lunedì 24 febbraio 2014

Vedete l’uomo lassù, in cima all’altura? Osserva la striscia frastagliata e scura che si allunga sull’orizzonte, una foresta impenetrabile, dove uomini feroci e crudeli lo stanno aspettando. L’aria primaverile lo investe e gli porta l’odore dell’erba, gli sfiora le gambe nude protette dagli schinieri di metallo. I piedi sono ben piantati al suolo, racchiusi in sandali di cuoio con le suole chiodate, le calighe. Ogni giorno lo portano sempre più lontano da Roma. La tunica rossa sventola e gli accarezza le cosce muscolose. L’uomo dilata le narici, gonfia il petto in un respiro profondo e un guizzo gli illumina lo sguardo. Laggiù un movimento, lontano sull’orizzonte. Con un riflesso inconscio le sue dita serrano l’impugnatura del gladio, affilato come la morte. Il cingulum di cuoio e metallo tintinna sull’inguine ad ogni movimento, musica che il nemico ode nell’ultimo istante.  Sorge il sole. I raggi bagnano d’oro le colline e la lorica muscolata di metallo risplende, modellata sul suo torso a proteggere i muscoli veri, la sua carne e il suo sangue dall’assalto delle armi nemiche.
«Tribuno, gli uomini sono pronti.»

Lui conosce quella voce, si volta. Le iridi grigie mettono a fuoco un centurione, l’elmo rosso pennato, la faccia dura segnata dalle battaglie. Gonfia il petto in un sospiro. E’ ora di andare. E’ ora di sangue e di conquista. 
L’uomo che abbiamo visto sulla collina, gentili lettrici romantiche, è un alto ufficiale dell’esercito romano, un tribuno laticlavio, nome che gli deriva dalla larga fascia di porpora che orna la sua toga. E’ nobile, figlio di un senatore, con un patrimonio alle spalle di almeno un milione di sesterzi. Mica male, no? E se vi stupite che un rampollo di una famiglia di alto rango sia sbattuto in guerra ai confini dell’Impero, sappiate che a Roma si prestava servizio nell’esercito per far carriera politica e in ogni famiglia nobile c’era una tradizione militare, ben collaudata. Per ora il giovane tribuno è solo un ufficiale inferiore, sotto il comando del Legato, il grado che corrisponde oggi al ruolo di generale.
Chi di voi non ha ben chiara in testa una delle prime scene del film “Il Gladiatore” quando Russell Crowe, glorioso e sexy nel rude fascino romano, passa in rassegna la legione e i suoi uomini, sporchi e coraggiosi, lo salutano con rispetto: “Generale” “Generale” “Generale…”? Ebbene lui in realtà è un Legato e l’assistente che gli caracolla dietro con gli occhi un po’ sbarrati è il nostro tribuno laticlavio. Se Russell - Massimo Decimo Meridio fosse stato ucciso (ahimé NO!) durante l’assalto dei barbari, sarebbe toccato al nostro tribuno prendere il comando dell’intera legione.

Bene, ora voglio i vostri occhi fissi sul campo di battaglia, sui legionari schierati. Immaginateli forti, invincibili, irresistibili. Un branco di lupi che cala sul nemico con le fauci spalancate, i gladi ad altezza uomo e l’urlo che si ode prima della battaglia: “Per Roma!”. Altro che gli Highlander, lasciatemelo dire. Se uno di quei pur eroici guerrieri del nord avesse incontrato un legionario romano, nel I secolo dopo Cristo, avrebbe avuto una bella gatta da pelare. 
Il romano infatti ha gambe robuste e non solo quelle, credetemi. Con un peso di trenta chili sulle spalle, il classico equipaggiamento di ogni legionario composto di cibo, attrezzi e armi, questo nostro soldato percorre circa trenta miglia al giorno (un miglio romano= 1.480 metri, vi risparmio la fatica: circa quaranta chilometri al giorno). Una bella passeggiata, no?  
Non contento, il nostro legionario, giunto nel punto in cui gli ufficiali hanno deciso di accamparsi non si ferma anzi, è qui che comincia il suo vero lavoro. Ogni giorno di marcia infatti si conclude prima del tramonto con la costruzione di un castra, un accampamento provvisorio che serve a dare riparo alla legione durante la notte. Innumerevoli città d’Europa sono nate così Milano, Piacenza, Capua, Treviri, Londra, Parigi, Magonza, Manchester… non posso scriverle tutte, l’elenco è troppo lungo. A proposito, il suffisso “Chester” deriva proprio dalla parola latina “castrum”, quindi accampamento. Contate un po’ tutte le città inglesi che finiscono così, aggiungetene qualcun’altra e ditemi voi se i romani non erano come il prezzemolo…  

