lunedì 24 marzo 2014

Alpha e Omega...

Care amiche,
mi rivolgo soprattutto alle femmine della nostra specie che leggeranno queste poche righe. Vi regalo alcuni consigli utili per i prossimi incontri con i maschi (umani, eh? Niente vampiri o licantorpi o angeli caduti, tengo a precisare), o meglio, con i Maschi Alfa. Sì care, ecco alcuni utili consigli su come salvarsi la vita e distinguere un Alfa da un Omega. Prima di tutto scopriamo una volta per tutte che cos’è un Maschio Alpha.

Dal punto di vista scientifico dicesi Maschio Alpah nel Regno Animale e nell’accezione più ampia del termine, il maschio dominante. Quello cioè che nelle specie gregarie (lupi, per intenderci e NO!, ripeto, niente creature paranormali, prego) è riconosciuto da tutti i componenti del branco come il leader, colui  che si afferma su tutti gli altri per la propria abilità, forza, intelligenza. In sostanza per i doni che Madre Natura, nella sua lungimiranza, gli ha elargito.

Finita la parabola zoologica. Esclusi i tizi che urinano agli angoli della strada, nelle trombe delle scale o nelle aree di sosta delle autostrade (quelli non marcano il territorio, sono sporcaccioni), resta da chiarire cosa accomuna i maschi Apha del regno animale a quelli umani e perché li amiamo? O è solo nella finzione che vorremmo questi uomini? Provate a immaginare: se aveste un vero alpha tra le "mani", non sarebbe troppo aggressivo, egoista, sexy, sopra alle righe?

Nei Romance paranormali il maschio è ancora più alpha, le autrici creano protagonisti infondendo loro caratteristiche che attraggono l'immaginario femminile (e non solo...) e inventano tragiche storie d'amore in cui un maschio irraggiungibile diventa improvvisamente più umano quando sperimenta l'emozione dell'amore. Sono belli, alti, fisicamente attraenti. Se entrano in una stanza li noterete, eccome. Perchè? Perchè a parte le condizioni estreme di pericolo, in cui dominerà con la forza bruta gli avversari, la sua superiorità non si limita al fisico. E’ anche intelligente.

Questa è la caratteristica che gli fa cadere, tra le braccia, anche la più recalcitrante delle prede e gli permette di schiacciare gli altri maschi, drammaticamente più stupidi, che non avranno altra scelta che tacere per dissimulare la loro ignoranza. Il Maschio Alpha è brillante, è un fine oratore, spinge gli avversari al tappeto con un’eloquenza fluida e argomentazioni affilate. Carisma? Non solo. E’ un concetto molto più fine, che racchiude una buona componente soggettiva. Egli sa affermarsi utilizzando un unico, ferale sguardo. Non s’imporrà mai con l’arroganza ma conquistandosi naturalmente il rispetto di tutti.

Lui non usa artifici. E’ semplicemente lui, nudo e crudo, si piazza al di sopra di tutti gli uomini che vi circondano e qui viene il bello, qui dovete essere attente, scaltre, vigili perchè certi artifici possono migliorare il carisma di un individuo in maniera esponenziale  e far passare un maschio Omega (ultimo della lista) per un maschio Alfa.

Attente. Perché certe capacità artistiche affinano l’estro creativo aumentano il carisma nei confronti del sesso opposto (siamo noi) quasi del 70%. Ecco perchè un cantante o un chitarrista non avranno che da comporre qualche arpeggio per farci cadere prede del loro fascino mendace ("Giochi Proibiti" per le facilone e "Starway to Heaven" per le più scafate...) e anche con i poeti affinate il fiuto: recitando rime strappalacrime, vi possono zompare addosso con estrema facilità, declamando celestiali versi. Siate vigili. Soprattutto quando sentite nell’orecchio rime poetiche come «fammi vedere, baby, il sedere». Non vi deve importare un fico secco se siete da tre ore su una spiaggia al chiar di luna, non cascateci, sono falsi Alpha.

Occhi scaltri anche nei confronti degli sportivi. Esempio classico il surfista tipo californiano (per coloro che surfano nel Mare del Nord, il compito di distinguerlo dai falsi è più arduo...). I capelli lunghi sulle spalle resi selvaggi per gli spuzzi del mare e schiariti dal sole, qualche cicatrice qua e là sui bicipiti: «Ah, questa? Niente tesoro, solo uno squalo alle Hawaii lo scorso autunno.»

Maschi che fanno sognare mucchi di femmine sprovvedute che vedono in loro adoni acquatici, selvaggi e liberi. Qui dovete essere scaltre: il genere trae in inganno, le attività acquatiche non-motorizzate (cacciatori subaquei con arpione, oceanografi, Flipper il delfino...) ci lasciano con la voglia di spiagge bianche e deserte, acque turchesi e bicchieri pieni di coktails colorati sotto un ombrellone di foglie di palma. Bene, non sono Maschi Alfa.

