sabato 6 agosto 2011

3° ESTRATTO DA ROMA 40 DC DESTINO D'AMORE

LIVIA E' PROMESSA A UN UOMO CHE CREDE DI DESIDERARE MA IL DESIDERIO VERO HA TUTTA UN'ALTRA NATURA...

Era una di quelle giornate pigre e torride che calavano così di frequente su Roma e sui colli circostanti, d’estate. L’unico sollievo era rilassarsi nella quiete dei giardini, all’ombra dei portici dei Fori o inoltrarsi nei boschi, sacri o meno, che circondavano la città.
Livia si fermò  sotto l’ombra di una secolare quercia che cresceva rigogliosa nella fitta boscaglia sul Gianicolo e ringraziò la dea Furrina per quell’atmosfera incantata.
Rami imponenti sostenevano la spessa chioma dell’albero. Chissà se le ninfe che ne abitavano le fessure coperte di muschio, percepivano la sua presenza. Allargò  le dita in una carezza e proprio allora la mano di Settimio coprì  la sua, con un gesto affettuoso.
Lei non si oppose. Gli circondò il collo e le loro labbra si incontrarono. Quelle di lui cedevoli, delicate, gentili.
Il contrasto tra la dolcezza del bacio e la ruvidezza del tronco la costrinsero ad un calmo abbandono. Sollevò le mani sulle punte dei riccioli, sul collo. Morbidi ricci dorati.
Poi si udì un fruscio troppo vicino a loro e Livia riaprì gli occhi. Il volto truce di Publio Cassio Nepote li stava osservando, da dietro un cespuglio.
Livia si mosse a disagio e appoggiò il palmo delle mani sul petto di Settimio, scostando il capo di lato. Lui la scrutò interdetto, poi le cercò  di nuovo le labbra.
«Ci sta guardando.» Gli sussurrò e il giovane fu obbligato a voltarsi.
Nepote uscì allo scoperto. Aveva capelli neri ondulati che gli coprivano parte della fronte, zigomi prominenti e labbra sottili. Mentre si avvicinava si aggiustò le pieghe della corta tunica, bordata d’argento e azzurro, senza staccare gli occhi da Livia.
«Sembra che durante la festa dei Furrinalia sia abitudine diffusa allontanarsi dai sentieri segnati.» Disse mellifluo piazzandosi davanti a loro, le braccia conserte sul petto.
«Come sei arrivato fin qui?» Settimio fece qualche passo nella sua direzione e Livia si sentì abbandonata. Notò che Nepote aveva ombre violacee sotto gli occhi e il volto, scavato e magro, rendeva la sua espressione imbronciata.
«Il rito di Cibele la Madre Terra, il principio di tutte le cose. Non ricordi?» Rispose questi senza scomporsi, rivolgendosi all’amico come se lei non esistesse. «Si sono già riuniti non lontano da qui. Potresti venire anche tu, invece di dilettarti con volgari effusioni nella boscaglia. Mi stanno aspettando.»
Come a confermare le parole di Nepote l’aria si riempì di una nenia lontana, di un tintinnio di strumenti metallici. Dietro di loro il bosco era più  fitto, larghe lame di luce attraversavano le fronde toccando il suolo, dopo aver giocato tra le cime degli alberi.
Livia si guardò  intorno e per la prima volta in quel pomeriggio, il selvaggio profumo della natura le riempì le narici d’improvviso, così come d’improvviso si sentì un’intrusa, tra quei due uomini. Sensazione già sperimentata un’ora prima, quando Settimio gli aveva presentato l’amico fraterno.
Dove aveva già  visto il volto aggrondato di Nepote, a parte nell’arena delle Terme di Agrippa? Cercò di mantenere un’espressione neutra, sebbene fosse seccata dalla sua invadenza. 
«Allora non facciamoli aspettare.» Replicò il suo promesso e tutti e tre si incamminarono infine nella direzione dei suoni.
Livia aveva sentito parlare dei rituali in onore della dea ma non vi aveva mai partecipato. Il suo culto si accompagnava con le celebrazioni in onore di Furrina ma Cibele era un’antichissima divinità orientale e si diceva, sanguinaria. Era un culto popolare, dei ceti più bassi, dei vicoli bui.
