lunedì 28 aprile 2014

Scusi, lei è Dracula?

Vlad Tepes, l'Impalatore
Epoca: anno del Signore 1335. Luogo: le steppe sconfinate dell’Asia.

Il primo è stato un certo Timur-i-lang, Tamerlano che costruiva torri coi teschi dei suoi nemici per illuminare la steppa. Pare che Milton, ne “Il Paradiso Perduto”, si sia ispirato proprio al conquistatore tartaro per il personaggio di Satana. Passano i lustri (1456) ma non cambia molto il contesto: le terre fosche di Romania con Vlad Dracul padre (il drago) e Vlad Tepes figlio (l’impalatore). Pali di castagno, nemici infilzati come pollastri e bambini arrostiti sui fuochi da campo. Storia o leggenda? Uomini divenuti demoni o demoni divenuti uomini per inondare la Terra di sangue?

Certo è che anche qui c’entrano gli italiani, come nel caso dei romance storici e di Rafael Sabatini, vi ricordate? Il primo a scrivere di vampiri, infatti, fu John William Polidori (1795- 1821) scrittore di origine italiana appunto, segretario e medico personale del poeta George Byron. Egli scrisse “Il vampiro”, racconto capostipite della letteratura moderna sulla creatura che si nutre di sangue umano.  Bram Stoker si è ispirato a lui, quasi cento anni più tardi, per creare “Dracula” un romanzo dalle tinte fosche, gotiche e terrificanti.

Ma tutto parte dal sangue, simbolo onnipotente della nascita e della morte. Dagli uomini primitivi, agli Assiri, dai popoli Mesopotamici, agli Ebrei e fino all’epoca storica, in quasi tutti i racconti mitologici la specie umana appare creata a partire da un impasto di argilla con la carne e il sangue di un dio, messo a morte. Oltre a svolgere una funzione simbolica il sangue è anche elemento essenziale della conoscenza empirica, con i riti sacrificali che permettono di leggere il volere degli dèi, l’esito delle battaglie, i presagi del futuro. 


Gli Aztechi e i cuori strappati grondanti di sangue, il sangue di Cristo, sacrificio supremo che redime l’Umanità dal peccato. Bere sangue per vincere la morte, il sangue-vino di ogni Eucarestia. Fa venire i brividi, no? Forse siamo tutti un po’ vampiri? Forse. Ricordiamoci che in tutte le lingue del globo terrestre vi sono espliciti riferimenti al sangue e a come esso allunga, nella vita quotidiana, il suo potente riflesso sull’immaginario collettivo (frustare a sangue, avere il sangue blu, giuramento di sangue, entrare nel sangue, buon sangue non mente…).

Come poteva il sacro liquido non diventare “cibo”? Nettare che fa vivere in eterno, che crea mostri ed eroi, che dona giovinezza e potere, vince malattie e crea uomini superiori, temibili e bellissimi? E’ il sangue che crea il vampiro e non viceversa. E’ dal sangue versato che nasce la creatura capace con il romanticismo, di incarnare l’eroe del male, il figlio di Lucifero, la creatura della notte. La fantasia ha fatto il resto, la penna di scrittori arguti ha dato sembianza al “sangue” fondendo tra loro i denti dei lupi (i predatori carnivori che per secoli hanno terrorizzato l’Europa), le ali dei pipistrelli (mostriciattoli notturni che volano silenziosi la notte) e la morale “diabolica” di uomini capaci di uccidere per il gusto perverso di farlo. Anche l’ignoranza a proposito di certe malattie durante il Medioevo ha dato una bella “scrollatina” alla fantasia popolare: lo xeroderma pigmentoso (rara malattia genetica in cui il soggetto colpito non può esporsi ai raggi ultravioletti, pena la comparsa di lesioni tumorali) e l’idrofobia (malattia che scatena comportamenti aggressivi e sensibilità alla luce) e che viene trasmessa tramite un morso. Cani, lupi volpi e pipistrelli. Vi ricorda niente?
Creature efferate ma romantiche, oggi i vampiri ci fanno sognare: si nutrono di sangue (!) animale, sono gentili, si innamorano, soffocano la “fame” con espedienti un po’ ridicoli ma che funzionano alla perfezione. Belli, immortali, mai ammalati… ma la nostra non sarà invidia per questi dèi viventi e maledetti?