E se è straniero? O ha un accento talmente seducente (e chi non ha mai sognato di fare lezioni di lingua ad un brasiliano, australiano, americano?) da farvi girare all’impazzata gli ormoni solo con il potere di una parola (Luca Ward fa scuola...) che fare? Tappatevi le orecchie con la cera, come suggerì Ulisse ai suoi marinai. Però lui si fece legare all’albero maestro perchè voleva sentirlo il canto di quelle gnocche delle sirene...



mercoledì 19 marzo 2014

Caligola, un pazzo sanguinario?



Gaio Giulio Cesare Germanico sembra sia nato ad Anzio il 31 agosto dell’anno 12. Certo il luogo della morte: a Roma, in una congiura ordita dalla Guardia Pretoriana a soli 29 anni, il 24 gennaio del 41. L’infanzia del piccolo Gaio fu negli accampamenti militari al seguito del padre, Germanico. Era il beniamino delle truppe, indossava l'uniforme dei legionari e ricevette il soprannome di Caligola, il diminutivo di caliga, le calzature che usavano i militari.

Le fonti storiche che ci sono pervenute lo dipingono come un uomo stravagante, despota, eccentrico e sul filo della depravazione ma sono talmente poche e considerate a lui ostili che non possiamo basare il nostro giudizio solo su di esse. 

Ricostruzione del volto del giovane Caligola
Era un personaggio scomodo e molto discusso dal Senato, a lui avverso, ma popolare fra il popolo romano. Purtroppo di lui non ci è pervenuta la parte degli Annales di Tacito, considerato lo storico più scrupoloso e preciso di quel tempo. Pare che Caligola arrivasse al metro e novanta di altezza, con occhi chiari e penetranti. Era un ottimo auriga (conduttore di quadrighe), amante degli sport, delle armi e con un fisico longilineo e ben strutturato.
Villa di Caligola sul lago di Nemi
Suo padre sembra fu avvelenato quando Gaio aveva solo sette anni e quasi tutti i suoi familiari, a parte le tre sorelle, furono o assassinati o spinti dall’allora imperatore Tiberio, al suicidio: nel 31 il fratello Nerone morì a Ponza, suo fratello Druso morì nel 33 di stenti in un sotterraneo della residenza imperiale sul Palatino e il 18 ottobre dello stesso anno moriva sua madre. Caligola, sopravvissuto e penso piuttosto atterrito dagli eventi, fu chiamato da Tiberio nel 37 e cominciò a ricevere le prime cariche pubbliche. Nel 33 Caligola si sposò ma la moglie morì durante la gravidanza, evento che a Roma era purtroppo piuttosto abituale.

L'imperatore Tiberio
A Capri, dove Tiberio aveva eletto la sua residenza ufficiale (e come non capirlo?) Caligola fece amicizia con diversi sovrani stranieri che allora i romani ospitavano in forma di “ostaggi” o ospiti di lusso. Uno di questi era il nipote di Erode il Grande, Giulio Agrippa, portato a Roma dalla madre Berenice, figlia della celebre Salomè. Agrippa è passato alla storia con il nome di Erode Agrippa I, re di Giudea dal 41 al 44.

Il 16 marzo del 37 Tiberio morì a Miseno, a 79 anni. Macrone, prefetto del pretorio, prese il controllo della situazione e organizzò l'ascesa di Caligola che venne acclamato imperatore dai pretoriani e dalle truppe di stanza a Miseno. Il 28 marzo Caligola arrivò a Roma e si presentò davanti al Senato, che gli conferì la massima autorità sullo stato. Aveva 25 anni.

Le ragioni di questa nomina sono diverse: era molto giovane, il padre Germanico era stato un generale amatissimo dai romani poiché, tra l’altro, aveva riportato a Roma le due insegne cadute nella tragica sconfitta di Teutoburgo, quando Roma aveva perduto ben tre legioni sul confine germanico. Pensate: quindicimila uomini e un numero imprecisato di civili al seguito dell’esercito, trucidati in massa dai barbari di Arminio, un ufficiale romano di origine germanica che tradì i romani portandoli al massacro. Forse fu anche l’infanzia di Caligola a giocare in suo favore per la nomina: ricordiamo che la passò negli accampamenti insieme ai soldati. Non in ultimo a suo favore giocò la  parentela sia con Augusto che con Marco Antonio.