Li seguì docile, conscia di fare un dispetto a quel bellimbusto profumato che la stava occhieggiando risentito. Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di lasciarli da soli.
Un refolo di vento agitò  le fronde. Costeggiarono il fitto sottobosco, un’accozzaglia intricata di foglie e ciuffi di felci. Ammaliata dal vigore della natura, Livia quasi dimenticò l’astio che l’aveva animata negli ultimi istanti.
Riconobbe il gorgoglio di un ruscello e il mormorio di una voce incantatrice.
Sbucarono in una radura. Al centro un masso grigio, piatto e tutto intorno, un gruppo di fedeli prosternati in atteggiamento adorante.
Mormoravano un canto ritmato dai sistri. Un fumo dolciastro si levava da due bracieri accesi ai lati del masso, su cui donne seminude gettavano offerte di incenso.
Livia rammentò  ciò che le aveva raccontato Ancilla a proposito delle cruente cerimonie, dedicate alla dea. I suoi devoti si privavano della virilità, inebriati da droghe che annullavano ogni rimpianto e ragione. Il “giorno del sangue”, così chiamavano gli adepti l'Equinozio di primavera. Durante le invocazioni si flagellavano scorticando la pelle in un vortice estatico, spargendo il rosso succo della vita sul suolo, invocando la resurrezione dagli Inferi.
Ed ora che intendevano fare?
«Sono dei pazzi.»  Bisbigliò a Settimio e si accorse di stringergli la mano in modo eccessivo.
Nepote superò  gli inginocchiati e li abbandonò, ai margini della riunione. Alcuni dei fedeli gli si avvicinarono e lo liberarono della tunica. Proseguì  nudo fino all’altare.
Livia si sentì  il cuore in gola. Si costrinse a calmarsi, un respiro profondo, un altro. In quel momento le parve che i tronchi della cupa foresta si animassero, incombendo sull’angosciante celebrazione.
Vi fu un rumore secco, di rami spezzati. Qualcosa agitò i cespugli e sbucarono due uomini che reggevano una giovane donna, anch’essa nuda.
Una supplica le ribollì  dentro, perché Livia aveva capito cosa significasse quel rito.
Smise di respirare, tirò il braccio a Settimio ma lui non si mosse anzi, la lasciò  sola ad indietreggiare mentre lui avanzava, cullato dalla calda e umida aria estiva, dai vapori inebrianti e dall’immagine del suo amico salito sull’ara, in attesa della vittima.
Livia tentò di trovare una ragione che giustificasse quel comportamento mentre Nepote cominciava a masturbarsi, in ginocchio, la pelle bianca e liscia del corpo snello sotto i raggi bollenti del sole.
I canti e il fumo aumentarono con un ritmo che le entrò nelle ossa e Livia decise di appartarsi, il più lontano possibile. Teneva le braccia lungo i fianchi, le mani così chiuse che sentì le unghie conficcarsi nella pelle. Deglutì. 
Non riusciva a distogliere gli occhi dall’altare su cui quel corpo si levava minaccioso, sopra la donna distesa. Le gambe snelle vennero scostate da due sacerdoti e Nepote si sistemò al centro, il membro eretto.
L’offerta vivente alla dea inarcava la schiena offrendosi a lui, seguendo la  musica, le gambe a volte chiuse, a volte ferocemente spalancate.
Livia fece qualche altro passo. Il sesso poteva guardarlo ma dopo, se fosse venuto il sangue?
Cozzò contro un ostacolo.
Si girò sorpresa, bloccata dal corpo caldo di un uomo. Quando alzò il viso e lo vide in volto, fece per cacciare un urlo ma lui fu più veloce e le tappò la bocca, trascinandola senza respiro verso l’ombra fitta di alcuni cespugli.
«Numi immortali donna, taci.»
Stretta in una morsa poderosa, Livia trovò a stento l’aria da respirare. Fece per dimenarsi ma si immobilizzò. La frizione con quel corpo muscoloso era sconcertante.
L’uomo, con lo stesso tono accigliato ed urgente di prima, aggiunse:
«Non so perché tu sia qui, ma non ha importanza. Ora ti lascio andare, non ti farò del male.» 
La voce era appena un sussurro. Marco Quinto Rufo rilassò i muscoli e scostò le braccia, lasciandola libera.
