giovedì 4 agosto 2011

4° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

Livia è nell'arena di Statilio Tauro ed assiste ai munera (le lotte dei gladiatori) agitata e controvoglia, visto che odia il sangue. In realtà è lì solo per passare qualche ora in compagnia del suo promesso sposo, Settimio Aulo Flacco.
Ma incontrerà qualcun altro che non si aspetta...
Livia non poté fare a meno di sussultare: l’anfiteatro tremò sotto i suoi piedi e l’impressionante vibrazione le salì fino in gola. Proprio allora lo notò: Tiberio Claudio Druso apparve al fianco del nipote. Livia si lasciò cadere sul sedile, il cuore in gola, le dita serrate intorno alle collane che le decoravano la tunica. Giulia le impedì di strapparle con un tocco deciso e il suo sguardo affettuoso riuscì a restituirle una parvenza di calma. Livia Detecta doveva stringere i denti.
Per distrarsi fissò il prefetto del pretorio che in quel momento fece un gesto discreto, accennando un sorriso verso qualcuno sul palco imperiale.
Livia si voltò. Al fianco di Caligola erano comparsi una decina di uomini, tutti coi capelli biondi e abbigliati con leggere tuniche e spesse fasce di cuoio, sui fianchi e sul petto. Erano armati e si disposero in un protettivo corollario umano, dietro e ai fianchi del seggio imperiale. Un altro uomo aveva già preso posto alla destra dell’imperatore e fu lui a ricambiare il saluto del prefetto con un impercettibile cenno del capo.
Spiccava tra le teste dorate come una colonna d’ebano e quel giorno era abbigliato secondo il suo rango: il laticlavio di porpora gli scendeva dritto dalla spalla, sfiorando le braccia muscolose incrociate sul petto. Quando si mosse, il bracciale di ferro che portava al polso brillò per un istante, sotto il sole. Livia trattenne il fiato. Decise di andarsene. Non poteva restare seduta un istante di più. Si levò in piedi ma Giulia la guardò interdetta, mentre il pubblico scoppiava in un applauso travolgente. I cancelli si spalancarono e i gladiatori sciamarono fuori. Era troppo tardi. 
Un reziario raggiunse il centro dell’arena armato di rete e di un lungo tridente. Li alzò entrambi verso il cielo e la folla rispose con un grido:
«Varicus! Varicus!»
Giulia si piegò verso di lei, gli occhi accesi e le gote rosse.
«E’ un eroe, Livia. Guarda che animale splendido.»
Livia non riuscì a rispondere, sia per il frastuono che per lo sgomento. Giulia era eccitatissima, batteva le mani e il suo sguardo bruciante percorreva il corpo del gladiatore su e giù. Animale, lo aveva chiamato. Si guardò intorno smarrita. Un altro boato accompagnò l’ingresso dello sfidante, il secutor, un gigante nero armato di un piccolo gladio. Livia posò una mano sul braccio della cugina intenta alle prime mosse dei due avversari.
«Settimio non è ancora arrivato.» Le disse con una nota di disperazione nella voce.
«Non essere sciocca, goditi il combattimento. Arriverà fra poco, non tutti sono puntali e lo spettacolo è ancora lungo. Non vuoi restare perché hai visto quell’infame di Claudio?»
«No. Non voglio restare perché non sopporto il sangue. La presenza dello zio di Caligola non mi tocca.»
Giulia diede un’occhiata scettica al palco imperiale poi la scrutò, attenta.
«Ti prego, se vai via dovrò accompagnarti.»
Livia si sentì molto egoista e si rassegnò, appoggiando la schiena alla spalliera. Avrebbe chiuso gli occhi. C’erano già chiazze di sangue sulla sabbia e il secutor era stato ferito al petto da una della lame del tridente.
La folla urlò. Vide la rete intrappolare il gigante nero, il reziario fece un balzo verso di lui e calò la sua arma. Chiuse le palpebre un secondo prima di sentire l’urlo di gioia del pubblico e quello di dolore e rabbia del perdente. Voltò il capo a sinistra, mentre Giulia scoppiava a ridere.
«Sei proprio buffa, cugina! E’ morto, è tutto finito.»
Livia fu investita da una sensazione indefinibile, mentre riapriva gli occhi. Si voltò d’istinto  verso il palco imperiale. Marco Quinto Rufo la stava fissando.  