Forse il Senato pensava di avere gioco facile con lui e che il giovane, malleabile imperatore avrebbe assecondato la politica del padre, Germanico. Non fu così.Caligola pensò bene di sbarazzarsi dei suoi oppositori con una serie di uccisioni, umiliando l’intera classe senatoria. Nulla che non fosse già accaduto nel passato, comunque. Forse fu il suo comportamento imprevedibile che lo fece identificare come un "pazzo". Nota la leggenda che nominò senatore il proprio cavallo Incitatus  ma risulta evidente che il suo decreto esprimeva il suo totale disprezzo per la Curia Romana. In realtà, Caligola fece probabilmente solo  una battuta affermando che un cavallo sarebbe stato ben più capace dei senatori stessi.

Forse aveva attacchi d'ira ma con l’infanzia che aveva avuto e l’adolescenza costellata di lutti, come non capirlo? Tacito racconta che durante un banchetto Caligola scoppiò a ridere. Un commensale che sedeva accanto a lui gli chiese il perché e Caligola gli rispose freddamente che stava pensando alla morte di quest'ultimo. In seguito sembra l’abbia fatto davvero uccidere. Questo era Caligola.

Egli voleva essere onorato come un dio, sul modello delle monarchie orientali, autocratico, insensibile e imprevedibile, anticipando una tendenza che sarà degli imperatori del III secolo. Pretese di essere divinizzato in tutto l’Impero con templi e statue ma nello stesso tempo si rese popolare con elargizioni alla plebe e costosi giochi circensi.

Nell'autunno del 37 Caligola si ammalò. I mesi di idillio con il popolo romano terminarono. Al primo ricevimento ufficiale dopo la guarigione, bello e con lo sguardo più temibile di una lama, prese a ricordare a cavalieri, senatori, patrizi i giuramenti che essi stessi avevano rivolto agli dèi per la sua guarigione e, con un pretesto, li fece uccidere tutti. Nel ’38 morì la sorella Drusilla con la quale sembra avesse un rapporto incestuoso. Caligola scomparve per alcuni mesi da Roma e vi tornò profondamente cambiato. Seguirono alcuni settimane di persecuzione nei confronti di coloro che avevano pianto o meno la morte della sorella e molti si suicidarono o furono spinti a farlo, compreso il prefetto Macrone.

Destituì consoli, accusò i senatori di ipocrisia, di volubilità visto che avevano decretato onori a Tiberio e ora li decretavano a lui. Non era questa la dimostrazione del loro odio profondo?

Nel ’39 iniziò una campagna in Germania per emulare il padre. Qui avvenne la prima congiura, artefici le due sorelle superstiti, Giulia Agrippina (la futura madre dell’imperatore Nerone) e Giulia Livilla. Vi partecipò anche Marco Emilio Lepido vedovo della sorella Drusilla e Gneo Lentulo Getulico, legato delle legioni stanziate in Germania. Getulico, per avere l'appoggio dei soldati, aveva allentato la disciplina. La congiura non riuscì, Getulico e Lepido furono uccisi e le sorelle mandate in esilio a Ponza.

Caligola si preparò quindi alla conquista della Britannia, invasa nel 55 e 54 a.C. da Cesare, che aveva concluso accordi con le popolazioni locali affinché pagassero a Roma consistenti tributi. Nel ’40 Caligola si trovò di fronte all’oceano ma era pieno inverno e i germani, se pur parzialmente sconfitti, rimanevano un pericolo. Era impossibile distogliere le legioni dal confine del Reno. A marzo del 40 Caligola rinviò l'invasione della Britannia, sarebbe stato Claudio, suo zio e successore, a portare a compimento l'invasione della Britannia nel 43-44.

I senatori continuavano a cospirare contro di lui, vi furono alcuni attentati ma Caligola girava per Roma con un corpo di guardia che si era portato dietro dalla Germania, trenta formidabili cavalieri batavi. Ma neppure loro riuscirono a salvarlo: il 17 gennaio del 41, l’ultimo giorno dei Ludi Palatini, di fronte al palazzo imperiale, venne allestito un teatro mobile con migliaia gli spettatori. Un luogo difficile da controllare o in cui intervenire con tempestività. Con un pretesto i congiurati riuscirono ad allontanare le guardie batave. Caligola arrivò in teatro, poi verso l'ora settima (intorno all'una) volle tornare a Palazzo.

Nel criptoportico, un tunnel sotto il Palazzo Imperiale, la scorta lo perse di vista. Forse incontrò degli attori, forse si fermò a parlare con loro. Cassio Cherea, tribuno delle coorti pretorie, lo colpì improvvisamente con un pugnale tra il collo e la spalla. Caligola cercò di fuggire ma Cornelio Sabino, anch'egli tribuno delle coorti pretorie, lo raggiunse e lo colpì a morte. Fu colpito da non meno di trenta pugnalate. I sorveglianti e le guardie del corpo bloccarono la galleria verso il teatro, i congiurati fuggirono in direzione dei palazzi imperiali e arrivò anche la scorta germanica che uccise alcuni dei congiurati. Nel frattempo, nel Palazzo Imperiale vennero uccise sia la moglie Cesonia sia la figlia di soli otto anni, Drusilla.