Bene, intorno al nostro castra si scava una trincea profonda due metri, un quadrato quasi perfetto, si tagliano alberi (i romani hanno raso al suolo le meravigliose foreste che dall’Età del Bronzo, 3500 a.C. – 1200 a.C., ricoprono l’Europa) e si ergono palizzate. Sono in tutto cinquemila, tale il numero di uomini una legione al completo. Più le truppe ausiliarie, di solito stranieri specializzati nell’uso di armi particolari come arcieri e frombolieri (tiratori di fionde, con proiettili di pietra) ed esperti cavalieri che affiancano i romani durante la battaglia, mille oppure cinquecento, a seconda dell’epoca. 
Li vedete tutti all’opera? Sì, vero? Perché i romani non sono solo soldati ma ingegneri, fabbri, armaioli ognuno di loro ha un compito nella legione e lo svolge bene, la dea Disciplina li protegge, li osserva, li incita e il motto che tutti i soldati di Roma devono avere ben impresso nella testa e nel cuore è Frugalitas, Severitas et Fidelis. Un po’ come i nostri politici di oggi, vi pare? Frugalità, rigore e fedeltà. Ah ah ah! Seeee, magari!  In ogni caso, anche gli Highlanders devono ringraziare i romani. Voi che amate i guerrieri scozzesi saprete che, con il termine Claymore, si identifica la spada di un Highlander. Ebbene esso deriva da claidheamh, parola di lingua gaelica che significa spada e, udite udite, esso prende origine dal termine latino gladius.  

Claymore indica due tipi di spada in uso ai guerrieri nordici: claidheamh da lamh, ovvero spada a due mani, variante scozzese della spada a due mani tipica del tardo Medioevo, in uso tra XIV e XVII secolo e claidheamh mòr, grande spada, ovvero ancora una variante scozzese della spada con elsa a cesto in uso alle forze di fanteria nel XVII e XVIII secolo. Oggi la claymore con elsa a cesto è parte dell'alta uniforme del reggimento Highlanders della British Army. 
Legionario romano e Highlander, bello scontro non c’è che dire. Ma sfatiamo per sempre un altro mito, quello secondo cui i romani fossero bassi di statura. Lo storico Vegezio (metà del v sec.) riporta un passo in cui cita che l’altezza minima, per entrare nell’esercito, era m. 1,65 e qui siamo già nel tardo impero. Nelle tombe arcaiche dell'area osco-sannitica-latina, sono stati ritrovati scheletri di sesso maschile con un’altezza variabile tra 1,70 e 1,85 metri. Caligola, tanto per farvi un esempio, era alto un metro e novanta e aveva occhi verde-grigi, sguardo freddo e micidiale. Altro che omuncoli neri e pelosi. Del resto i romani hanno dominato il mondo, qualche ragione ci deve pur essere no? Nel combattimento a corpo a corpo poi la combinazione di gladio e scudo conferiva un grande vantaggio tattico al nostro legionario: lo scudo gli permetteva di rimanere protetto dalla maggior parte dei colpi inferti dagli avversari e di colpire a sua volta in maniera decisiva. Il gladio è una spada corta e larga e permette di sferrare colpi rapidi grazie al peso limitato. 