Al contrario degli Zombie, creature decerebrate e incapaci di tenere una qualsiasi conversazione con l’eroina di turno (e chi ci riuscirebbe con un tizio che vuole succhiarti il cervello?) con i vampiri le donne parlano, eccome! Ci raccontano l’esperienza di una vita “senza limiti”, basata sui principali istinti che muovono l’intera nostra esistenza: il desiderio, la riproduzione e la paura della morte. Affascinano a tal punto da farci accettare la loro natura che va contro ogni principio della morale (umana). 
Castle Bran, in Transilvania
Tra l’erba e le tombe, in foreste piovose e impenetrabili, in castelli in cima a rupi scoscese (vedere il film “Van Helsing” in cui, tanto per cambiare, l’eroe è il cacciatore di vampiri l’affascinante Hugh Jackman. Lo so, lo so… ma io il film non l’ho mica guardato per la sceneggiatura!), di volta in volta il vampiro diventa eroe pericoloso e romantico e ormai gli offriamo, consenzienti e sottomesse la nostra giugulare. Il vampiro, da qualche anno, si è trasformato: non si accontenta solo di far sbavare tutte le ragazze in età da marito in circolazione ma vuole umanizzarsi, vuole amare e perché no, soffrire per amore. Messaggio erotico irresistibile.

La domanda mi sorge spontanea: ma perché? Perché vogliono rinunciare a questa immortalità, alla loro bellezza terrificante, al loro essere superiori per discendere, con ali nere e denti affilati, tra queste creature bisognose di affetto e bellissime, meglio se vergini e sempre single? (ma i comuni maschi mortali che fanno? Ah, sì, sono allo stadio...). Forse innamorandosi il vampiro cede a una tentazione sia sentimentale che fisica. Forse la loro perfezione è il mito su cui la storia d’amore nasce e cresce, in cui la protagonista vive il Grande Amore senza fine, il Grande Sogno d’amore. 

Immortale, appunto. Proprio grazie al sangue e ai denti che penetrano nella carne in un atto esplicitamente sessuale. Allora eccole, le nuove vittime di questi affascinanti e quasi-umanizzati vampiri che se ne vanno a zonzo di notte per cupe foreste e tetri villaggi sicure di sopravvivere anzi, certe che prima o poi incontreranno il vampiro della loro vita. Addio... addio obsoleto principe di Biancaneve! 

Del resto anche Tamerlano ripeteva spesso, mentre ammucchiava teschi davanti alle mura di Samarcanda «Eerein mor nigen bui» ovvero: «Il sentiero di un uomo è uno solo». 
Ma quello dei vampiri? Ragazze, sono sicura che c’è la fila, per trovarlo!






lunedì 21 aprile 2014

Amor cortese, amor di cavaliere...

Quando fantastico sull’epoca medioevale, la mia immaginazione vola ai bei cavalieri coperti da lucenti armature, ai tornei, alle affascinanti eroine minacciate di essere rapite dal cattivo di turno… a quei tempi almeno una giornata su tre era festiva, grazie alle numerose celebrazioni cattoliche e alle fiere dei villaggi dove era possibile assistere alle “giostre”, sfide in cui uomini coraggiosi si affrontavano in sella a possenti destrieri. Originariamente le armi impiegate erano autentiche ma già nel XIII secolo i contendenti si affrontavano con armi dette “cortesi” ovvero, lance e spade spuntate anche se gli scontri rimasero talmente cruenti che gli incidenti erano inevitabili. 

