venerdì 30 maggio 2014

Bacco e Venere... in cucina con i romani



Sulla cucina dell'Antica Roma la principale fonte è un certo Marco Gavio Apicio, con il suo De Re Coquinaria. Nato intorno al 25 d.C., il nostro antico chef era ricchissimo e si dilettava tra i fornelli come un moderno Gualtiero Marchesi. Il nostro Apicio era un vero pioniere, i suoi piatti stupefacenti stranezze gastronomiche: talloni di cammello, lingue di usignoli e fenicotteri, creste di volatili. Tra le quattrocento e più ricette giunte fino a noi si trovano anche piatti più comuni e più adatti al nostro palato. Sformati di sogliola, pesci di mare e di lago, crostacei e maiali farciti, cinghiali arrosto. Il tutto spruzzato di garum, la salsa che non è mai mancata sulle tavole dei nostri romani.

Ma i romani non hanno sempre mangiato allo stesso modo, molto dipese dalle epoche. Durante i secoli della Repubblica essi si nutrivano con frugalità dato che il piatto più in voga era la puls, una zuppa asciutta di cereali accompagnata da pesce e legumi. Gli altri alimenti erano focacce di farro, uova, olive e formaggi freschi di capra, dolci e acidi. La carne era rara sulle mense e si mangiava in gran parte selvaggina, dato che fino al III sec. a.C. era assolutamente vietato macellare bovini a scopo alimentare. La pena era severa e andava dall’esilio alla morte. I buoi erano considerati animali da lavoro e si potevano sacrificare solo durante riti religiosi. Al contrario, si potevano mangiare in caso di morte naturale.

Prodotti molto impiegati nella cucina romana erano l’olio, il vino, i legumi, cereali, molte verdure coltivate negli horti ma anche molte erbe selvatiche. Gli animali da cortile producevano uova ma raramente venivano mangiati così come le oche, considerate sacre a Giunone. Qualche galletto ogni tanto finiva sulla brace, di straforo, ma nulla di più.  Il pollame infatti era usato frequentemente durante gli auspicia (segni divini che gli àuguri traevano dalla lettura di varie manifestazioni naturali come il volo degli uccelli) ed esisteva addirittura il pullarius ovvero un sacerdote che interpretava il futuro a seconda di come le galline beccassero il mangime.  

Il dio Mitra
Galline e galli nella mitologia greco-romana, erano sacri ad una moltitudine di divinità: a Zeus, ad Esculapio, ad Apollo, Atena e Latona, tanto per citarne alcuni. Giovenale racconta che era anche uso sacrificarli agli dèi domestici, i Lari. L’uso di sacrificare galli è anche caratteristico di un’altra religione di origine orientale, diffusa nel mondo romano: il culto del dio Mitra. Si allevavano dunque prevalentemente ovini e suini ma la carne preferita era selvaggina avicola e di una specie di maiale selvatico, incrociato con i cinghiali che popolavano i boschi attorno a Roma.

La grande svolta gastronomica avvenne proprio intorno a quella data, mentre l’espansione dei confini cominciò a far confluire a Roma usi e prodotti fino ad allora sconosciuti. Effetti della globalizzazione.
A Roma durante l’epoca imperiale si potevano gustare piatti esotici e rare leccornie provenienti anche dall’Oriente, come i pappagalli lessati o le gru arrosto. I romani più abbienti cominciarono ad apprezzare molto le spezie, i sapori forti e i banchetti luculliani, quelli che immaginiamo consumati sui letti tricliniari.

Lucio Licinio Lucullo
Lucullo: ma chi ra costui? Lucio Licinio Lucullo (Roma, 117-56 a.C.) è stato un condottiero romano. Tribuno militare agli ordini di Silla, servì il dittatore anche nella Prima Guerra Mitridatica a capo di una flotta che aiutò Silla a ripulire i mari durante l’assedio di Atene.  Partecipò e vinse molte battaglie in Oriente, in Bitinia e nel Ponto (in rosso scuro nella cartina) e qui accumulò la sua grande fortuna.
Al suo ritorno a Roma gli avversari politici avversarono la sua carriera e quindi egli, nonostante l’amicizia di Marco Tullio Cicerone, si ritirò a vita privata e usò la sua ricchezza per trascorrere una vita nello sfarzo più sfrenato. 

