mercoledì 11 dicembre 2013

Un assaggio di storia antica…


Quinto Fabio Massimo Emiliano è il protagonista del racconto “Una donna di Roma” , inserito nella raccolta di racconti La legge del Lupo e altre Storie.

 
La terza guerra punica (149-146 a,C.)

Sconfitta nella prima delle tre guerre, Cartagine aveva perso la parte della Sicilia, la Corsica, la Sardegna e parte della Spagna, dopo la sconfitta di Annibale nella seconda guerra punica. Cartagine fu costretta a pagare ingenti indennità a Roma e a “prestare” un contingente di truppe alla città italica. Roma non dimenticò però che Annibale era quasi giunto alle porte della città. Tra l’altro, i territori che avevano sopportato l’invasione dei cartaginesi erano in condizioni disastrose e le spese per il mantenimento delle legioni necessarie alle difesa era esorbitante. Catone il Censore terminava sempre i suoi discorsi con la frase ceterum censeo Carthaginem esse delendam ovvero “concludo affermando che Cartagine deve essere distrutta”. A cambiare le sorti dello status-quo intervenne Massinissa re numida che si era dedicato ad i confini dei suoi possedimenti dalla costa dell’attuale Tunisia fino all'Atlantico. La sue mire comprendevano anche Cartagine: approfittò degli accordi di pace fra Roma e la città punica, che vietavano a quest’ultima persino l'autodifesa senza il consenso dei vincitori, per sottrarre territori di confine alla città punica.


Il porto di Cartagine
Nel 193 a.C. Roma inviò a Cartagine una delegazione guidata da Publio Cornelio Scipione che però non decise alcuna mossa contro la Numidia. Nel 174 a.C. Massinissa occupò Tisca. Catone, tornato in Italia dall’Africa intensificò la campagna a favore della distruzione di Cartagine. Famoso l'aneddoto del cestino di fichi, che mostrò in Senato: erano ancora così freschi da rendere evidente quanto la città punica fosse vicina a Roma.

In un susseguirsi di botta e risposta diplomatici alla fine, nel 150 a.C., l'esasperata Cartagine decise il riarmo per difendersi da Massinissa, che però la sconfisse: il rischio adesso era che Cartagine cadesse preda della Numidia, situazione che avrebbe potuto minare il potere romano nel Mediterraneo. Roma inviò una missione diplomatica per far desistere i cartaginesi dal riarmo: il Senato chiedeva che parte della città affacciata sul mare fosse demolita e che nessun edificio vi sorgesse a meno di cinque/sei miglia. Richiesta impossibile poiché l'economia della città si fondava sugli scambi commerciali. I cartaginesi dichiararono allora guerra a Roma: era il 149 a.C..

Quinto Fabio Massimo Emiliano
protagonista del racconto
I due consoli appena eletti, Lucio Marcio Censorino e Manio Manilio Nepote, partirono dai porti siciliani. Tra i tribuni della legione c’era anche Scipione Emiliano, nipote del console Lucio Emilio Paolo morto a Canne, adottato dalla gens Cornelia dal figlio di Scipione l’Africano.

Allarmata dall’entità delle legioni inviate da Roma, Cartagine si arrese offrendo trecento ostaggi, scelti fra gli adolescenti della nobiltà punica. I consoli ricevettero gli ambasciatori di Cartagine rinfacciando loro la ripresa delle ostilità e questi ultimi dovettero accettare le condizioni di Roma: consegnare seduta stante duecentomila armature e altro prezioso materiale bellico. A quel punto Censorino annunciò agli ambasciatori le vere intenzioni di Roma: distruggere la città. Costernati essi replicarono che, così facendo, Roma non avrebbe tenuto fede alle promesse.
 
Lapidaria fu la replica del romano: Roma prometteva salvezza ai cittadini, non alla città stessa. Gli ambasciatori, tornati a Cartagine, furono quasi uccisi dalla folla inferocita e in città iniziarono gravi rappresaglie: furono uccisi tutti gli italici e liberati gli schiavi, fu poi richiamato Asdrubale e altri esuli, che avrebbero dovuto preparare la difesa. I cartaginesi chiesero ai romani una moratoria di un mese, con il pretesto di inviare una delegazione, ma in realtà approfittarono del tempo concessogli per rinforzate le mura e riarmarsi. Le legioni romane, giunte nel frattempo da Utica, trovarono un popolo compatto e intenzionato alla strenua difesa della città.