I legionari erano avversari imbattibili e ben preparati e quando una legione era schierata, che so, nella pianura del deserto egiziano, era uno spettacolo terrificante: una marea di uomini e scudi, un muro, una minaccia. E guai ai vigliacchi: chi veniva ritrovato con la schiena rivolta al nemico se ancora vivo, veniva infilzato e ucciso sul campo, dai suoi stessi ufficiali. Ogni legione per Roma rappresentava un prezioso patrimonio e la sua salvaguardia doveva essere ben tutelata. Questo spiega il motivo per cui lo stato romano preferì adottare per il comando di ciascuna legione un sistema piuttosto complesso, che si basava sulla presenza di un nucleo di ufficiali numeroso. Al Legato, in epoca imperiale, erano sottoposti alti ufficiali con funzioni che potremmo definire di stato maggiore.  

Oltre al legato, il comando della legione comprendeva sei tribuni e un praefectus castrorum, del quale faceva parte anche il centurione primipilo. Quest’ultimo era il solo militare di professione. I tribuni e il Legato dovevano essere immediatamente riconoscibili. Anche se non possiamo parlare di una vera a propria uniforme, poiché spesso indossavano capi ed equipaggiamenti di scelta personale, essi seguivano però canoni precisi: l’armatura (lorica) riproduceva l’anatomia del torso umano e poteva essere in metallo, cuoio bollito o lino indurito. Su di essa c’era esposto un lembo di tessuto con il classico nodo, che segnalava la condizione di comando. Solitamente non portavano l’elmo mentre era quasi d’obbligo l’uso dell’ampio mantello militare color porpora, allacciato sulla spalla destra.

Vi ricordo che S.P.Q.R. non vuol dire Sono Pazzi Questi Romani, come afferma il simpatico Obelix, ma Senatus Populusque Romanus, ovvero “Il Senato e il popolo romano". La frase indica che, alla base del potere della Repubblica romana, c’erano patrizi e plebei, fondamento dello Stato. Oggi è ancora citato sullo stemma della città di Roma mentre l’Aquila Imperiale, con le ali spiegate e il becco rivolto a destra era l'emblema dell'Impero Romano. L'aquila bicefala rappresentò invece i due imperi, Occidente ed Oriente.

Gaio Mario, lo zio di Cesare, usò per la prima volta l'aquila come insegna nella guerra contro i Cimbri e nel 103 a.C. la adottò come insegna di ciascuna delle legioni.  Da allora l'uso rimase e l'aquila fu in argento in età repubblicana e in oro o bronzo durante l'Impero. La perdita dell'aquila, il cui portatore era detto aquilifer, oggetto di vera e propria venerazione da parte dei soldati, poteva causare lo scioglimento dell'unità o il disonore dell’intera legione. L'Aquila fu sempre considerata, anche nei secoli successivi, come simbolo dell'impero e del potere di una nazione, della fedeltà ad esso.

Fu scelta da Carlo Magno per il Sacro Romano Impero, ripresa nel sec. XI dagli imperatori tedeschi che si ritenevano eredi di Roma. La useranno i Savoia nel loro stemma, le case imperiali d'Austria e di Russia, l'emblema nazionale italiano in opposizione ai gigli di Carlo d'Angiò ed Enrico VI volle uno scudo d'oro con l'aquila nera. L’aquila imperiale ad ali spiegate, col becco rivolto a sinistra, fuadottata sullo stendardo del Regno Italico nel periodo 1805-1814, e fu insegna di Prussia, Polonia e Russia. Napoleone Bonaparte se ne impossessò e la Spagna la usò, con il becco rivolto a destra, come simbolo per tutto il settecento. Oggi l'aquila di mare con la testa bianca è l'emblema degli Stati Uniti d'America. 