Possedeva una splendida villa fuori dalle mura di Roma, a Tusculum e a Capo Miseno e a Baia, considerata la “Costa Azzurra” dell’antichità. Sembra fu il primo a in Occidente la pianta del ciliegio, dell'albicocco e della pesca. In epoca imperiale i pasti della giornata erano tre: ientaculum, la colazione, prandium il pranzo e cena, la cena appunto. I primi due erano piuttosto modesti a colazione pane nero imbevuto nel latte di capra, olive e formaggi freschi magari addolciti con il miele, dolcificante per eccellenza. Quando il sole era alto o nel primissimo pomeriggio si mangiava il prandium composto da alimenti di solito freddi visto che nelle case si cucinava molto poco, a volte era anche proibito a causa del pericolo rappresentato dagli incendi. Quindi si pranzava nelle tabernae, una specie di McDonald’s dell’antichità, dove si approfittava di spiedini di carne o pesce, di zuppe,  di bocconcini di selvaggina conditi con molte e saporite spezie per invogliare gli avventori a bere di più. La cena era il pasto principale, si consumava prima del tramonto e spesso durava ore e ore, se organizzata da ricchi patrizi romani.

Se si era ricchi la cena si consumava in un locale apposito, chiamato triclinium, il cui pavimento di solito aveva un'inclinazione di circa dieci gradi su tre lati della stanza, verso il tavolo basso posto al centro. Era ammobiliato con larghi divano su ciascuno dei quali stavano comode tre persone sdraiate, appoggiate con il gomito sinistro su un cuscino. Le donne saranno ammesse ai pranzi con invitati solo in età imperiale mentre i fanciulli, che non portavano ancora la toga praetexta, ovvero che non erano ancora entrati nell’età adulta, stavano seduti su degli scranni. 

Si mangiava con la mano destra e il cucchiaio, visto che i romani erano soliti spezzettare i cibi  in bocconcini, spiedini, polpettine affinché fosse più facile portarseli alla bocca da semi-sdraiati. Dato che era facile sporcarsi la tunica, spesso gli invitati indossavano una veste chiamata synthesis che non di rado veniva cambiata, tra una portata e l'altra. 
 
Ma la forchetta, esisteva? Sembra di sì e la sua invenzione pare sia da attribuire ai cinesi ma c’è chi afferma che in Giappone questo oggetto fosse già in uso da tempo immemore. I romani e i greci la conoscevano ma non ne facevano uso a tavola, preferivano le mani. Alcuni nobili utilizzavano ditali d'argento che servivano per non scottarsi o sporcarsi le dita. La forchetta era usata per servirsi dai grandi vassoi pieni di cibo caldo. Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano di esemplari con due o tre rebbi di epoca tardoimperiale. Un reperto romano esposto al Museo romano di Ventimiglia (Imperia), mostra una forchettina con due rebbi (ligula), usata per infilzare i datteri. La “reintroduzione” della forchetta nel mondo occidentale avvenne dall'area veneziana e quindi da Bisanzio dove non se ne era mai perso l'uso dall'antichità. Era un oggetto troppo raffinato per i barbari e in Europa, alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, essa sparì. 

Essa riappare dopo l’anno 1000, nei possedimenti della Serenissima Repubblica di Venezia, in mano a borghesi e mercanti mentre nelle corti dei nobili vige ancora l’etichetta tradizionale di Ovidio delle “tre dita”, che imponeva di attingere direttamente dal piatto per pescare il cibo solido. Inequivocabile notizia sull’uso di questo oggetto la dobbiamo a San Pier Damiani (1007-1072), il quale narra che una principessa bizantina arrivata a Venezia per sposare un doge non toccava il cibo con le mani ma si serviva solo di una forchettina a due rebbi. Il predicatore fece abbattere la collera celeste sullo strumento, giudicandolo uno “strumento diabolico”. Ancora danni del Cristianesimo.

Ma torniamo ai nostri romani a cena, sui loro letti tricliniari.