Livia saltò via dalla sua stretta e gli occhi di lui scintillarono divertiti. Si portò  l’indice teso davanti alla bocca, poi le cinse il braccio sinistro con una mano, con una sola mano per tutte le Ninfe del bosco!, e se la portò davanti al corpo, rivolgendola di nuovo verso la radura.
«Non voglio guardare.» Sibilò Livia, facendo resistenza. I loro corpi si sfiorarono, quello alle sue spalle era saldo, grande e vigoroso.
«Non sei venuta per questo?» 
Livia non osò  negare, né giustificare la sua presenza. Non si spiegava neppure quella di lui, vestito con una tunica anonima che nascondeva il suo rango e la sua importanza.
La sua presa le bruciò  la pelle. Stava per aprire bocca e protestare quando il rumore dei canti divenne frenetico, la melodia dei sistri soffocò i canti degli uccelli.
Adesso Nepote si teneva sollevato con entrambe le braccia e i muscoli dei glutei si tesero. Diede una spinta feroce. Vi fu un urlo. Poi cominciò a muoversi lento, il giovane corpo teso e vibrante, mentre la testa della sua vittima si rovesciava all’indietro, oltre il bordo del masso. La scena era rozza e sconvolgente ma Livia non poté distogliere lo sguardo.
Ad un colpo più  forte, la ragazza sussultò emettendo un lungo lamento e Livia trasalì.
«Non puoi credere che io sia venuta qui per vedere questo. Lasciami andare, voglio andarmene.» Ora che la presenza di quell’uomo era stata catalogata dal suo cervello come un pericolo non mortale, Livia aveva riacquistato il buon senso.
«Ferma e zitta. Non sei curiosa di sapere come finisce?»
La voce era un ironico bisbiglio su di lei e Livia rispose con un basso grugnito ed un lieve strattone. Lui intensificò la stretta ma non le fece male.
«Rilassati, non la ucciderà, se è questo che temi.» 
Rufo fissò la scena assorto, un muscolo gli guizzò sulla guancia mal rasata.
Livia era così  consapevole di quella presenza, di quella mano su di lei, che ad un tratto sentì i peli drizzarsi in tutto il corpo, come colpita dalla sua energia animale.
Non le sembrò  di essersi mossa. Forse aveva solo respirato più a fondo ma in quel momento, lui chinò il capo su di lei e la guardò dall’alto. Livia sentì fin dentro allo stomaco quell’occhiata torbida e impenetrabile.
In quell’atmosfera che grondava lussuria, sensualità e dissoluto erotismo, con quello sfondo ben udibile di ansiti, di musica e grida interrotte, i loro occhi restarono incatenati.
Entrambi sapevano ciò  che stava accadendo a pochi passi da loro: i movimenti di Nepote si erano fatti frenetici, le gambe femminili si erano spalancate di più  nell’accoglierlo e gli adepti erano in febbrile attesa del culmine, poiché l’amplesso sull’altare era collettivo, perpetrato e goduto da tutti.
«Cibele avrà il suo sacrificio, oggi.» Mormorò Rufo spezzando la tensione, la linea sensuale della bocca ritorta in un sorriso, mentre lei lo ricambiava coi suoi occhi verdi felini, spalancati.
Lui sollevò la mano sinistra sulla sua guancia, il pollice seguì il profilo dell’osso per poi incontrare lo spesso velluto delle sue labbra, appena dischiuse. Il dito scabroso ci giocò, strofinandole avanti e indietro. Quando si fermò all’angolo della bocca, Livia sentì il ventre attorcigliarsi in un nodo di brividi.
Quell’uomo era solido come una roccia, era un violento, un soldato. Eppure non riuscì  a distogliere gli occhi dai suoi. 
«Hanno il colore della foresta.» Commentò infine lui a voce più bassa, quasi parlando a se stesso.
La musica si scatenò  d’improvviso, un boato che fece sussultare entrambi.
Livia guardò Rufo con collera repressa. Che cosa c’era di sbagliato in lei che vicina a quell’uomo si sentiva soffocare dalla paura, dal disgusto e da uno strano fastidio? Si scostò. Lui era fisicamente troppo imponente. Solo per baciargli l’incavo della gola abbronzata e muscolosa, si sarebbe dovuta alzare in punta di piedi. Quel pensiero la scioccò, portandola d’istinto ad indietreggiare. Non poteva permettergli di intuire ciò  che sentiva.