Il corpo di Caligola venne trasportato nei giardini Lamiani sull'Esquilino, l’amico Erode Agrippa si occupò del funerale e il corpo venne cremato in fretta, sepolto in forma provvisoria. Quando le sorelle tornarono dall'esilio diedero degna sepoltura al fratello, forse nel mausoleo di Augusto. I consoli convocarono il senato, Caligola venne accusato dei peggiori crimini, la guardia pretoriana si riunì e decise di nominare imperatore Claudio, lo zio di Caligola, trovato ancora in vita nel palazzo imperiale.

Tutte le truppe presenti a Roma si unirono ai pretoriani e il popolo circondò il senato invocando Claudio imperatore. Il Senato decretò in seguito la morte dei congiurati: Cassio Cherea si suicidò così come Cornelio Sabino. 


A Roman Emperor 41 a.D., by Lawrence Alma-Tadema, 1871.







sabato 15 marzo 2014

Accidenti, ve lo voglio presentare!

Vi dirò tutta la verità nient’altro che la verità, su di lui. E’ un libertino, questa specie di sgabello a tre gambe. Origini svedesi, trapiantato in Italia da cinque anni, ha due punti fissi: un telefono pettegolo e una lampada verde germoglio, che getta luce su trame complesse che scorrono veloci...

Devo confessare che quando ieri gli ho fatto capire che dovevo fare “piazza pulita” del suo sciatto disordine, ha arricciato le gambe, gli è tremato il ripiano. Ma poi, come un vero dandy, ha voluto apparire al meglio della forma. Alto, snello, elegante. Un comodino, Signore della Notte.

Del resto su di lui sono passate molte donne (e uomini) indimenticabili: Balogh, Camocardi, Formenti, Kleypas, Camp, Hoyt, M. Kaye, Adrian, Ward, Brokmann, Mcnaugth, Sandra Brown, Lori Foster… per citare solo le sue ultime conquiste. Basta! Non vi elencherò tutte quelle che ha avuto. Seppur Comodino, ha un onore da difendere.

Confesso, viaggia molto. Come un nobile inglese. Recentemente ha visitato l'India (con M.M. Kaye i suoi splendini libri d'amore: l'Ombra della Luna, Padiglioni Lontani e Vento dell'Est), ha conosciuto un grande romano (le Idi di Marzo, di Colleen McCullough), ha scoperto un intrigo con Sandra Brown (Alibi di una notte) e ha attraversato un oceano in compagnia di Dirk Pitt (Clive Clusser, Tesoro).

Ora soffre il mal di mare, ora si dà una regolata e scorrazza nell’antica Roma con Pompei (Robert Harris) e ha fatto due chiacchiere con Augusto, Imperatore d’Europa (Richard Holland), senza dimenticare un giretto in gondola con Alvise Zorzi, Una città una Repubblica un impero. Venezia (697-1797).

Mi sono presa un bello spavento, qualche tempo fa, quando è scampato a un temibile vampiro (Rinascita, La confraternita del pugnale nero vol.10, di J. R. Ward) poi ha ritrovato l’aria scanzonata di sempre ed è ripartito per il Pascolo del Calder (Janet Dailey) senza dimenticare di fare il Rito della Notte (Janet Dailey). Non si fa mancare nemmeno uno dei libri di Linda Howard, perchè è la sua autrice preferita, e a questo punto non mi resta che dire: che personaggio!
 
Sono certa che ha dei segreti inediti, il debosciato, quei libri che usciranno dalla mia penna: Legio Patria Nostra, che arriverà a maggio e un certo Massimo Valerio Messalla, che raggiungerà le sue legioni a fine 2014... caro Comodino, sei affaticato gli ho detto ieri sconsolata. Allora si è rintanato nell’angolino, accanto all’amica Libreria, donna senza scrupoli che nasconde tra il legno e la carta dei ripiani avventure indimenticabili. Sono una coppia davvero unica, non riesco ad averne ragione. Chissà quanti altri segreti nasconde quel tipo a tre gambe. Adorabile, scanzonato, mascalzone. Proprio come piacciono a noi. 
Un vero, avventuroso rubacuori. Il mio Comodino.

martedì 11 marzo 2014

Al lupo! Al lupo!