Nella stanza si entrava sempre col piede destro, considerato beneaugurale e con lo stesso piede si scendeva dal divano, dopo cena. Una volta sistemati sul divano alcuni piatti e il vino erano di solito serviti dagli schiavi ma ci si poteva servire anche da soli. Il vino era molto alcolico, celebre quello di Falerno, e per questo veniva annacquato quasi sempre, anzi bere vino puro era considerato piuttosto volgare.Il banchetto era diviso in tre portate: la gustatio, che corrisponde al nostro antipasto durante il quale si beveva mulsum, un vino aromatizzato con miele e spezie; la primae mensae che a volte era anche di setto, otto portate e infine le secundae mensae, in cui si consumavano stuzzichini piccanti per eccitare la sete. 

Nell’ultima parte del banchetto si svolgevano le esibizioni: danze, canti, spettacoli di mimo che servivano ad intrattenere gli ospiti fino a tarda notte o all’alba. Ogni commensale per pulirsi le dita aveva a disposizione una ciotola con acqua profumata e a fine cena ci si puliva i denti con lo uno strumento simile ai nostri stuzzicadenti detto pinna che poteva essere d’osso, d’avorio o d'argento. Se si avanzava del cibo si poteva chiedere al padrone di casa di portarlo via quindi non illudiamoci che il “doggy bag” sia stato inventato dagli americani e non dimentichiamoci che il “ruttare” era considerato un complimento alle ottime vivande ingurgitate e che l’imperatore Claudio emise addirittura un editto in cui si autorizzavano gli invitati a emettere gas (anche intestinali…) a ruota libera durante i banchetti né era considerato sconveniente svuotarsi lo stomaco sul pavimento e ricominciare a riempirsi la pancia.

Plinio il Vecchio riferisce che un famoso mosaicista, un certo Soso di Pergamo, inventò uno speciale disegno il così detto pavimento non spazzato da collocarsi proprio nella sala del triclinio: esso raffigurava tutto quello che normalmente si vedeva per terra durante la cena, un insieme di oggetti e rifiuti mescolati alla rinfusa. Sembra che ebbe un gran successo, ai tempi.
 
A questo punto, vi invito a provare due famose ricette:

Garum (salsa principe della cucina romana)
Pesce non eviscerato di qualunque tipo, meglio se di piccola taglia e azzurro;
Sale, spezie di sedici tipi tra cui timo, finocchio, salvia, menta, origano, pepe, coriandolo.

Alternate in un contenitore di terracotta strati di pesce con le spezie e abbondanti manciate di sale grosso. Conservate il contenitore per almeno sessantacinque giorni coperto con un tappo di sughero e possibilmente all’aperto, al sole. Se invece volete ottenere un divorzio in quattro e quattr’otto, tenetelo in casa. Nell’arco di qualche settimana si raccoglierà sul fondo un liquido bruno-chiaro. Filtrate il prodotto e se gradite, aggiungete qualche goccia di aceto. Il garum si conserva a lungo e va usato in piccole quantità come sostituto del sale.

Crema di fave alla Vitellio (Apicio, De Re Coquinaria)
Cuoci le fave. Quando hanno schiumato aggiungi il porro, coriandolo e fiori di malva. Mentre fai bollire prepara un trito di pepe, ligustico (ormai estinto, usate il sedano...) e semi di finocchio selvatico. Versa nella pentola qualche goccia di garum e vino, aggiungi qualche cucchiaio di olio porta a cottura, passa al setaccio e una volta nel piatto aggiungi il trito di erbe e ancora un filo d’olio.

Non mi resta che augurarvi... bon appetit!

mercoledì 21 maggio 2014

Romance, un po’ di cifre…

Il romanzo “rosa” è un genere letterario che narra vicende amorose e passionali a lieto fine, dedicate ad un pubblico femminile. Le storie, scritte da donne, più raramente da uomini, sono articolate su trame intricate che parlano di innamoramenti, separazioni, ricongiunzioni, con colpi di scena vari. Il lieto fine è d’obbligo. Oggi il genere rosa in Italia è quasi del tutto monopolizzato dalla collana Harmony e dalla Leggereditore, del marchio Fanucci. HM nasce, nel marzo 1981, dalla joint-venture tra due colossi editoriali: la canadese Harlequin Enterprises e Mondadori Editore. In questi trent’anni hanno raggiunto quasi 400 milioni di copie anno. Da allora la crescita è stata costante, sia per numeri che per contenuti editoriali.

