sabato 6 agosto 2011

2° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

Dopo quel primo, fuggevole incontro, Livia rivede Marco Rufo durante una visita alle terme, impegnato in una lotta corpo a corpo...
Sparsi qua e là sulle gradinate c’erano uomini e donne, intenti a seguire l’incontro. Si svolgeva al centro dello spazio circolare di sabbia fine e compatta, l’identico terreno della grande arena di Statilio Tauro, dove si svolgevano spettacoli di teatro e munera.
Livia aveva assistito solo una volta nella vita ai giochi dei gladiatori e non l’avrebbe mai più dimenticata: la folla che si agitava come un animale impazzito, le urla assordanti e le zaffate di cibo e sudore, portate dal vento durante il rivoltante raduno. Aveva visto incarnarsi davanti ai suoi occhi la violenza, su cui aleggiava l’odore ramato del sangue che macchiava la sabbia. Violenza allo stato puro, che eccitava la plebe ma aveva atterrito lei.
La vista del gladiatore trace impigliato come un pesce nella rete dell’avversario e trapassato dalle lame del tridente, il suo ululato bestiale e tutto quel sangue che gli era uscito dal corpo, avevano reso molli le ginocchia di Livia. Le era sembrato di precipitare con la testa verso il basso, pur essendo seduta accanto a sua madre. Agghiaccianti poi erano state le risate del pubblico, quando il vincitore aveva spiccato la testa allo sconfitto con un colpo netto tenendola sollevata come un macabro trofeo, mentre l’arena tremava di giubilo insieme al suo stomaco in subbuglio.
Livia tornò al presente e si ritrovò sulle gradinate di solido marmo. Anziché i due lottatori al centro dell’arena, osservò gli spettatori. Ancilla le toccò il braccio, indicandole tre giovani uomini seduti poco distante.
«Può esserci il tuo promesso tra loro, domina?»
Come spinto da una forza divina che coincideva con il desiderio di Livia, uno dei tre scattò in piedi, tendendo il braccio e urlando in un gesto di incitamento.
Livia lo riconobbe all’istante e ringraziò  Venere dal profondo del cuore. Il corpo snello di Settimio Aulo Flacco risaltò sotto il sole, la pelle bianca, i capelli chiari, le gambe lunghe e magre. Era ben fatto e la sua risata, quando si voltò eccitato verso i due amici, sembrò a Livia il gorgogliare di un ruscello.
Lo ammirò sfacciata, pensando a come sarebbe stato giacere sotto di lui, ricevere le sue carezze. Il lino che gli fasciava i fianchi lasciava intuire ben più di quanto mostrasse e Livia si sentì avvampare le gote.
«Domina, è lui vero?» sussurrò compiaciuta Ancilla.
Livia fece un cenno e sedette assorta, senza staccargli gli occhi di dosso.
«Cara, non è da quella parte che devi guardare.»
«Non mi piacciono i gladiatori» rispose Livia di getto, voltandosi verso la voce importuna. I suoi occhi si spalancarono: apparteneva a una delle donne più belle che avesse mai visto.  Il seno generoso era a malapena coperto da una fascia purpurea, il viso truccato con sapienza e le gambe snelle sfioravano la schiena dei due uomini seduti sulla prima delle gradinate.
La risata divertita della sconosciuta piacque a Livia, poiché ridevano anche i suoi occhi scuri e maliziosi, intaccati da rughe sottili. Non era più giovanissima ma la sua avvenenza era comunque superba.
«Quelli non sono gladiatori. Sono uomini liberi, in carne e muscoli» la corresse l’altra sporgendosi verso di lei, ancora concentrata su Settimio.
La donna allora allungò una mano, le prese il mento e con un tocco gentile la obbligò a fissare i due lottatori. In quel momento, dalla folla si alzò un’ovazione:
«Marco... Marco... Marco...»
Il sussurro divenne ben presto una cantilena che salì  di tono, sino a diventare ossessiva.
«Guardali. Belli così non se ne vedono spesso.»
Livia non poté farne a meno. Al centro della palestra stavano due uomini, l’uno di fronte all’altro. Uno di loro aveva i capelli lunghi che gli sfioravano i bicipiti e splendevano sotto il sole. Livia trattenne il fiato.