Intorno a me le ombre degli alberi si allungano. La foresta palpita e respira come una creatura vivente. Fa freddo, ho il fiatone e un brivido mi attraversa la pelle. Alzo gli occhi. Lassù, nitida tra le cime degli alberi, ecco la sfera tonda e magnifica della luna piena. Luna piena? Acc… all’improvviso mi blocco a metà di un passo. Ascolto ogni rumore, ogni fruscio, ogni canto notturno. 
«Awooooooooouuuuu.» Per la miseria, lo sapevo! La solita sfigata, possibile che tra tutte le creature che popolano il bosco, dovevo proprio incappare in un licantropo? 

Il termine deriva dal greco lykos (lupo) e anthropos (uomo) ed è sinonimo di un essere malvagio e feroce, di una realtà negativa. Anche se negli ultimi tempi il trend sembra essere profondamente cambiato, nel panorama letterario mondiale. La leggenda continua e non ha ancora finito di stupirci.

Il lupo ha sempre avuto un valore simbolico ambivalente: predatore per eccellenza, ritenuto in certe popolazioni il protettore della tribù, è anche minaccia per coloro che sono divenuti agricoltori e allevatori e le storie sugli uomini che si trasformano in lupi o viceversa risalgono all’antichità ancestrale dell’umanità. Ben prima dei vampiri. Siamo infatti nell’età del Bronzo, quando gli uomini si aggiravano coperti di pelli e armati di lance di selce, lungo la fredda e inospitale Europa.

Il cliché classico vuole che, nelle notti di luna piena, l’uomo affetto da licantropia si trasformi in lupo aumentando così le proprie facoltà: potenza muscolare, agilità, furbizia e ferocia. Caccia e attacca le sue vittime senza tregua, per squartarle e divorarle scevro di ogni umanità. 
Grande, possente, col muso di lupo e affilate zanne, il corpo coperto di ispidi peli, con coda e spaventosi artigli. Cammina e corre sulle zampe posteriori molto sviluppate, ed è questo che lo rende impressionante. Umano e allo stesso tempo bestia. Forse quel luccichio degli occhi, il loro colore… no! Niente da fare care mie, i canoni di bellezza che tanto piacciono a noi femminucce ebbene, scordateveli.

Per lungo tempo il lupo mannaro è stato associato al vampiro, suo lontano cugino. Del resto qualche punto in comune ce l’hanno: cacciano di notte, uccidono le loro vittime con un morso, la metamorfosi li trasforma in animali. Già lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) ci parla di una popolazione che abitava sulle rive del Mar Nero. Maghi così potenti che potevano trasformarsi a loro piacimento in lupi in modo da poter soddisfare i loro appetiti selvaggi.

Il primo uomo lupo ufficiale della storia sembra fu Licaone (i licaoni oggi sono dei simpatici canidi che popolano la savana africana). Ce lo racconta il solito Ovidio nelle sue Metamorfosi. Molte le varianti del mito, questa la più comune: Licaone era re di Arcadia, grande blasfemo e uomo empio, che Zeus pensò bene di punire per le sue malefatte. Travestito da mendicante il re degli dèi si presentò alla sua corte. Per smascherare il dio in incognito, il furbo Licaone gli serve la carne di un fanciullo ucciso, complici i suoi cinquanta figlioli. Zeus, da quel furbone che è, scopre l’inganno e disgustato rovescia la tavola, fulmina tutti i pargoletti tranne Nittimo il più piccolo, solo perché Gea, bontà sua, glielo impedisce. E Licaone? E' trasformato in un lupo e proprio da questa leggenda questo splendido animale ha preso il suo nome. Nittimo, il figlio superstite salì al trono al posto del padre ma durante il suo regno ci fu un disastroso diluvio (LOL), causato dall'empietà della sua discendenza.
Gli antichi romani, popolo dal pugno di ferro, di poche parole e molti fatti non vedevano il lupo con sospetto. Anzi, era un simbolo di forza, potenza e astuzia. I vexillifer, ufficiali investiti dal grande onore di recare l’insegna della legione, indossavano una pelle di lupo che copriva l'elmo, le spalle e parte della lorica. Il licantropo veniva chiamato versipellis. Essi immaginavano che la pelliccia di lupo fosse celata sotto la pelle e, all’occorrenza, si sostituisse a quest’ultima. Un po’ come rivoltare una toga, insomma. Il messaggio è chiaro: la natura umana nasconde sotto un aspetto dimesso una creatura imprevedibile e pericolosa, spietata anche contro i propri simili.

