gli uomini con i ganci che ne trascinarono via il cadavere, lasciando sulla sabbia un solco di sangue.
«Questa morte non farà felice il lanista.» Commentò il senatore Cassiano, storcendo la bocca.
«Marco, che te ne pare? Forse i tuoi selvaggi combattono meglio?»
Livia sentì lo sguardo scivolarle addosso come olio rovente. Rufo si volse a guardare il prefetto che aveva formulato la domanda.
«Io stesso combatterei meglio di quell’inetto, Lucio. E anche uno qualsiasi dei tuoi pretoriani.»
Il prefetto rise privo di allegria. Poi, rivolto al marito di Giulia:
«Senatore, conosci Marco Quinto Rufo?»
Cassiano mosse il capo.
«La tua fama ti precede, legato. Conosco bene ciò che resta della tua famiglia. E’ una donna raffinata e intelligente. Mia moglie l’annovera tra le sue amicizie. Non è così, mia cara?»
Giulia sorrise al nuovo arrivato e Livia colse la scintilla d’interesse che brillò nelle pupille di sua cugina. Non se ne stupì. In quegli ultimi, emozionanti istanti, si era resa conto che, a parte la durezza e la volgarità della sua persona, i tratti di quel soldato di confine potevano essere considerati molto attraenti. Da un certo tipo di donna.
Il suo corpo era grande, possente, i suoi muscoli armoniosi e scolpiti. E c’erano quegli occhi d’ebano, impressionanti su un viso con troppi contrasti per essere definito bello. Il naso, rotto in qualche battaglia, dominava i tratti decisi, la fronte alta, i capelli neri. Era il viso di un uomo crudele, tranne quando sorrideva come stava facendo: le labbra spesse e ben disegnate svelarono una fossetta accattivante, sulla guancia rasata. Venere, nella sua divina indulgenza, gli aveva concesso ciglia fin troppo lunghe per essere un uomo e forse erano proprio loro le responsabili di quella dolcezza inaspettata, che gli velò lo sguardo e… Livia sussultò. No, non c’era alcuna dolcezza in quell’uomo. Nessuna. E lei non era quel tipo di donna.


SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
ANFITEATRO DI STATILIO TAURO:  Costruito nel 29 a.C. nella parte meridionale del Campo Marzio da Tito Statilio Tauro, a proprie spese, fu  il primo anfiteatro permanente,cioè in muratura, costruito a Roma. Il due volte console, generale e politico romano dell'epoca augustea aveva infatti una grande fortuna, e finanziò pure i giochi gladiatorii per l'inaugurazione dell'anfiteatro al pubblico romano. Sebbene fosse in parte costruito in pietra, alcune strutture erano in legno, come l'arena.
L'anfiteatro è citato da Svetonio e da Strabone, mentre Dione scrive che: "Essendo Cesare Augusto ancora console per la quarta volta, Tauro Statilio edificò un teatro venatorio di pietra nel Campo Marzio a proprie spese inaugurandolo con un combattimento di gladiatori. Questo lo portò ad essere eletto dal popolo come uno dei pretori annuali." Fu totalmente distrutto in occasione del grande incendio di Roma del 64.
MUNERA : I Munera o spettacoli gladiatorii si svolgevano da principio nel foro e nel circo, poi negli anfiteatri. Gli spettacoli gladiatorii hanno origine in lontane e crudeli cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano sulla tomba del defunto per placare l'ira degli Dei infernali e l'inquietudine dei trapassati. Da questa origine cultuale deriva il loro nome (da munus, nel significato di offerta sacrificale e propiziatoria). Introdotti a Roma nel 264 a.C. dall'Etruria, furono istituiti ufficialmente nel 105 a.C. e per lungo tempo rappresentati nel Foro Romano, dove sono i resti dei pozzi delle camere di manovra con le impronte dei sistemi degli argani. Solo con la costruzione degli anfiteatri essi raggiunsero la perfetta organizzazione che conosciamo dagli scrittori antichi. In epoca augustea a Roma  esisteva solo un anfiteatro in pietra, quello che Statilio Tauro , mentre gli altri  erano solo provvisori e di legno. Fuori della città Augusto mantenne gli ordinamenti di Giulio Cesare che volevano la rappresentazione di un munus annuale da parte dei magistrati municipali. A Roma obbligò i pretori in carica a darne due l'anno, in ognuno dei quali duellassero almeno 120 coppie di gladiatori. Erano questi i munera ordinaria. C'erano poi quelli extraordinaria: Augusto li offrì al popolo tre volte personalmente e cinque a nome di figli e nipoti. In seguito a questi decreti imperiali, i munera divennero uno spettacolo ufficiale e obbligatorio, proprio come i ludi del teatro e del circo. Da qui lo stabilizzarsi e il moltiplicarsi degli anfiteatri.
LANISTA: Il lanista era il proprietario della palestra (ludus) dove i gladiatori romani imparavano l’arte della “Gladiatura", cosiddetto forse perchè esercitava i gladiatori alla lotta cioè ad mutuam lanienam, a scannarsi l'un l'altro, dal verbo latino lanianem = sbranare. Altri ritengono che il termine sia venuto da fuori e avesse nel gergo dei gladiatori il significato originario spregiativo di usuraio, strozzino. Il lanista , che portava spesso una bacchetta (virga) considerata segno di comando era, in genere, un ex-gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili veterani affrancati dallo status di gladiatore. Egli era sostanzialmente  un imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore (editor o munerarius) degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il proprio profitto che non veniva meno neppure se il gladiatore fosse morto durante il combattimento; in questo caso infatti l'editor, oltre a pagare il prezzo d’ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi mancati guadagni futuri. Questa era una delle ragioni per cui l’attività del lanista era disprezzata nel mondo romano.
PUGIO: Il pugio era un piccolo pugnale utilizzato dai soldati romani come arma ausiliaria o arma di riserva, oltre a trovare moltri altri impieghi come coltello. I funzionari pugiodel regno presero l'abitudine di indossare pugi decorati nello svolgimento dei loro uffici oltre a nasconderli sotto le vesti quale difesa contro gli imprevisti.
Secondo i dizionari latini, il termine pugio appare per la prima volta nell'epoca tardo repubblicana: lo cita Marco Tullio Cicerone, con riferimento al pugnale utilizzato da Marco Giunio Bruto per pugnalare Giulio Cesare. Svetonio conferma che tutti i cospiratori utilizzarono il pugio in quella occasione. Nelle pagine di Cicerone il pugio sembra essere stata l'arma preferita negli assassinii di persone di alto rango e nei suicidi, perché era facile da nascondere nelle pieghe dei vestiti.
Il pugio si presentava quasi sempre con una caratteristica lama a foglia lunga tra i 18 e 28 cm.