I romani hanno attraversato l’Atlantico e dobbiamo esserne fieri. Roma caput mundi regit orbis frena rotundi, ovvero Roma capitale del mondo regge le redini dell’orbe rotondo…
Valete! (saluto di commiato in uso a Roma)

Veduta dell'anfiteatro di Flavio, detto il Colosseo


lunedì 10 febbraio 2014

Roma sul Mare Nostrum


Veduta del porto naturale di Miseno,
a destra il bacino detto del Maremorto,
dove la flotta riparava e sostava in inverno
Un’organizzata ed effettiva flotta adatta ai combattimenti sia in mare che nei fiumi, Roma la creò durante la prima Guerra Punica. Nel corso di questo conflitto, per la prima volta, Roma organizzò la flotta in modo massiccio e quest’ultima ebbe un ruolo fondamentale nella vittoria contro Cartagine e nella successiva egemonia del Mare Nostrum.

La Prima Guerra Punica, siamo nel 264 - 241 a.C,. è la prima campagna militare delle tre successive combattute da Roma contro l’antica colonia fenicia di Cartagine, che oggi collochiamo in Tunisia. I romani le chiamarono Guerre Puniche dal nome con il quale venivano chiamati i cartaginesi, Punici, derivato dal greco Phoenici, in riferimento alle loro origini fenicie.

Per ben vent’anni le due più grandi potenze affacciate sul Mar Mediterraneo, allora dai romani chiamato Mare Nostrum,  si scontrarono combattendo nel tratto di mare prospiciente la Sicilia, in parte sul territorio italiano e parte in Nord Africa in lunghi e sanguinosi conflitti.

Cartagine era una grande potenza commerciale, intenzionata a mantenere la sua posizione dominante a discapito di Roma. 

Dopo la pesante sconfitta di Annibale a Zama, nella Seconda Guerra Punica (218-202 a.C.), la guerra si concluse tra il 149 e il 146 a.C., quando Cartagine fu assediata dai romani alla fine del terzo conflitto. L’agonia della città, senza viveri e con la popolazione decimata da una pestilenza, durò tutto un inverno. Quando i romani decisero di attaccare, i cartaginesi erano ormai allo stremo ma i sopravvissuti impegnarono i romani in una disperata battaglia che durò quasi quindici giorni. 


I romani, per risparmiare le truppe, emanarono un bando che prometteva salva la vita a chi si arrendeva: dalle mura incendiate uscirono in cinquantamila compreso il generale Asdrubale, mentre sua moglie, dai resti delle mura della cittadella, malediceva il marito pregando gli ufficiali romani di punire il codardo, indegno di Cartagine. Infine la donna salì al tempio incendiato, sgozzò i figli e, come la regina  Didone, si lanciò fra le fiamme.

Dopo aver recuperato alcune opere d'arte che i cartaginesi avevano trafugato loro, i romani si abbandonarono al saccheggio. Cartagine, la regina del Mediterraneo che aveva osato opporsi a Roma, fu rasa al suolo, abbattute le sue mura, il porto insabbiato, un aratro fu passato sulle rovine e i solchi cosparsi di sale. Nulla più doveva germogliare sul suolo nemico. La Terza guerra punica era terminata.

Questi erano i romani.
Ebbene, dato che si trovarono ad affrontare i cartaginesi in un ambiente fino ad allora per loro quasi sconosciuto, quello marittimo, essi utilizzarono le nozioni greche, egizie e persino cartaginesi per creare la loro marina militare (in latino classis). Da allora la flotta cominciò ad operare in modo permanente nel mare Nostrum e durante l’impero di Augusto, che la riformò a fondo, anche sui principali fiumi dell'Impero fino a tutto il V secolo.

La flotta ebbe un ruolo di primo piano nel I secolo a.C., quando Gneo Pompeo Magno combatté i pirati che infestavano tutto il Mare Nostrum (67 a.C.) e durante le guerre civili che portarono alla fine della Repubblica e all'istituzione dell'Impero con Ottaviano Augusto, nella battaglia di Azio del 31 a.C.. 