«So quello che pensi,» mormorò Calpurnia con sguardo sognante «anch’io ucciderei per possedere una parrucca con quelle ciocche d’oro colato.»
Livia, avendolo di fronte, poté godere di quegli occhi implacabili come un cielo autunnale che il naso affilato univa a una bocca larga e decisa, immorale. Il corpo era una sinfonia di muscoli possenti e armoniosi, saldi come colonne. Era bello in modo selvaggio, dirompente e sensuale.
«Respira, mia cara. Sei cianotica.»
Livia non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. La sua compagna ridacchiava.
«Bello, eh? Adesso dimmi che non ti piace. E ti assicuro che quando si volterà l’altro, ti salterà il cuore. Anche se il suo didietro è di tutto rispetto, non trovi?»
Livia non poté che assentire. In confronto a quei due corpi muscolosi e virili, Settimio e i suoi compagni sfiguravano, seppur fossero giovani e belli.
«Ma chi sono?»
«Non lo sai? Ma dove vivi? Quel dio biondo è un cavaliere batavo. Appartiene alla guardia del corpo di Caligola. Sono trenta e tutti belli come lui, giuro! Credo si chiami Aquilato o qualcosa del genere.»
Il batavo rise gettando indietro il capo. L’altro doveva aver detto qualcosa di divertente. Senza preavviso, quello di spalle si gettò su di lui. L’impatto strappò un urlo agli spettatori.
Il biondo volò a terra, i muscoli tesi e le braccia aperte. Livia trattenne il fiato quando si schiantò sulla sabbia, alzando un velo di polvere. Con un movimento agile piegò le ginocchia contro il petto, per proteggersi. Quello girato di spalle ne approfittò. Con il piede sinistro si appoggiò sulla rotula del batavo, diede una spinta possente e gli volò sopra, atterrando con una capriola dietro di lui.
Prima che gli spettatori tirassero il fiato, era già  in piedi. La folla urlò di gioia.
«Ah, Giunone, ti ringrazio per questa vista» fece la donna, battendo le mani e indicando con il dito ingioiellato quello scuro di capelli.
«Ti presento il tribuno laticlavio Marco Quinto Rufo. Legatus Batavorum fresco di nomina. Uno scandalo per il Senato di Roma. Ma Caligola può fare ciò che vuole. Guarda, il pubblico è in visibilio.»
Livia lo fissò per un interminabile istante. Non aveva avuto occhi che per il dio biondo che si stava rialzando da terra, con tutta la calma del mondo. Una sensazione di gelo le attraversò il cuore, nonostante l’afa del pomeriggio.
Era lui. L’uomo incontrato nella Suburra nel giorno più infausto della sua vita. Un segno degli dèi.
Era nudo, solo il piccolo triangolo del subligaculum gli copriva i genitali. La sua pelle, come denso miele di castagno, brillava perfetta sotto il sole. I muscoli guizzavano a ogni movimento.
Ebano e avorio.
Luce e ombra.
Ade e Apollo.
Il legato fissò l’avversario. Nonostante la distanza Livia rimase impressionata dal magnetismo di quello sguardo, proprio come quel giorno nel più popoloso quartiere della città. Anche se non era rivolto a lei, sapeva bene cosa significasse avere quegli occhi piantati addosso.
Un sorriso freddo spezzò l’impassibilità  di quel volto. Fu come se le porte dell’Averno si fossero spalancate. Egli allungò un braccio verso il batavo ancora a terra.
Livia notò la polsiera di ferro e la cicatrice, un grumo di angoscia le salì nel petto. Aveva avuto persino l’ardire di toccarlo. Che pazza!
Il batavo prese la mano e fece per alzarsi ma diede uno strattone a tradimento e colpì l’avversario al ventre con il gomito. Alla folla sfuggì un ansito di sorpresa mentre i due corpi si avvinghiavano di nuovo nella lotta. La donna accanto a lei fece una smorfia.
«Si stavano allenando da soli. In effetti, non è onorevole per un uomo del suo prestigio esibirsi in questo modo, ma i curiosi si sono radunati in un attimo e questo è il risultato. Che Giunone lo preservi!» Si guardò intorno, poi si rivolse di nuovo a Livia, sottovoce: «Guardale le gelide matrone di Roma che sognano di portarselo a letto.»
Livia si rese conto che, tra il pubblico, c’erano molte donne intente a osservare i muscoli e la potenza di quei corpi virili.
