lunedì 3 marzo 2014

Mettiamoli a nudo!

Il Fauno Barberini
Oggi carissime, voglio perorare la causa del nudo maschile. Chi ha detto che ci offende? Chi ha detto che gli uomini nudi sono sgraziati con quel coso che… insomma, avete capito no? Che penzola? Ebbene, fanciulle mie, mi spiace ma l’armonia è maschia, pendolo o non pendolo. Fatevi un giro nella bottega di Mirone, Prassitele o Fidia. Loro conoscevano bene il corpo di un uomo. Diciamoci la verità: come in tutte le cose, gli antichi avevano la loro sacrosanta ragione...

Siamo in Grecia, VIII secolo a.C.: un pantheon di figure maschili soppianta quelle femminili. Basta con Era, Gea, Gaia e la figuretta della fertilità che “impazza” dall’Età del Bronzo. Sappiate che questo archetipo di femmina circolava come oggi fa la foto di Belem Rodríguez. A poco a poco spariscono i grandi seni, i glutei poderosi, i fianchi adatti al parto facile: “oops, scodellami ‘sto pargolo, bella mia, che la specie deve prosperare!” Ecco, cose così, chiaro? Qualcuno per fortuna dice basta. Forse una donna, o forse un uomo. Non lo sapremo mai.

Hermes di Prassitele
Fatto sta che, in Grecia, succede quel che io imploro oggi a gran voce: si rappresentano dèi maschili nudi (finalmente) e dee che invece vengono con rigorosa attenzione rivestite (meno male). Il maschio, l’uomo, l’ànthropos greco o il vir latino sarà da ora in poi ritratto in costume adamitico (Adamo non aveva la foglia di fico, che fu aggiunta dalla censura cristiana) e compito suo sarà umanizzare, strappare dal mito le divinità dell’Olimpo. Saranno da ora in poi scolpite riproduzioni tanto splendide quanto realistiche, ricavando i canoni della scultura che ancora oggi sono i suoi comandamenti. 

Non solo in statue di eccelse proporzioni, come i due tirannicidi Armonio ed Aristogene, o i celeberrimi Bronzi di Riace ma anche in decorazioni di imponenti  architetture: esempio eccelso l’Apollo del frontone occidentale del tempio di Zeus ad Olimpia o le metope sul Partenone  che raffigurano la lotta, senza esclusione di colpi, tra un Centauro e un Lapita.

Il Cronide di Capo Artemisio
Che pensare poi del Cronide di bronzo di Capo Artemisio, in cui l'equilibrio mirabile di braccia e gambe forma una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico della scultura greca. Nulla, nella Storia dell'Arte, accade per caso e c’è di che perdere la testa, credetemi ragazze. 

Il nudo maschile, glorificazione della vita, della bellezza e della perfezione, era la regola assoluta per gli scultori greci come lo era per gli atleti, che mostravano i loro corpi superbi e liberi da ogni costrizione alle Olimpiadi.
Apoxyòmenos
Maestri come Mirone (il Discobolo), Policleto (il Doriforo), Prassitele (Hermes) e Lisippo (l’Apoxyomenos, l’atleta che si deterge il corpo dopo la gara), infonderanno alle loro opere una carica di corporea sensualità, di armonia, di vuoti e di pieni così ben proporzionati da indurre, in colui (o colei) che osserva, sguardi di aperta ammirazione e di struggente desiderio. Chi di noi non sospira davanti alle esplicite e sensuali nudità del Fauno Barberini o non si commuove alla drammatica potenza dei gesti del Laocoonte? 

Chi non ha mai sognato di trovarsi di fronte, in carne e muscoli, la potenza atletica e appassionata del misterioso modello che posò per il Torso del Belvedere? Il tempo ce lo ha restituito invalido, sfegiato, offeso. Ma anche così il messaggio è chiaro: muscolatura possente e vigorosa, forse un eroe nella sua eterna bellezza, forse Aiace che medita il suicidio, seduto su una roccia. Aiace,  il più alto, il più robusto, secondo solo al cugino Achille. Chirone lo ha educato per trasformare l'uomo in un guerriero, unico nell'Iliade a non aver bisogno dell'aiuto degli dèi. Forza, virtù, costanza. Un uomo vero che quel blocco di marmo martoriato ci restituisce senza dubbi, nè incertezze.  

Il Gruppo del Laoconte
Intorno al I- II secolo, quindi in epoca romana, ecco l’Ermafrodito, sempre da un originale greco. La bellezza dei tratti né maschili né femminili di quella figura adagiata su un letto ci irretiscono, giocando sull’ambiguità del lato posteriore esposto e di quello anteriore, che ci sarà per sempre negato. 