Petronio, nel Satyricon, per bocca del liberto Nicerate ci racconta la prima trasformazione di un uomo in licantropo. Il nostro protagonista è in cammino per raggiungere, a suo dire, una bella figliola che lo aspetta in campagna. Lo accompagna un amico, un soldato forte e robusto:
alzammo le chiappe al primo canto del gallo, con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno...” racconta il buon Nicerate. Attenzione al dettaglio della luna: per la prima volta, Petronio inserisce l’elemento capace di risvegliare la natura ferina del licantropo, la luna piena."
Nelle vicinanze di un cimitero, il soldato si apparta per i bisogni e Nicerate che canticchia sereno ad un certo punto si gira: per Giove! Il compagno si sta spogliando e, nudo, prima orina sulle vesti e poi si trasforma in un lupo, svanendo nel bosco. Nicerate, stravolto dal terrore, torna a casa di gran carriera e cosa scopre? Che un lupo si è introdotto nel suo casolare e ha fatto strage di pecore. Non vi è dubbio: quell’uomo è un versipellis, un lupo mannaro. D’ora in poi il buon liberto non si avventurerà più a cuor leggero nei boschi.

A partire dall’Alto medio evo (476-1066) il mito si trasforma in superstizione religiosa e in maledizione satanica. Effetti del cristianesimo e del rigore dei lunghi inverni, delle carestie e della paura delle creature selvagge che, in quei secoli bui, popolavano le foreste europee. E che dire del famoso episodio di S. Francesco che ammansisce il lupo, trasmessoci dall’iconografia cattolica nei toni rassicuranti di una fiaba? In realtà potrebbe essere stato un esorcismo, operato dal Santo nei confronti di un posseduto. Sarebbe l’unico caso documentato di liberazione di un lupo mannaro senza la sua violenta dipartita per mezzo dell’argento, dell’acqua pura o dello zolfo.
Ed eccoci nel secolo dei Lumi: una delle storie più celebri è quella della bestia del Gévaudan (siamo nel 1764-67, centro-sud della Francia, dipartimento della Languedoc-Rouissillon). Un centinaio le sue vittime tra donne, vecchi e bambini. La bestia cammina sulle zampe posteriori, ha le fauci di un leone ma sono solo vaghe testimonianze: il grosso problema è che chi la vede, non va più in giro a raccontarlo.

Nonostante l’esecuzione di numerosi lupi (non c’era il W.W.F.), gli attacchi continuarono. Castigo di Dio per punire gli uomini dei loro peccati, la bestia incarnò per anni le più oscure paure e un’atmosfera sinistra regnava sovrana in tutta la regione. Il re inviò il Grand Louvetier (ufficiale reale incaricato della caccia ai lupi) ma il mostro, malgrado periodi di calma, continuò le sue scorrerie in lungo e in largo. Alla fine ci pensò un certo Antoine Chastel. Il cacciatore, benedetto dall'acqua santa, incontrò la bestia sul far della sera (chissà se c’era la luna…), imbracciò il fucile, sparò e... fine del cattivo.Jean Chastel pensò che fosse necessario far vedere l'orrenda creatura al re, farla esaminare da qualche esimio studioso. Quindi ne collocò i resti in una cassa e se ne tornò a Parigi. Ma era agosto, faceva caldo e quando arrivò a destinazione, c’era ben poco da esaminare. Rimase dunque il mistero e le leggende si sa, hanno la pelle dura.
La storia della bestia del Gévaudan ha lasciato un’impronta insanguinata che ha fatto e fa rabbrividire ancora nelle lunghe e fredde sere d’inverno. Un’astuta mossa per incrementare l’isteria collettiva che ogni tanto, nei secoli successivi, è riemersa? Forse è proprio così se nel 2001 Christophe Gans gira un film, con un discreto successo: Le pacte des loups, co-produzione franco-tedesca con la coppia Vincent Cassel - Monica Bellucci, un affascinante Samuel Le Bihan e un Mark Alan Dacascos, stuntman statunitense di origine hawaiana, in ottima forma fisica. Guardare per credere.
Ma come difenderci, come individuare questo mostro che si cela con successo tra i nostri simili? Imperativo guardarsi da chi ha sopracciglia troppo folte o unite al centro, o ha tratti ferini o i canini troppo affilati. Se è pelosissimo è un grosso problema, vi avverto. E se ha il dito indice più lungo del medio, siete fritte: è un sicuro indizio di licantropia. Se poi ha un insano appetito per la carne cruda, prima della luna piena fate le valigie, il pieno alla macchina e imboccate la più vicina autostrada. Sospettate anche di coloro che sono troppo in forma e muscolosi, pur non vedendoli mai nutrirsi in vostra presenza. 

Quasi di sicuro avete a che fare con un licantropo che uccide la notte e divora le sue vittime di nascosto. Una sola fiammella illumina il nostro triste destino: la trasmissione della licantropia per mezzo del morso è pura invenzione del cinema americano, per avvicinarlo ulteriormente al mito del vampiro. Almeno da questo punto siamo in una botte di ferro.

«Awooooooooouuuuu.»
Oddio, eccolo che arriva! Cosa dite, ragazze? Gli controllo l’indice o gli faccio una visita odontoiatrica?

lunedì 3 marzo 2014

Mettiamoli a nudo!