«Nessuna di loro si tirerebbe indietro. Te lo dice Calpurnia Gioviale. E se te lo dico io, ci puoi credere.»
L’atleta biondo atterrò il legato, intrecciandogli la gamba sinistra attorno al ginocchio e alla caviglia. Entrambi caddero a terra, in un groviglio di muscoli e carne.
Livia percepì come un’ondata la primitiva violenza di quei corpi nudi avvinghiati, il fascino macabro della lotta. Fu come se anche lei fosse schiacciata sotto il corpo chiaro e possente, come se anche su di lei vi fosse il peso soverchiante di quei muscoli, di quella potenza a stento controllata.
Il pubblico divenne silenzioso all’improvviso. Si udirono i grugniti, i respiri affannati dei due uomini aggrovigliati, l’uno che lottava per contrastare la forza che lo schiacciava a terra, l’altro che opponeva resistenza, tutti i muscoli che guizzavano come dotati di vita propria sotto la pelle abbronzata. Lo sforzo non era finzione e Livia, senza avvedersene, strinse i pugni e serrò i denti.
A un tratto, il legato torse il busto bruscamente. Il corpo si sollevò in un unico, fluido movimento e costrinse il batavo a cambiare posizione, perdendo il vantaggio. Rotolarono sulla sabbia e, un attimo dopo, Marco Quinto Rufo era libero.
Quando fu di nuovo in piedi, la folla esultò.
                   
                                        
SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
ANFITEATRO DI STATILIO TAURO:  Costruito nel 29 a.C. nella parte meridionale del Campo Marzio da Tito Statilio Tauro, a proprie spese, fu  il primo anfiteatro permanente,cioè in muratura, costruito a Roma. Il due volte console, generale e politico romano dell'epoca augustea aveva infatti una grande fortuna, e finanziò pure i giochi gladiatorii per l'inaugurazione dell'anfiteatro al pubblico romano. Sebbene fosse in parte costruito in pietra, alcune strutture erano in legno, come l'arena.
L'anfiteatro è citato da Svetonio e da Strabone, mentre Dione scrive che: "Essendo Cesare Augusto ancora console per la quarta volta, Tauro Statilio edificò un teatro venatorio di pietra nel Campo Marzio a proprie spese inaugurandolo con un combattimento di gladiatori. Questo lo portò ad essere eletto dal popolo come uno dei pretori annuali." Fu totalmente distrutto in occasione del grande incendio di Roma del 64.
MUNERA : I Munera o spettacoli gladiatorii si svolgevano da principio nel foro e nel circo, poi negli anfiteatri. Gli spettacoli gladiatorii hanno origine in lontane e crudeli cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano sulla tomba del defunto per placare l'ira degli Dei infernali e l'inquietudine dei trapassati. Da questa origine cultuale deriva il loro nome (da munus, nel significato di offerta sacrificale e propiziatoria). Introdotti a Roma nel 264 a.C. dall'Etruria, furono istituiti ufficialmente nel 105 a.C. e per lungo tempo rappresentati nel Foro Romano, dove sono i resti dei pozzi delle camere di manovra con le impronte dei sistemi degli argani. Solo con la costruzione degli anfiteatri essi raggiunsero la perfetta organizzazione che conosciamo dagli scrittori antichi. In epoca augustea a Roma  esisteva solo un anfiteatro in pietra, quello che Statilio Tauro , mentre gli altri  erano solo provvisori e di legno. Fuori della città Augusto mantenne gli ordinamenti di Giulio Cesare che volevano la rappresentazione di un munus annuale da parte dei magistrati municipali. A Roma obbligò i pretori in carica a darne due l'anno, in ognuno dei quali duellassero almeno 120 coppie di gladiatori. Erano questi i munera ordinaria. C'erano poi quelli extraordinaria: Augusto li offrì al popolo tre volte personalmente e cinque a nome di figli e nipoti. In seguito a questi decreti imperiali, i munera divennero uno spettacolo ufficiale e obbligatorio, proprio come i ludi del teatro e del circo. Da qui lo stabilizzarsi e il moltiplicarsi degli anfiteatri.