  Se un cavaliere sfidava il rivale toccava con la punta della spada lo scudo sospeso sotto le insegne del rivale, la sfida non poteva che essere accettata. Lo sfidante, preparata l’armatura, si presentava alla dama alla quale dedicava il combattimento portando al braccio, sulla lancia o attorno al collo un fazzoletto con i colori della prescelta. Rumore di zoccoli sulla terra battuta, schianto di lance, boato metallico di scudi… se uno dei due contendenti veniva disarcionato, l’altro scendeva a terra per continuare il duello con la spada o con la mazza e alla fine i giudici designavano il vincitore che riceveva il premio: le armi e il destriero del perdente. Restava da concludere la “faccenda” con la dama e qui scopriamo cose davvero interessanti…
Solo a partire dal IX secolo, con la mediazione della Chiesa Cattolica, comincia a diffondersi nella società medioevale la monogamia ma il vincolo tra futuri sposi, almeno presso le famiglie aristocratiche, è strettamente legato alla convenienza, un espediente per conquistare prestigio e ricchezze. Attenzione: è solo in quest’epoca che il matrimonio comincia a diventare un sacramento e il prete, all’inizio, ha la sola funzione di “testimone” del legame tra uomo e donna (ricordiamoci che allora il clero non era vincolato col celibato e i preti, “sessualmente attivi” non si preoccupavano più di tanto della vita sessuale del loro “gregge”). Fu solo nei due secoli seguenti che la Chiesa fece del matrimonio un sacramento religioso grazie all’uso della “benedizione del letto” e della casa dei giovani sposi che identificavano questa pratica con la garanzia di un legame fecondo e benedetto. Tra l’altro, solo i figli nati nel vincolo sacro del matrimonio, avevano il diritto all’eredità di titoli e di beni.  
Con la riforma Gregoriana dell’XI secolo che sancì la castità del clero, le cose si guastarono parecchio. La Chiesa, imponendo il celibato ai preti, circoscrisse l’atto sessuale alla sfera coniugale imponendo ai credenti un unico matrimonio indissolubile.  Essa invase anche la sfera privata, imponendo ristrette regole all’interno della coppie: vietato “consumare” la domenica, durante i quaranta giorni che precedono la Pasqua, a Natale e durante la Pentecoste e in genere in tutti quei giorni (numerosissimi) in cui si festeggiava un santo. Secondo lo storico francese Flandrin, se i nostri “piccioncini” avessero osservato scrupolosamente queste imposizioni, aggiungendo i periodi “critici” femminili (il mestruo, le gravidanze, l’allattamento), erano fortunati se potevano contare tre, quattro “capriole” sul pagliericcio al mese e udite udite, l’uomo era qualificato come adultero se “abbracciava” la moglie con troppa passione. 

Nulla era più infamante che amare una sposa come una prostituta! Non stupiamoci quindi se alcune pratiche del talamo vennero bandite ed etichettate come sporche. Solo la posizione del “missionario” era ammessa, tutte le altre forme di accoppiamento venivano condannate senza appello. Guai se la donna avesse assunto la posizione “mulier super virum”: la maledizione di Satana sarebbe calata sugli impudenti, facendogli generare figli deformi, mostruosi, lebbrosi… geniale essere una giovane coppia di sposi nel Medioevo, eh?  

Che dire dei trovatori che cantavano le romantiche gesta degli eroi innamorati, i poemi, le ballate? Dell’amore cortese, come quello di Tristano e Isotta? Rassicuratevi, esiste ed è esaltato come un amore che rispetta le regole della cavalleria, profondo e venerabile. Esso trova le sue origini nella letteratura del Levante e in quella Arabo-Andalusa e sembra che il primo a cantarne le lodi, in lingua d’Oca, fu Guglielmo IX di Poitiers, nel corso della sua crociata in Oriente. Grande amatore, fu probabilmente il primo a codificare questi aneliti di “amor cortese” al solo scopo di rivaleggiare con l’ideale religioso che si dava al culto del matrimonio. 

Eh sì, care mie, l’amore cortese altro non è che amore “adulterino” ma abbiamo ben capito che ci sono circostanze attenuanti, no? Ma i cavalieri che professano l’amor cortese, chi sono? Dato che il matrimonio è la negoziazione di un contratto, sovente imposto e le famiglie si preoccupano solo del primo figlio per non dilapidare la fortuna del casato, tutti gli altri “pargoli” sono destinati agli ordini ecclesiastici o introdotti all’arte della guerra e della cavalleria. Questi ultimi devono combattere molte battaglie per racimolare un gruzzolo sufficiente e si sposavano tardi o non si sposavano affatto. Sono loro che costituiscono la “popolazione” turbolenta, quella frustrata e rude che si trova di fronte a spose deluse dal matrimonio imposto dalla famiglia. Il codice dell’amore cortese legittima e ritualizza dunque un desiderio carnale e spirituale che non può, per cause di forza maggiore, fiorire all’interno della coppia sposata.
  
Nasce un così l’amore casto (occhio, non ho detto platonico!) che si insinua nel corpo e nell’anima dell’innamorato: il desiderio si amplifica, si ingrandisce perché l’oggetto del suo amore, la dama di rango superiore, si rende inaccessibile o indifferente. Già allora le donne avevano capito che per rendersi desiderabili bisogna farsi… desiderare. Questo tipo di amore diventa un gioco organizzato da uomini per gli uomini e potremmo dire che entra a far parte dell’educazione di un cavaliere perché, per arrivare allo “scopo”, egli deve dare prova di virilità, di forza e di coraggio ma, nello stesso tempo, deve imparare a controllarsi, a mantenere un contegno adeguato. Bisogna salvaguardare la dama dalle calunnie e mantenere segreto l’amore, soprattutto al marito... cornuto! 