Il Fauno Barberini
Oggi carissime, voglio perorare la causa del nudo maschile. Chi ha detto che ci offende? Chi ha detto che gli uomini nudi sono sgraziati con quel coso che… insomma, avete capito no? Che penzola? Ebbene, fanciulle mie, mi spiace ma l’armonia è maschia, pendolo o non pendolo. Fatevi un giro nella bottega di Mirone, Prassitele o Fidia. Loro conoscevano bene il corpo di un uomo. Diciamoci la verità: come in tutte le cose, gli antichi avevano la loro sacrosanta ragione...

Siamo in Grecia, VIII secolo a.C.: un pantheon di figure maschili soppianta quelle femminili. Basta con Era, Gea, Gaia e la figuretta della fertilità che “impazza” dall’Età del Bronzo. Sappiate che questo archetipo di femmina circolava come oggi fa la foto di Belem Rodríguez. A poco a poco spariscono i grandi seni, i glutei poderosi, i fianchi adatti al parto facile: “oops, scodellami ‘sto pargolo, bella mia, che la specie deve prosperare!” Ecco, cose così, chiaro? Qualcuno per fortuna dice basta. Forse una donna, o forse un uomo. Non lo sapremo mai.

Hermes di Prassitele
Fatto sta che, in Grecia, succede quel che io imploro oggi a gran voce: si rappresentano dèi maschili nudi (finalmente) e dee che invece vengono con rigorosa attenzione rivestite (meno male). Il maschio, l’uomo, l’ànthropos greco o il vir latino sarà da ora in poi ritratto in costume adamitico (Adamo non aveva la foglia di fico, che fu aggiunta dalla censura cristiana) e compito suo sarà umanizzare, strappare dal mito le divinità dell’Olimpo. Saranno da ora in poi scolpite riproduzioni tanto splendide quanto realistiche, ricavando i canoni della scultura che ancora oggi sono i suoi comandamenti. 

Non solo in statue di eccelse proporzioni, come i due tirannicidi Armonio ed Aristogene, o i celeberrimi Bronzi di Riace ma anche in decorazioni di imponenti  architetture: esempio eccelso l’Apollo del frontone occidentale del tempio di Zeus ad Olimpia o le metope sul Partenone  che raffigurano la lotta, senza esclusione di colpi, tra un Centauro e un Lapita.

Il Cronide di Capo Artemisio
Che pensare poi del Cronide di bronzo di Capo Artemisio, in cui l'equilibrio mirabile di braccia e gambe forma una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico della scultura greca. Nulla, nella Storia dell'Arte, accade per caso e c’è di che perdere la testa, credetemi ragazze. 

Il nudo maschile, glorificazione della vita, della bellezza e della perfezione, era la regola assoluta per gli scultori greci come lo era per gli atleti, che mostravano i loro corpi superbi e liberi da ogni costrizione alle Olimpiadi.
Apoxyòmenos
Maestri come Mirone (il Discobolo), Policleto (il Doriforo), Prassitele (Hermes) e Lisippo (l’Apoxyomenos, l’atleta che si deterge il corpo dopo la gara), infonderanno alle loro opere una carica di corporea sensualità, di armonia, di vuoti e di pieni così ben proporzionati da indurre, in colui (o colei) che osserva, sguardi di aperta ammirazione e di struggente desiderio. Chi di noi non sospira davanti alle esplicite e sensuali nudità del Fauno Barberini o non si commuove alla drammatica potenza dei gesti del Laocoonte? 

Chi non ha mai sognato di trovarsi di fronte, in carne e muscoli, la potenza atletica e appassionata del misterioso modello che posò per il Torso del Belvedere? Il tempo ce lo ha restituito invalido, sfegiato, offeso. Ma anche così il messaggio è chiaro: muscolatura possente e vigorosa, forse un eroe nella sua eterna bellezza, forse Aiace che medita il suicidio, seduto su una roccia. Aiace,  il più alto, il più robusto, secondo solo al cugino Achille. Chirone lo ha educato per trasformare l'uomo in un guerriero, unico nell'Iliade a non aver bisogno dell'aiuto degli dèi. Forza, virtù, costanza. Un uomo vero che quel blocco di marmo martoriato ci restituisce senza dubbi, nè incertezze.  

Il Gruppo del Laoconte
Intorno al I- II secolo, quindi in epoca romana, ecco l’Ermafrodito, sempre da un originale greco. La bellezza dei tratti né maschili né femminili di quella figura adagiata su un letto ci irretiscono, giocando sull’ambiguità del lato posteriore esposto e di quello anteriore, che ci sarà per sempre negato. 