Ermafrodito… ma chi era costui? Figlio di Ermes ed Afrodite, divenuto adolescente decise di avventurarsi per il mondo allora conosciuto. Giunto sulle rive di un lago abitato dalle ninfe, fu adocchiato da Salmace. La ninfa, colpita da tanta bellezza e perfezione (eh, lui di certo si aggirava nudo, non ho dubbi!) perse la testa e come lui si tuffò nelle cristalline acque, zac!, lo strinse a sé. A quel punto chiese agli dèi di potersi unire a lui, per sempre. Gli dèi erano tipi dispettosi e quindi i due saranno trasformati in un solo essere, metà uomo e metà donna. Bontà loro (Ovidio, Metamorfosi).

L'Ermafrodito di Galleria Borghese, Roma
Proprio Ermafrodito potrebbe essere l’apoteosi del mito della bellezza, di questi atletici corpi nudi, di questi guerrieri o divinità che saranno i precursori del dio Priapo romano dal fallo smisurato, o dei satiri sempre sessualmente eccitati in giro per le selve, a caccia di giovani fanciulle da deflorare. Il nudo maschile incarna la bellezza, l’armonia, la perfezione un equilibrio mirabile che non avrà più eguali nella Storia dell’Arte umana. Non a caso, ancora oggi dopo quasi tre millenni, ci aggiriamo a bocca aperta di fronte alla potenza artistica di questi capolavori. Questi corpi di maschia simmetria hanno goduto, nei secoli successivi, un lusinghiero e ininterrotto successo, proseguito con l’età romana. 


Il Torso del Belvedere
Poi arrivò il Cristianesimo e tutto venne coperto, censurato con foglie (di fico) e drappeggi di stoffa. Giotto ci prova ad uscire dalla nebbia, nella Cappella degli Scrovegni di Padova, coi corpi esposti dei suoi dannati ma così pallidi e disumanizzati che forse, ai piedi di Lucifero, sono già bestie. Nudo rimane solo il Cristo sulla croce ma ormai i canoni sono quelli della disperazione, del peccato e dell’espiazione. E nudo non lo è del tutto: sul suo inguine giace, quasi sempre, un miracoloso drappo che si regge nel nulla più completo o sul suo scarno bacino.

La Chiesa tuona dal suo scranno e da ora in poi, vietati i corpi nudi. Sarà l’apoteosi della morale sessuofobica, che durerà fino al Rinascimento. Ma Leonardo restituisce dignità ai maschi nudi con l’Uomo Vitruviano, universo ben proporzionato e poi il genio di Michelangelo,  degno erede dei lontani classici greci, ci porta a toccare con il “dito” del suo Giudizio Universale, l’apice dell’arte d’Occidente. 
Il David di Michelangelo
Immortale il suo David in Piazza Signoria, con quella sua pigra mollezza che è solo apparenza, solo un’illusione: in realtà ci vollero tre anni per far uscire da un blocco di marmo un tale eroe che toglieva il fiato allora come lo toglie adesso. Espressione ideale del Rinascimento, il nudo eroico divenne sinonimo di forza, potenza e bellezza. Maschile, ovvio. Bei tempi. 

Rinasce il nudo con Caravaggio, che recupera i modelli dalla strada e li dipinge con crudo realismo, Annibale Carracci e Guido Reni e l’epoca vede il nascere di accademie artistiche dedicate esplicitamente al nudo (anche femminile). Nell’Ottocento la fotografia sostituirà sempre più la raffigurazione scultorea e si affiancherà a quella pittorica, con l’immediata crudezza di un immagine.  

Ma il nudo maschile è già al tramonto. Al suo posto, secondo David Leddick curatore del libro “The male nude” (1999), la società impose la commercializzazione esclusiva di nudi femminili poiché erano erotici e piacevano ai “signori”.  Visto che era un mondo maschilista e a gran parte degli uomini non piaceva la vista di un proprio simile nudo, nessuno si pose il problema se qualche donna avrebbe mai potuto apprezzare il corpo senza veli di un bel maschio adulto e nella piena, dirompente sua sessualità. 

Un’altra scusa che trovarono? Un uomo nudo ha i genitali esposti, la donna no. E la produzione fotografica maschile, dato che aveva un mercato quasi esclusivamente omosessuale in un mondo in cui l'omosessualità era reato in molte nazioni occidentali, divenne  ben presto tabù.

Il modello inglese David J. Gandy
Non so che ne pensate voi ma io, a questo punto, mi sono fatta un'opinione e penso che un 'immagine di David Gandy (un caso che si chiami David?), in tutta la sua maschia armonia, non abbia nulla a che fare con farfalline svolazzanti, virginei culetti o seni riempiti di silicone e innaturalmente sodi. Preferisco il marmo. Preferisco il bronzo.

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