La donna, adorata fino all’ossessione attira gli sguardi, risveglia l’impulso carnale dei cavalieri, si concede e nega con arguzia in una progressione sottile che ha come fine far apprendere al cavaliere come padroneggiare gli istinti e il corpo, messo a dura prova dall’eccitazione e dal pericolo. Succede così anche per Ginevra e Lancillotto… 
Ne “Il Romanzo della Rosa”, opera francese del XII secolo, il protagonista entra in un giardino dove in uno stagno magico si riflette un roseto. Egli vorrebbe cogliere una rosa ma senza ferirsi con le spine… la metafora è chiara: la dama è la rosa inaccessibile, pericolosa ma ardentemente agognata e il protagonista il cavaliere che si strugge, pronto a tutti i sacrifici pur di conquistarla.

Non è per questo che Amanda Quick fa nascere l’amore tra Alice e Richard de Scarcliffe? O Johanna Lindsey immagina Rowena, mentre commette l’atto supremo di condanna per l’epoca abusando sfrontatamente di Warrick? E tutto questo, non lo trovate follemente romantico?



lunedì 14 aprile 2014

Un nuovo nato, il Romance!


Vi siete mai chieste quali sono le origini di questo genere letterario che ci fa tanto sognare?  

I primi romance a sfondo storico fanno la loro comparsa nel mondo editoriale all’inizio degli anni ’20 del Novecento, in un contesto storico davvero singolare. Siamo negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale e i reduci, tornati alla vita civile, devono prendere atto di un mondo completamente cambiato: il lavoro nei campi, nelle fabbriche, negli uffici è stato portato avanti quasi totalmente dalle donne che, investite di nuove responsabilità, hanno maturato la consapevolezza del loro valore. Ed è proprio di quegli anni il boom dei mezzi di comunicazione di massa: radio, telefono, cinema, con la diffusione dell’istruzione e dei libri. I primi veri passi verso l’emancipazione delle donne che escono da un ghetto che le ha tenute prigioniere per… secoli! 
 
In questo clima, Georgette Heyer (1902-1974) e lo scrittore italo-inglese Rafael Sabatini (1875-1950) rilanciano lo stile del romanzo storico-avventuroso. La prima con le sue storie ambientate nel periodo della Reggenza Inglese e l’altro con le avventure di Scaramouche, di Capitan Blood e del Cigno Nero. Ma non sono gli unici: in Francia appare Delly, pseudonimo collettivo di Jeanne Henriette Marie de La Rosière (1875-1947) e di suo fratello Frédéric Petitjean (1876-1949), autori a quattro mani di una serie di romanzi rosa di grande successo dai primi del secolo fino agli anni Quaranta. 

In Inghilterra invece, nel 1923, pubblica il suo primo libro Barbara Cartland (1901-2000) che arriverà a dare alle stampe la considerevole cifra di 730 romanzi in tutta la sua prolifica carriera. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al di là dell’Atlantico, una giovane giornalista, divenuta celebre per un’intervista a Rodolfo Valentino, Margaret Mitchell (1900-1949), dà alle stampe il suo unico romanzo che resterà nel cuore di intere generazioni, Via col vento e nello stesso periodo un'altra autrice americana, Kathleen Winsor, pubblica Forever Amber. Entrambi i romanzi sono storici: il primo è ambientato durante la Guerra di Secessione degli Stati Uniti e il secondo, che ha come protagonista un’orfana, nel XVII secolo. 

In Francia, patria del sentimentalismo, qualche anno più tardi (1957), viene pubblicato il celebre romanzo Angelica, Marchesa degli Angeli, la cui vicenda è ambientata nella Francia del XVII secolo. Gli autori, due coniugi, Anne (1921-vivente) e Serge Golon (1903-1972) che scrissero ben tredici romanzi con la bella Marchesa come protagonista e da essi vennero tratti cinque fortunati film interpretati da Robert Hossein (Joffrey de Peyrac) e Michèle Mercier (Angelica).