Mura robuste, abitanti decisi, rifornimenti abbondanti assicurati dallo sbocco a mare: una situazione difficile per Nepote e Censorino. Sembra che Asdrubale avesse raccolto almeno cinquantamila armati. Nepote portò i suoi uomini davanti alle mura della cittadella, Censorino tentò di bloccare il porto. Le ostilità durarono a lungo, con alterne vicende: i romani riuscirono a produrre una breccia nelle mura, che però fu subito richiusa. I cartaginesi distrussero parte delle macchine belliche romane, Censorino cercò di attaccare il borgo di Neferi ma fu respinto da Asdrubale. L’anno successivo, il 148 a.C., vide l’elezione di nuovi consoli: Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Lucio Ostilio Mancino. Furono inviati in Africa, ma si rivelarono ancora più incapaci dei predecessori. Gli insuccessi romani resero audaci i cartaginesi ma l’eccesso di fiducia si rivelò letale: Asdrubale, preso il potere con un colpo di stato, ordinò di esporre sulle mura i prigionieri romani orrendamente mutilati, per intimorire le legioni schierate ma ottenne l'effetto contrario. I romani, a quel punto, non gli avrebbero concesso alcuna mercé.

Nel 147 a.C. fu nominato console Scipione Emiliano, senza neppure aver raggiunto l'età prescritta per il consolato di quarantasette anni. L’altro console eletto per quell’anno fu Gaio Livio Druso. Giunto sotto le mura di Cartagine, Scipione Emiliano dovette correre a salvare Lucio Ostilio Mancino che, isolato da un contrattacco dei difensori, rischiava di morire di fame. Scipione si concentrò allora nell’attacco a Cartagine, convinto che i territori alleati avrebbe ceduto una volta caduta la città punica. Asdrubale, che difendeva il porto, fu  costretto alla fuga ma i rifornimenti giungevano ancora alla città assediata. Allora Scipione  bloccò lo sbocco al mare con uno sbarramento. I cartaginesi scavarono un tunnel-canale per rifornirsi di vettovaglie ma Scipione agì con rapidità e distrusse la flotta, costruita in fretta e furia dai cartaginesi per quello scopo e fece presidiare il canale, che venne chiuso.

Nel frattempo la città di Nefari, presidiata da un grosso nucleo cartaginese, spina nel fianco dei romani, fu attaccata dal legato Gaio Lelio Minore e dal figlio di Massinissa Golussa, che Scipione aveva convinto ad allearsi a Roma. Fu un’ecatombe e la caduta di Nefari portò con sé la resa delle altre città. I romani poterono concentrarsi di nuovo su Cartagine.

La città resistette per tutto l'inverno, con pochi viveri e alle prese con una pestilenza. Scipione attese fino al 146 a.C.: gli abitanti erano allo stremo. Allora attaccò e le legioni  furono lanciate per superare le mura. Gaio Lelio, fidato amico di Emiliano, con le sue truppe scelte conquistò il porto militare e il foro. Dopo tre anni di resistenza, i superstiti impegnarono i romani in una disperata battaglia per le strade della città, battaglia che si protrasse per una quindicina di giorni. Gli ultimi sopravvissuti si barricarono nel tempio di Eshmun resistendo per altri otto giorni, ma alla fine il tempio fu dato alle fiamme. Scipione promise salva la vita a chi sarebbe uscito disarmato dalla cittadella; uscirono in cinquantamila, fra cui Asdrubale. Dopo aver recuperato alcune opere d'arte che i cartaginesi avevano sottratto in Sicilia, Scipione abbandonò la città al saccheggio.

Cartagine, regina del Mediterraneo che aveva fatto tremare Roma, fu rasa al suolo. Le case bruciate, le mura abbattute, il porto interrato. Dopo giorni di incessante smantellamento e di distruzione, sul terreno passarono gli aratri e nei loro solchi paralleli fu versato del sale, affinché nulla potesse più ricrescere sul suolo della città punica.

I circa superstiti, soprattutto donne e bambini, furono fatti schiavi; i territori posseduti da Cartagine divennero ager publicus, terreno dello stato e appaltati a coloni romani. Utica, rivale di Cartagine e alleata di Roma, divenne la nuova capitale della regione. Tra la Numidia e gli ex possedimenti di Cartagine fu scavato un fossato, detto poi Fossa Regia, atto a segnare il confine con la neonata Africa Proconsularis, la nuova provincia d’Africa. La terza guerra punica era terminata.

 

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