Durante il periodo imperiale, il Mediterraneo divenne una sorta di "lago romano" tanto che il ruolo della marina divenne un semplice pattugliamento con lo scopo di tutelare commerci e trasporti. Nel 27 a.C. Augusto fondò la Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, di stanza a Miseno, la prima flotta dell'Impero per importanza, col compito di sorvegliare la parte occidentale del Mediterraneo. La flotta romana, mentre nel Mare Nostrum assumeva il semplice ruolo di pattugliamento, ai margini dell'Impero fu un concreto ed efficacie supporto per le nuove conquiste territoriali ad esempio in Germania sul Reno o in Britannia, dopo aver attraversato la Manica. 
Durante il declino dell’Impero, nel III secolo, la marina fu ridotta sia negli effettivi che nelle capacità di combattimento e quando, agli inizi del V secolo le frontiere furono sfondate da massicce invasioni barbariche, i vandali apparvero sulle rive del Mare Nostrum occidentale e, una volta costituita e varata la propria flotta, saccheggiarono la stessa Roma, senza incontrare la minima resistenza. Ma quando l'Impero Romano d'Occidente crollò, alla fine del V secolo, la marina militare romana d'Oriente continuò ad esistere nell'Impero bizantino, per quasi altri dieci secoli.

Augusto, dopo la battaglia di Azio, decise di compiere una radicale riforma della marina militare. La flotta fu organizzata come un vero e proprio esercito sul mare e coloro che prima erano volontari, divennero professionisti impegnati a servire la flotta prima per sedici e poi per vent'anni. Nel 6 d.C. creò l’aerarium militare, ovvero delle risorse finanziare permanenti che ne permettessero il finanziamento autonomo. 

La flotta all’inizio venne dislocata in Gallia Narbonese, a Forum Iulii, (oggi Fréjus, in Francia sulla costa mediterranea) ma questa base venne sciolta durante la dinastia giulio-claudia e vennero lasciate solo due flotte Praetoriae. Una a Capo Miseno, per la difesa del Mediterraneo occidentale, con la Classis Misenensis composta da circa cinquanta natanti e circa diecimila marinai classiarii, quasi due legioni terrestri. L’altra a Ravenna, la Classis Ravennatis, per la difesa del Mare Nostrum orientale. Le due Classis erano sotto il
Illustrazione di Luca Tarlazzi
comando di un prefetto e ad esse si affiancavano le flotte delle provincie, a supporto delle armate terrestri: la Classis Alexandrina in Egitto, la Classis Germanica sul fiume Reno e la Classis Pannonica nel bacino Danubio-Rava e Sava.

mercoledì 5 febbraio 2014

Chi non si ricorda del nostro amico Bignami?


“RACCONTAMI DI QUELLA VOLTA CHE UN BIGNAMI…”

 BIGNAMI EDIZIONI

La storica Casa Editrice entra nel mondo dei Social Network. Da oggi sarà possibile infatti comunicare direttamente con  Bignami. I ragazzi  sono sul web, sempre più connessi sempre più collegati con i loro smartphone, Bignami vuole esserci, con loro e per loro.

Nasce così la nuova iniziativa. “Raccontami di quella volta che un Bignami…” Fino al 31.03.2014 gli utenti sono invitati a inviare via messaggio privato su http://facebook.com/bignamiedizioni o twittando a @bignamiedizioni , il racconto di come un Bignami li ha aiutati a superare un esame .

Il tuo messaggio o twitt potrà essere pubblicato sulla pagina ufficiale facebook di Edizioni Bignami o ritwittato.

Entro il 10 aprile i tre racconti migliori, scelti direttamente dal team di Edizioni Bignami riceveranno in omaggioLa Poetica di Aristotele” Edizione storica del 1932 scritta dal Professor Ernesto Bignami.

 
EDIZIONI BIGNAMI
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