Il genere del romance storico rimase però negletto fino al 1972, quando una scrittrice nata nella romantica Louisiana, Kathleen Woodiwiss (1939-2007), dà alle stampe il suo primo romance, Il Fiore e la Fiamma con l’editore Avon. Era il primo romanzo che seguiva i protagonisti fin nella camera da letto e fu una totale rivoluzione per due motivi: uscì direttamente in edizione “tascabile” anziché con copertina rilegata e venne distribuito anche nei “drugstore” e nei grandi magazzini, non solo nelle librerie. Del libro vennero vendute più di due milioni di copie e, visto il grande successo, la casa Editrice Avon continuò su questa strada e nel 1974, pubblicò il secondo romanzo della Woodiwiss, Il Lupo e la Colomba, insieme a due romanzi scritti dalla debuttante Rosmary Rogers (1932-vivente)

Uno dei due libri della Rogers, Passione Insolente si vendette in due milioni di esemplari nelle prime tre settimane di pubblicazione. Nel 1976 negli Stati Uniti vennero pubblicati più di centocinquanta nuovi romanzi d’amore a sfondo storico che totalizzarono quaranta milioni di copie vendute. Le copertine originali di questi romanzi, sia negli Stati Uniti che in Europa, rappresentavano quasi sempre donne leggermente discinte, abbracciate strettamente dall’eroe in questione ragione per cui, questo genere di romanzo, venne soprannominato bodice-rippers, letteralmente, strappatori di corsetti.
Nei primi anni Ottanta apparve un articolo sul Wall Street Jurnal che si riferiva ai libri bodice-rippers come «la risposta dell’editoria al più venduto hamburger di Mcdonalds, il Big Mac». L’articolo citava: they are publishing's answer to the Big Mac: they are juicy, cheap, predictable, and devoured in stupifying quantities by legions of loyal fans (sono succulenti, a buon mercato, prevedibili e divorati in quantità stupefacenti da legioni di leali fans). Oggi molto è cambiato da allora e il termine “bodice-rippers” è considerato insultante dall’industria della letteratura sentimentale, con buone ragioni direi. 

Il grande successo di questi romanzi creò subito un nuovo stile di scrittura. Esso prende spunto da una finzione a sfondo storico, di solito ben documentato ma che non prevarica mai la storia d’amore tra i due protagonisti. Un'eroina “indifesa” intreccia una relazione amorosa con un eroe che, spesso, è proprio colui che l’ha messa in pericolo... Le protagoniste dei romance hanno, in genere, comportamenti molto vicini a quelli contemporanei e sono più colte delle donne della loro epoca, disinibite e monogame. La loro età è intorno ai diciannove, vent’anni e spesso sono povere e socialmente inferiori ai protagonisti maschili. Questi, al contrario, sono più “esperti”, intorno ai trenta, trentacinque anni e mentre le donne solitamente sono vergini, gli uomini sfoggiano esperienze amorose spesso estreme per quei tempi, vista la prestanza e perchè no, la classe sociale che, nel loro caso, è quasi sempre nobile. 
La fantasia delle autrici spazia in ogni periodo storico anche se in genere esse tendono a scegliere periodi ben definiti: l’epoca vichinga (800-1000), il periodo Medievale (938-1485), il Rinascimento (1492-1603), l’epoca Georgiana (1714-1810) l’epopea del West americano (1865-1896), l’epoca della Reggenza (1811-1820) fino al lungo regno della Regina Vittoria (1832-1901). Nel 2001 negli Stati Uniti sono stati pubblicati quasi ottocento romanzi storici ma negli anni seguenti il numero è gradualmente sceso fino a circa la metà. Nel 2009 la casa editrice Kensington Books ha dichiarato di ricevere meno manoscritti di romanzi storici e che molte delle sue autrici sta cominciando a rivolgersi al contemporaneo. 
Ma guarda un po’...

sabato 12 aprile 2014

Signore, in guardia!

Molto prima delle “suffragette” o dei movimenti di emancipazione, le donne si sono arrogate una prerogativa che, all’epoca, era considerata appannaggio maschile: il duello. Nei secoli le donne ne furono sempre escluse ma noi sappiamo come creare le eccezioni che confermano la regola...
L’origine del duello risale agli albori della storia. Le prime tracce le troviamo ai tempi dell’antica Roma: lo storico Tacito, nel I secolo, racconta che in molte delle tribù germaniche in procinto di farsi guerra vi era l’abitudine di catturare uno dei nemici e di sfidarlo in un “singulare certamen”, il cui esito sarebbe servito da presagio per le sorti della battaglia. In seguito, il duello divenne torneo, la tenzone a metà tra gioco, addestramento alle armi e regolamento di conti. Pratica che avveniva per lo più in ambiente militare maschile.
Esso si trasformò, lungo i secoli, nel “duello giudiziario”, portato proprio dall’orda barbarica che avanzava, laddove l’Impero romano cominciava a sfaldarsi. Siamo agli albori del Medioevo, dunque e nasce qui il duello per il "regolamento di conti". A lasciargli il passo era stato il “duello ordalico” (dal tedesco urteil, verdetto) come prova assoluta della verità. In quell’epoca si chiamava Dio per avere il suo giudizio su chi aveva torto o ragione ed esso diventava prova inconfutabile anche nei tribunali.