 Subligaculum
SUBLIGACULUM : Il subligaculum era una striscia di lino che veniva avvolto in vita ed attorno alle cosce quindi allacciato. Il termine latino infatti è composto da subligo (legare sotto) e dal suffisso culum (che indica genericamente gli 'attributi'). Era un indumento intimo utilizzato sia da uomini che da donne. Anche attori di teatro, ballerine e gladiatori utilizzavano il subligaculum, sebbene di foggia differente, più simile a dei mutandoni a pantaloncino tenuti fermi in vita da una cinta, nel caso dei gladiatori si usava il balteus, una grossa cintura di cuoio rinforzato.
LE TERME ROMANE: Le terme (dal greco: thermà), distinte inizialmente per gli uomini e le donne, fecero la loro prima comparsa a Roma nel II secolo a.C. In breve tempo aumentarono vertiginosamente e tale fu l’entusiastico consenso dei Romani che, gettata all’aria quell’austerità repubblicana che impediva a Catone il Censore di fare il bagno in presenza del figlio, gettarono all’aria anche i vestiti per tuffarsi in allegra compagnia nelle pubbliche vasche. Fu dal I sec. a.C. che le terme divennero una vera e propria istituzione sociale a tal punto che Agrippa, a cui era affidata la cura dei bagni in qualità di edile, ne ordinò il censimento, contandone ben 170; dando poi prova di grande munificenza verso il popolo romano, sancì la gratuità dei bagni pubblici di Roma facendosi egli stesso carico di ogni onere, e tra il 25 e il 19 a.C. fece dono alla città di un nuovo grandioso impianto termale realizzato nel Campo Marzio: da questo momento in poi gli antichi balnea, vennero designati con il nome di thermae. Il nuovo edificio, oltre ad essere un impianto termale, era un luogo di cultura ed arte: la gente vi si intratteneva nei vari ambienti conversando, leggendo e godendo della presenza di magnifiche opere d’arte, quale la celebre statua dell’atleta che si deterge, noto come Apoxyomenos, copia dell’originale di Lisippo.

I cittadini romani terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale. Un tipico ciclo iniziava con ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove di svolgevano giochi anche utilizzando piccole palle in cuoio, o gare di lotta. Successivamente ci si recava ai bagni attraverso tre stanze, partendo da quella con l'acqua più tiepida fino a quella con l'acqua più calda. Si entrava nel tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme: qui si rimaneva un'ora e ci si ungeva con oli. Poi si andava nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale. Infine ci si recava nel laconicum , la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura. Dopo la pulizia del corpo e i massaggi, si faceva una nuotata nella piscina del frigidarium. Tutti i ceti romani frequentavano le terme, ma gli appartenenti ai ceti nobili o più agiati si distinguevano dagli altri perchè avevano al seguito schiavi e sevitori da cui farsi ungere d'oli  e massaggiare.
Statua del Apoxyomenos
Vista l’alta frequentazione delle terme, per chi vi abitava vicino costituivano una fonte di disturbo quotidiano e ce lo testimonia la seguente lettera, di Lucio Anneo Seneca, vissuto in quei anni, un intellettuale che fu consigliere dell’imperatore Nerone.
“Che io possa morire, se il silenzio è tanto necessario, come sembra, al raccoglimento e allo studio. Infatti mi circonda da ogni parte un chiasso indiavolato. Ho la sfortuna di abitare proprio sopra le terme: immagina di sentire un vocio, un gridare confuso che ti fa desiderare di essere sordo. Sento gli affanni e i sospiri di quelli che si esercitano con gli attrezzi ginnici e si affaticano (o fingono di affaticarsi). Se anche capita uno più pigro, che se ne sta zitto a farsi massaggiare, si sente comunque il battere delle mani del massaggiatore sulle sue spalle. Quando poi arriva uno di quelli che non ce la fanno a giocare a palla senza urlare e incomincia a contare i colpi a voce alta, allora è proprio finita.Ci sono poi il litigioso, il ladro che viene colto sul fatto, il chiacchierone, o quello a cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno. Poi c’è il fracasso di quelli che saltano nella piscina. Ma almeno queste voci sono normali: pensa invece al depilatore che richiama i clienti con voce stridula e sta zitto solo quando strappa loro i peli, ma allora urla chi gli sta sotto… Non parliamo poi dei venditori di bibite, di salsicce, di pasticcini e i garzoni delle locande che vanno in giro a vendere la loro merce!” (Seneca, Lettere a Lucillo)
                                                  

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