«Livia!»
Il grido risuonò  a pochi passi da loro.
Settimio.
Si liberò decisa dalla stretta spostandosi in avanti, attraverso le foglie in cui lei e Rufo si erano appartati.
Il giovane camminava nella loro direzione, voltando il capo da un lato e dall’altro. La sua sola presenza la confortò e la rese spavalda.
«Quello è il mio futuro marito.» Dichiarò trionfante, voltandosi con aria di sfida.
Non c’era più  nessuno.   

SAPETE CHE....
Ci sono alcuni riferimenti a oggetti di uso comune, luoghi, persone  o titoli  nel romanzo che aiutano a rendere meglio l'ambientazione romana, ma che a molte possono non essere chiari . Ecco una piccola legenda di quelli usati in questo estratto:
Villa Sciarra
IL GIANICOLO:  è un colle di Roma situato sulla riva destra del fiume Tevere, tra i quartieri Trastevere e Monteverde. Fu uno dei sette colli della fondazione della città, e raggiunge l'altezza di 82 metri. Prende il nome probabilmente dal dio Giano (Ianus), che qui avrebbe fondato una piccola città nota come Ianiculum. Parte del colle era un tempo occupata da boschi sacri, quali il Lucus Furrinae, con tanto di tempio della dea Furrina, che si trovava ai piedi dell’attuale Villa Sciarra.A lei era anche dedicata una fonte sempre posta nel bosco dove Gaio Gracco  si fece uccidere dal proprio schiavo Filocrate nel 121 a.c. Successivamente, verso il 49 a.C., il luogo venne adibito, dal console Gaio Giulio Cesare, ad un pascolo denominato “Orti di Cesare“. In un'altra zona del colle sono presenti i resti di un santuario dedicato alla dea Iside. Dall'alto del Gianicolo, oggi come ieri, si può ammirare uno dei più bei panorami di Roma. 
LA DEA FURRINA : primitiva divinità romana che sembra fosse collegata alle acque ma la sua natura era sconosciuta agli stessi Romani tanto che, verso la fine della repubblica, fu annoverata tra le Ninfe.Secondo Varrone, la divinità, che in passato doveva aver avuto un’importanza notevole (è attestato un flamen Furrinalis), ma era pressoché sconosciuta alla fine della Repubblica.
Attraverso i calendari epigrafici si sa che la Dea Furrina aveva un sacerdote – un Flamen – la cui istituzione sembra risalire a Numa Pompilio.La festa che la onorava, i Furrinalia, veniva celebrata il 25 luglio.
Statua di Cibele del I sec. A.C
LA DEA CIBELE:  la Grande Madre (Matrix Magnae), era la Dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Nella mitologia greca fu identificata con Rea. Veniva spesso raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e una corona turrita sul capo.Collegato al culto era il giovane dio Attis, suo figlio, poi da adulto suo amante e paredro, che in seguito si innamorò di una ninfa. Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta, fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi. Poi Attis resuscitò in primavera venendo assiso in cielo accanto alla Dea. Era l'antico mito in cui il Dio vegetazione muore al solstizio d'inverno risorgendo all'equinozio di primavera, nell'eterno ciclo della natura (la Dea Madre). Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale.Dalla Frigia il culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta dall'Urbe con una delibera statale. Poiché, come scrivono Livio, Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la Madre degli Dei, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò il
Cibele e Attis
culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta «pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito un tempio sul Palatino ed una festa annuale in aprile (i ludi Megalenses). In età ellenistico-romana i sacerdoti di Cibele, sottoponendosi a castrazione rituale, imitavano il sacrificio di Attis. Il culto di Cibele era caratterizzato anche da forti componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo che rimanda all'«antro » genitale femminile.  Nella versione più popolare, inoltre, il culto prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel ferimento dei partecipanti con lame e coltelli.  Ancor oggi la donna con le torri in testa (l'immagine di Cibele) rappresenta l'Italia. E va pure segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova nel mondo cristiano: l'albero addobbato una volta all'anno (allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito dell'eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio «che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio sanguinis, che diventa semen christianorum.
                                                                                                                                                                             

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