In Scandinavia, nel Medioevo, le donne potevano essere sfidate a duello da un uomo. In quel caso la sfidata (ho detto “sfidata”, non sfigata…) era obbligata ad accettare di battersi ma al  “sesso debole” veniva accordato un vantaggio: l'uomo, armato di mazza, era calato in un buco scavato nel terreno fino alla cintola. La donna era invece libera di muoversi, dominandolo. Poteva così girargli intorno e colpirlo con una specie di fionda, munita di una pietra a una estremità. Se l’uomo colpiva per tre volte il suolo con la mazza, senza sfiorarla perdeva la sfida.
Il famoso "duello d’onore", quello di cui tanto leggiamo nei romanzi, visse la stagione più gloriosa nel Rinascimento ma già intorno al 1300, era diventato lo strumento principe per risolvere le controversie private e ce n’erano tante, credetemi! Ma vediamo come se la sono cavata le femminucce.
Agli inizi del XIX secolo, in Argentina, i quotidiani raccontarono un fatto clamoroso,che destò scalpore nella società bigotta di quel tempo: si trattava di un duello tra donne dell’alta aristocrazia e il “corpo del reato” apparteneva a un famoso uomo politico. Non solo le sfidanti erano donne ma lo erano anche i padrini e il medico. Cinque complici, scandalosamente tutte femmine. Il duello era al “primo sangue”, ovvero alla prima comparsa del fluido che lava onte e cancella peccati e solo allora le duellanti si sarebbero ritenute soddisfatte. I cronisti dell’epoca si trovarono in contrasto circa l’esito dello scontro (!), qualcuno sostenne che una avesse subito uno sfregio su una guancia e, per questo motivo, fosse sparita dalla circolazione. Altri erano pronti a giurare che il sangue non fosse sgorgato per nulla e che una delle due avesse abbandonato il campo, per la vergogna di essersi battuta per un uomo.

Duello nel Bois de Boulogne
In Francia, durante il regno di Luigi XIII (1610-1643), i duelli erano divenuti veri e propri spettacoli. A nulla potevano gli editti reali o i terribili castighi per chi fosse sorpreso in flagrante reato. Il cattivo esempio degli uomini non tardò ad influire sulle donne. Si narra che a quel tempo, a Parigi, due dame di corte si batterono in duello a colpi di pistola. Il re ricordò ai suoi cortigiani, che si lamentavano per lo scandalo, che la proibizione riguardava soltanto gli uomini.

La bella Marchesa di Nesle
Qualche anno dopo, sotto il regno di Luigi XIV (1643-1715), si svolse un duello tra la principessa di Polignac e la marchesa di Nesle. Esse si affrontavano per il bel duca di Richelieu, non il Cardinale ma un suo pronipote, famoso “tombeur de femmes” e, si dice, ispiratore di Choderlos de Laclos per il personaggio di Valmont de “Les Liaisons dangereuses”. Di questo affascinante duca esse si disputavano il cuore, senza poterne ottenere la mano, essendo ambedue maritate ed entrambe sue amanti (wow), mortalmente gelose l’una dell’altra. Le cronache del tempo raccontarono tutto con dovizia di particolari.

Il duello avvenne al Bois de Boulogne. La Marchesa di Nesle propose la pistola e, una di fronte all’altra, si prepararono a far fuoco. Sembra che la Principessa di Polignac, davanti all’avversaria, abbia dichiarato in tono glaciale: “Mia cara, la collera vi fa tremare la mano.” Tirarono insieme, la marchesa di Nesle, colpita di striscio al seno, si accasciò a terra. Ai  padrini, che tosto la sollevarono, dichiarò di esser felice di aver versato il suo sangue per il duca e sperava, col suo sacrificio, di non essere più costretta a dividere i di lui favori. Pia illusione: quella stessa sera il duca, informato del duello, sembra avesse commentato: “Phuà, io non sacrificherei uno solo dei miei capelli, né all’una né all’altra”. Capito il gran macho, eh?