Ermafrodito… ma chi era costui? Figlio di Ermes ed Afrodite, divenuto adolescente decise di avventurarsi per il mondo allora conosciuto. Giunto sulle rive di un lago abitato dalle ninfe, fu adocchiato da Salmace. La ninfa, colpita da tanta bellezza e perfezione (eh, lui di certo si aggirava nudo, non ho dubbi!) perse la testa e come lui si tuffò nelle cristalline acque, zac!, lo strinse a sé. A quel punto chiese agli dèi di potersi unire a lui, per sempre. Gli dèi erano tipi dispettosi e quindi i due saranno trasformati in un solo essere, metà uomo e metà donna. Bontà loro (Ovidio, Metamorfosi).

L'Ermafrodito di Galleria Borghese, Roma
Proprio Ermafrodito potrebbe essere l’apoteosi del mito della bellezza, di questi atletici corpi nudi, di questi guerrieri o divinità che saranno i precursori del dio Priapo romano dal fallo smisurato, o dei satiri sempre sessualmente eccitati in giro per le selve, a caccia di giovani fanciulle da deflorare. Il nudo maschile incarna la bellezza, l’armonia, la perfezione un equilibrio mirabile che non avrà più eguali nella Storia dell’Arte umana. Non a caso, ancora oggi dopo quasi tre millenni, ci aggiriamo a bocca aperta di fronte alla potenza artistica di questi capolavori. Questi corpi di maschia simmetria hanno goduto, nei secoli successivi, un lusinghiero e ininterrotto successo, proseguito con l’età romana. 


Il Torso del Belvedere
Poi arrivò il Cristianesimo e tutto venne coperto, censurato con foglie (di fico) e drappeggi di stoffa. Giotto ci prova ad uscire dalla nebbia, nella Cappella degli Scrovegni di Padova, coi corpi esposti dei suoi dannati ma così pallidi e disumanizzati che forse, ai piedi di Lucifero, sono già bestie. Nudo rimane solo il Cristo sulla croce ma ormai i canoni sono quelli della disperazione, del peccato e dell’espiazione. E nudo non lo è del tutto: sul suo inguine giace, quasi sempre, un miracoloso drappo che si regge nel nulla più completo o sul suo scarno bacino.

La Chiesa tuona dal suo scranno e da ora in poi, vietati i corpi nudi. Sarà l’apoteosi della morale sessuofobica, che durerà fino al Rinascimento. Ma Leonardo restituisce dignità ai maschi nudi con l’Uomo Vitruviano, universo ben proporzionato e poi il genio di Michelangelo,  degno erede dei lontani classici greci, ci porta a toccare con il “dito” del suo Giudizio Universale, l’apice dell’arte d’Occidente. 
Il David di Michelangelo
Immortale il suo David in Piazza Signoria, con quella sua pigra mollezza che è solo apparenza, solo un’illusione: in realtà ci vollero tre anni per far uscire da un blocco di marmo un tale eroe che toglieva il fiato allora come lo toglie adesso. Espressione ideale del Rinascimento, il nudo eroico divenne sinonimo di forza, potenza e bellezza. Maschile, ovvio. Bei tempi. 

Rinasce il nudo con Caravaggio, che recupera i modelli dalla strada e li dipinge con crudo realismo, Annibale Carracci e Guido Reni e l’epoca vede il nascere di accademie artistiche dedicate esplicitamente al nudo (anche femminile). Nell’Ottocento la fotografia sostituirà sempre più la raffigurazione scultorea e si affiancherà a quella pittorica, con l’immediata crudezza di un immagine.  

Ma il nudo maschile è già al tramonto. Al suo posto, secondo David Leddick curatore del libro “The male nude” (1999), la società impose la commercializzazione esclusiva di nudi femminili poiché erano erotici e piacevano ai “signori”.  Visto che era un mondo maschilista e a gran parte degli uomini non piaceva la vista di un proprio simile nudo, nessuno si pose il problema se qualche donna avrebbe mai potuto apprezzare il corpo senza veli di un bel maschio adulto e nella piena, dirompente sua sessualità. 

Un’altra scusa che trovarono? Un uomo nudo ha i genitali esposti, la donna no. E la produzione fotografica maschile, dato che aveva un mercato quasi esclusivamente omosessuale in un mondo in cui l'omosessualità era reato in molte nazioni occidentali, divenne  ben presto tabù.

Il modello inglese David J. Gandy
Non so che ne pensate voi ma io, a questo punto, mi sono fatta un'opinione e penso che un 'immagine di David Gandy (un caso che si chiami David?), in tutta la sua maschia armonia, non abbia nulla a che fare con farfalline svolazzanti, virginei culetti o seni riempiti di silicone e innaturalmente sodi. Preferisco il marmo. Preferisco il bronzo.