Marco, appoggiato al seggio di Caligola, scrutava il pubblico. Dieci dei suoi batavi erano dietro di lui ma la sua inquietudine non si attenuava. Nei luoghi pubblici era facile far spuntare un pugio celato nella toga, colpire in un punto preciso e provocare una fatale emorragia. Una morte opportuna per un imperatore inopportuno. Sui seggi più vicini aveva riconosciuto parecchi senatori e salutato Lucio, chino a parlare con uno di loro. Non si spiegò quella sensazione di allarme fino a quando non vide le due donne accanto a loro. Posò lo sguardo su una di esse, con piacere inaspettato. Livia Urgulanilla. Da quel momento non le staccò gli occhi di dosso, perdendosi il combattimento. Lei sussultava ad ogni colpo cruento, girando il capo elegante e allora il suo viso perfetto volgeva nella sua direzione, dandogli modo di ammirarla.
Quando Varicus alzò le braccia in segno di trionfo, Marco fece un cenno ad Aquilato.
«Ho visto qualcuno che mi interessa. Rimani al mio posto.»
Poi si chinò su Caligola.
«Divino, perdonami ma devo assentarmi per un momento.»
L’imperatore si volse verso di lui, gli occhi accesi.
«Hai notato qualcuno?»
Marco sorrise e gli disse la verità, in un soffio.
Il Divino scoppiò in una risata, gli diede il divertito assenso e si volse, concentrandosi sui nuovi gladiatori entrati nell’arena. 
Quando un’ombra scura le passò accanto Livia, pur senza guardare, sapeva già a chi appartenesse. Il cuore le saltò un battito.
«Ah, Marco, ti ho visto lasciare il palco. Sei sceso tra i mortali.»
Una voce profonda replicò qualcosa ma lei non distinse le parole. Il mirmillone che stava lottando sulla sabbia aveva appena schivato con un guizzo un colpo diretto alle reni, e il pubblico aveva urlato di spavento. Il seggio vuoto che stava accanto al prefetto venne occupato.
Il secondo attacco del gladiatore trace andò a segno, qualcosa volò attraverso l’aria afosa sospesa sul centro dell’arena. Il macabro resto lasciò dietro di sé una scia purpurea. Livia si ritrasse d’istinto, si voltò. Non chiuse gli occhi e fu un grave errore. Si trovò a fissare il viso intento dell’uomo seduto ad un passo da lei. Egli, a differenza di tutti gli altri, non stava guardando i gladiatori.
Livia non poté fare nulla. Rimase incatenata a quegli occhi come quel giorno nella Suburra, come due giorni prima sul Gianicolo, soggiogata e atterrita dalla loro profondità. E visto che la scelta era di vedere lo scempio di un corpo mutilato, rimase immobile come un cervo sotto lo sguardo fermo del cacciatore.
Sotto di loro si consumò la fine del coraggioso mirmillone. Nell’arena entrarono gli uomini con i ganci che ne trascinarono via il cadavere, lasciando sulla sabbia un solco di sangue.
«Questa morte non farà felice il lanista.» Commentò il senatore Cassiano, storcendo la bocca.
«Marco, che te ne pare? Forse i tuoi selvaggi combattono meglio?»
Livia sentì lo sguardo scivolarle addosso come olio rovente. Rufo si volse a guardare il prefetto che aveva formulato la domanda.
«Io stesso combatterei meglio di quell’inetto, Lucio. E anche uno qualsiasi dei tuoi pretoriani.»
Il prefetto rise privo di allegria. Poi, rivolto al marito di Giulia:
«Senatore, conosci Marco Quinto Rufo?»
Cassiano mosse il capo.
«La tua fama ti precede, legato. Conosco bene ciò che resta della tua famiglia. E’ una donna raffinata e intelligente. Mia moglie l’annovera tra le sue amicizie. Non è così, mia cara?»
Giulia sorrise al nuovo arrivato e Livia colse la scintilla d’interesse che brillò nelle pupille di sua cugina. Non se ne stupì. In quegli ultimi, emozionanti istanti, si era resa conto che, a parte la durezza e la volgarità della sua persona, i tratti di quel soldato di confine potevano essere considerati molto attraenti. Da un certo tipo di donna.
Il suo corpo era grande, possente, i suoi muscoli armoniosi e scolpiti. E c’erano quegli occhi d’ebano, impressionanti su un viso con troppi contrasti per essere definito bello. Il naso, rotto in qualche battaglia, dominava i tratti decisi, la fronte alta, i capelli neri. Era il viso di un uomo crudele, tranne quando sorrideva come stava facendo: le labbra spesse e ben disegnate svelarono una fossetta accattivante, sulla guancia rasata. Venere, nella sua divina indulgenza, gli aveva concesso ciglia fin troppo lunghe per essere un uomo e forse erano proprio loro le responsabili di quella dolcezza inaspettata, che gli velò lo sguardo e… Livia sussultò. No, non c’era alcuna dolcezza in quell’uomo. Nessuna. E lei non era quel tipo di donna.


SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
ANFITEATRO DI STATILIO TAURO:  Costruito nel 29 a.C. nella parte meridionale del Campo Marzio da Tito Statilio Tauro, a proprie spese, fu  il primo anfiteatro permanente,cioè in muratura, costruito a Roma. Il due volte console, generale e politico romano dell'epoca augustea aveva infatti una grande fortuna, e finanziò pure i giochi gladiatorii per l'inaugurazione dell'anfiteatro al pubblico romano. Sebbene fosse in parte costruito in pietra, alcune strutture erano in legno, come l'arena.
L'anfiteatro è citato da Svetonio e da Strabone, mentre Dione scrive che: "Essendo Cesare Augusto ancora console per la quarta volta, Tauro Statilio edificò un teatro venatorio di pietra nel Campo Marzio a proprie spese inaugurandolo con un combattimento di gladiatori. Questo lo portò ad essere eletto dal popolo come uno dei pretori annuali." Fu totalmente distrutto in occasione del grande incendio di Roma del 64.
MUNERA : I Munera o spettacoli gladiatorii si svolgevano da principio nel foro e nel circo, poi negli anfiteatri. Gli spettacoli gladiatorii hanno origine in lontane e crudeli cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano sulla tomba del defunto per placare l'ira degli Dei infernali e l'inquietudine dei trapassati. Da questa origine cultuale deriva il loro nome (da munus, nel significato di offerta sacrificale e propiziatoria). Introdotti a Roma nel 264 a.C. dall'Etruria, furono istituiti ufficialmente nel 105 a.C. e per lungo tempo rappresentati nel Foro Romano, dove sono i resti dei pozzi delle camere di manovra con le impronte dei sistemi degli argani. Solo con la costruzione degli anfiteatri essi raggiunsero la perfetta organizzazione che conosciamo dagli scrittori antichi. In epoca augustea a Roma  esisteva solo un anfiteatro in pietra, quello che Statilio Tauro , mentre gli altri  erano solo provvisori e di legno. Fuori della città Augusto mantenne gli ordinamenti di Giulio Cesare che volevano la rappresentazione di un munus annuale da parte dei magistrati municipali. A Roma obbligò i pretori in carica a darne due l'anno, in ognuno dei quali duellassero almeno 120 coppie di gladiatori. Erano questi i munera ordinaria. C'erano poi quelli extraordinaria: Augusto li offrì al popolo tre volte personalmente e cinque a nome di figli e nipoti. In seguito a questi decreti imperiali, i munera divennero uno spettacolo ufficiale e obbligatorio, proprio come i ludi del teatro e del circo. Da qui lo stabilizzarsi e il moltiplicarsi degli anfiteatri.
LANISTA: Il lanista era il proprietario della palestra (ludus) dove i gladiatori romani imparavano l’arte della “Gladiatura", cosiddetto forse perchè esercitava i gladiatori alla lotta cioè ad mutuam lanienam, a scannarsi l'un l'altro, dal verbo latino lanianem = sbranare. Altri ritengono che il termine sia venuto da fuori e avesse nel gergo dei gladiatori il significato originario spregiativo di usuraio, strozzino. Il lanista , che portava spesso una bacchetta (virga) considerata segno di comando era, in genere, un ex-gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili veterani affrancati dallo status di gladiatore. Egli era sostanzialmente  un imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore (editor o munerarius) degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il proprio profitto che non veniva meno neppure se il gladiatore fosse morto durante il combattimento; in questo caso infatti l'editor, oltre a pagare il prezzo d’ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi mancati guadagni futuri. Questa era una delle ragioni per cui l’attività del lanista era disprezzata nel mondo romano.
PUGIO: Il pugio era un piccolo pugnale utilizzato dai soldati romani come arma ausiliaria o arma di riserva, oltre a trovare moltri altri impieghi come coltello. I funzionari pugiodel regno presero l'abitudine di indossare pugi decorati nello svolgimento dei loro uffici oltre a nasconderli sotto le vesti quale difesa contro gli imprevisti.
Secondo i dizionari latini, il termine pugio appare per la prima volta nell'epoca tardo repubblicana: lo cita Marco Tullio Cicerone, con riferimento al pugnale utilizzato da Marco Giunio Bruto per pugnalare Giulio Cesare. Svetonio conferma che tutti i cospiratori utilizzarono il pugio in quella occasione. Nelle pagine di Cicerone il pugio sembra essere stata l'arma preferita negli assassinii di persone di alto rango e nei suicidi, perché era facile da nascondere nelle pieghe dei vestiti.
Il pugio si presentava quasi sempre con una caratteristica lama a foglia lunga tra i 18 e 28 cm.


 

3 commenti:

  1. Splendido blog, sia per gli estratti del libro che per le esaurienti spiegazioni che li corredano. Una degna cornice per il talento di Adele.
    Ciao
    Lucilla

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  2. il libro mi e' piaciuto molto e aspetto il seguito.
    bello il blog.
    ciao

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  3. Il primo è stato come vivere quelle scene, il secondo è anche meglio, i suoi personaggi sono descritti così bene che sembra di vederli intorno.
    Attendo con ansia il tuo Terzo volume.Spero che poi tu continui a farci dono dei tuoi magnifici libri.
    Grazie ancora di scrivere così bene.
    Daniela

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