All’inizio del XIX secolo, nei pressi di Strasburgo, assistiamo a un altro duello. Coinvolte due dame aristocratiche, una francese e l’altra tedesca (l'amore non ha confini). L’uomo che si disputano è un affascinante giovane pittore. Arrivate sul luogo della sfida, le due antagoniste si affrontano alla pistola. Fatti i venticinque passi, si mettono di fronte, prendono la mira… fuoco! Ne escono entrambe illese ma la tedesca insiste per continuare. Vuole un duello all’ultimo sangue, ovvero fino alla morte di uno dei due contendenti. A questo punto i padrini, donne anche loro, si oppongono e le disarmano di forza. Ma contrariamente alla solenne tradizione maschile, entrambe rifiutano di riconciliarsi.

Consentitemi qui una breve digressione. Durante il Rinascimento, la scuola di scherma italiana era conosciuta in tutta Europa. Il maestro più famoso era Guido Antonio di Luca, esponente della cosiddetta "Scuola Bolognese", maestro di Achille Marozzo e del Capitano Giovanni de' Medici, il famoso ed eroico Giovanni delle Bande Nere. La Scherma è considerata un'Arte (la A è maiuscola) e gli stessi trattati in cui è descritta sono opere sublimi, con incisioni di gran qualità e un uso elegante ed erudito della lingua italiana. Trattati come quello del bolognese Achille Marozzo (1517-1536-1568) o di Antonio Manciolino (1531) e Camillo Agrippa (1553), definiscono il metodo, che sarà alla base di tutta la ricerca dei maestri successivi, italiani ed europei. 

Lina Cavalieri
Veniamo a un duello di casa nostra. La protagonista è Lina Cavalieri (1875-1944), vedette e cantante della belle epoque, definita la “donna più bella del mondo”, tanto da rivaleggiare con la Belle Otero. Sembra che abbia sfidato, in quel di Roma, una nota attrice di teatro. La Cavalieri, a braccia nude e stivaletti, combatté con onore dimostrando di saper usare la spada tanto da ferire, in modo non grave, l’avversaria. Forse la bella Cavalieri approfittò del duello per far parlare di sé ma dimostrò senza dubbio una buona dose di coraggio…

L’articolo è solo un assaggio, per ovvi motivi di spazio ma se volete approfondire l’argomento, vi consiglio di approcciare l’argomento con questo sito della scherma storica, F.I.S.A.S.: http://www.scherma-antica.org/oppure il sito della F.I.S.: http://www.federscherma.it/index.asp

I signori maschi inorridiscono solo a sentir parlare di armi d’offesa in mano alle signore ma non si rendono conto che la scherma, arte marziale di antichissima origine, è in realtà una “gentil signora”... e ora vi cito una famosa battuta di Voltaire (1694-1778) che, con ironia, parla di donne e spade. Il maresciallo Generale di Francia, Maurice de Saxe (1696-1750) era a spasso a braccetto per i giardini di Versailles con la favorita del momento e un cortigiano e Voltaire li videro passare. Il cortigiano sussurrò cospiratorio:
“Ecco la spada del re!”
“Ed il suo fodero…”, aggiunse ironico lo scrittore.

venerdì 4 aprile 2014

Storie a lieto fine...

Il Romance non è altro che l’Amore quello con la A maiuscola, declinato in storie sempre diverse, intriganti, appassionanti trasferite su carta. Ma come accade nella vita vera, anche nel campo del Romance si devono seguire certe “regole”, ovvero uno speciale “canovaccio”. La trama esige dei clichés in cui noi lettrici ci ritroviamo e che gli scrittori di questo genere sono tenuti a rispettare quindi... scrittore avvisato, mezzo salvato!”


Regola principe: un romance che si rispetti deve avere sempre il lieto fine. L’eroe non deve morire. Magari può finire nella pentola dei cannibali, perdersi nel Sahara in compagnia di un cammello dalle gobbe rinsecchite, o essere travolto da un uragano o, ancora, trascinato negli abissi dalla cugina pestifera di Moby Dick… ma dovrà comunque uscirne sano e salvo e ci sta bene se ne esce sfregiato, zoppo, con un occhio solo o col corpo martoriato (meglio se muscoloso, eh?). Da ricordare, regola tra le regole, una parte delle sua anatomia deve essere considerata sacra (e so che avete capito quale…).


Non tutte le scrittrici la rispettano ma se la applicassero, ci risparmierebbero un sacco di noia: i due protagonisti si devono incontrare entro il primo o il secondo capitolo, sacrosanto. Sembra logico, vero? Eppure a volte non è così. Ho letto di recente un libro d’amore contemporaneo dove l’eroina arriva subito (eh, ci mancava!) ma l’eroe (che evidentemente aveva impegni inderogabili altrove…) si è presentato a pagina settanta su un totale di duecento. Il fellone. Navigazioni solitarie, eremiti, anacoreti quelli ci stanno in altri contesti ma nei romance, per carità, alle eroine date uno straccio di uomo, bello o brutto o sciancato che sia, ma dateglielo presto! Le poverette devono pur rodersi il fegato e soffrire e visto che noi lettrici ci struggiamo con loro, lo esigiamo. Ammettiamo una sola eccezione: quando c’è una “schiera” di eroi potenziali e noi e la nostra eroina dovremo passare il resto del libro combattute sulla scelta del maschio alfa di turno (che invidia, eh?)


Parliamo dei romance contemporanei: l’eroina non deve più essere necessariamente casta e pura. I tempi sono cambiati, care le mie scrittrici. Basta con le pulzelle ancora vergini a ventisei anni o più! Che magari sono pure belle e intelligenti… no scusate, dov’erano gli altri uomini mentre queste madonnine infilzate aspettavano il loro eroe? Tutti allo stadio? Dai, non ci crediamo PIU! Sia chiaro, adesso non è che vogliamo Ruby Rubacuori, eh? Ma che ne dite di una via di mezzo? Vero è che una vergine resta sempre un bocconcino prelibato per il nostro eroe di turno, il premio ambito, la succulenta ricompensa per tutti i guai che gli piombano sul groppone. Ma anche loro dovranno adeguarsi.

L’eroe può anche essere povero ma non in una situazione economica molto peggiore di quella dell’eroina. Dico, fateci sognare in pompa magna! Se deve essere F.F.F. (Figo, Fisicato Fascinoso) fatecelo pure ricco, e perbacco e il suo stato sociale ci piace elevato, elevatissimo, che dico… nobile, ovvero ecco le accoppiate preferite: conte/cameriera, duca/sempliciotta, uomo d’affari/vedova spiantata e via così. Unica eccezione, il caso di un tizio che ha fatto fortuna in circostanze fortuite e singolari: si è perso nel Sahara, il cammello è precipitato in un burrone e lui, per salvarlo ha scoperto una miniera d’oro.

Gli eroi non devono mai essere pigri, indolenti fino all’ultima riga. O cattivi senza speranza. O crudeli senza redenzione. Devono possedere uno spiccato senso dell’onore, anche se agli occhi del mondo sembra che non ne abbiano affatto. Possono essere assassini, sicari o pessimi soggetti. Spietati sì ma alla fine, redenti. E le eroine? Mai troppo rancorose, invidiose o cattive. No alle copie delle sorellastre di Cenerentola e, per l’amor del cielo, non chiamatele Genoveffa. Voi direte: e la libertà di scrivere ciò che ci piace? Eh cari scrittori, il rischio potrebbe essere che al secondo capitolo il vostro libro voli dalla finestra...


Meglio se le vostre eroine sono donne normali, non troppo “sui generis”. Non propinateci una protagonista che sa leggere i caratteri cuneiformi e parla l’antico egizio, che sa sparare con un MK47 e centra un passero a due chilometri, o conosce la meccanica quantistica e, udite udite, ha allevato i dieci fratelli e le tre sorelle sola e senza un soldo. Magari la fate pure maltrattare dalle cugine invidiose o dal solito zio adottivo (e caprone). Dateci un taglio, è troppo. Questa non è un’eroina di un romance, è Xena, la Principessa Guerriera. Le vogliamo umane per favore, così ci possiamo immedesimare a nostro agio.

Uff, sicure care autrici, che le lettrici non siano un po’ stufe di tutti questi conti inglesi belli, muscolosi, ricchi, dissoluti fino alla noia? Proprio qualche giorno fa rileggendo un libro di una grande scrittrice che ha scritto una serie con un sacco di fratelli e sorelle, ho fatto questa riflessione: ma a Londra, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, c’erano solo libertini depravati e belli da togliere il fiato? Con capacità amatorie degne di un dio greco, ricchi sfondati e titolati? Perché, mannaggia, non sono nata in quel periodo? Questa non la mando proprio giù. Qualcuna di voi pensa la stessa cosa? Vi prego, confortatemi…


Alla fine però non fateci mancare le nozze e il frutto dei teneri lombi, ovvero un pargoletto che tramandi l’altolocata stirpe. E che tutte le lettrici siano invitate al matrimonio fastoso, segreto, anticipato o con licenza speciale. In ogni caso, insomma, fateci passare davanti all’altare, anche solo per un saluto!