Il genere rosa negli anni ha subito una profonda evoluzione. Harlequin Mondadori l’ha seguita con una mission strategica per ridare nuova linfa al romanzo rosa seriale e sviluppare la narrativa di women’s fiction. Oggi possiede varie collane, pubblica ogni anno oltre 600 titoli, con circa 50 uscite al mese, una media di vendita di 10.000 copie vendute per ogni titolo e un totale di venduto che raggiunge circa i 6 milioni di copie annue, con una media di 4 milioni di lettrici di cui 1 milione di “fedelissime”.

Alcune collane
Amore - Emozioni da leggere: sogni a occhi aperti, per inguaribili romantiche.
History - Grandi storie d’amore si colorano del fascino delle epoche passate, in genere dal Medioevo ai primi del ‘900.
Passione - Il lato più piccante dell’amore, scene hot ed erotiche.
Suspense - La suspense diventa donna. Intrigo e passione, sentimento e mistero. Paranormal - Il lato oscuro dell’amore. Sull’onda del successo di Twilight, bestsellers internazionali con licantropi e vampiri.

Negli ultimi anni Harlequin Mondadori ha iniziato a pubblicare anche autrici italiane nell’ambito del romanzo storico, storico-erotico e contemporaneo. 

Linguaggio e ambientazione:
Contemporanei: Linguaggio semplice ma estremamente curato ed efficace. Caratterizzato da notevole ritmo e tensione incalzante, che fa sì che una lettrice divori un libro mediamente in un giorno. Le storie si svolgono in grandi metropoli come New York, paesi esotici, grandi capitali europee e, naturalmente, anche in Italia nelle città più idonee a far sognare.
Storici: epoche preferite sono il Regency (il periodo della storia inglese che va dal 1811 fino al 1820), il periodo Georgiano (storia inglese dal regno di Giorgio I a quello di Giorgio IV,  1714 – 1830) e Vittoriano (1837 e il 1901 c.a.). Poi il Medievale (dalla seconda metà del VI secolo al 1450 circa). Oggi sono ricorrenti le saghe, (per le quali è stata creata la collana Destiny) che ripercorre gli amori e i tradimenti di intere famiglie.

Evoluzione del Romance
Oggi le donne sono più grintose e se da una parte la struttura dei romanzi è rimasta sempre la stessa (incontro, innamoramento, ostacolo, superamento, happy end), dall’altra sono cambiati contesti e personaggi. Le donne hanno un ruolo preponderante, si confrontano con uomini brillanti, di successo ma anche con killer spietati che si redimono (vedi le collane sui SEALS americani, o i polizieschi con agenti FBI). Troviamo anche famiglie allargate, tradimenti che fanno ormai parte di suggestivi colpi di scena. E il sesso? Rispetto al passato dove al momento fatidico la porta si chiudeva e la lettrice immaginava, oggi le scene sono più esplicite e all’erotismo viene riservata una parte importante a seconda della tipologia della collana. Arrivano in Italia anche i romanzi M/M, F/F, BDSM, insomma ogni tendenza sessuale è oggetto di storie d’amore. Va da sé che le trame si somiglino un po’ tutte ma ognuna ha varianti, scenari introspettivi, risvolti sapientemente manipolati che rendono la lettura avvincente.

Vi ricordo che il settore della “narrativa rosa” vale un terzo del giro d’affari mondiale  e non conosce crisi. I numeri sono ragguardevoli (non solo con HM) e la crisi economica non li ha scalfiti, anzi sembra che proprio in questo momento le lettrici abbiano più bisogno di evadere dalla realtà. In particolare con i libri venduti nelle edicole. Con un prezzo medio tra 3 e i 7 euro, che non hanno nulla da invidiare ai saggi Adelphi. Particolare cura deve essere dedicata alle copertine, in questo le lettrici sono molto esigenti.

Alcuni titoli di HM in due settimane vendono oltre 13mila copie ma Leggereditore non è da meno, conquistando una gran parte del mercato con i suoi e-books e le sue vendite in libreria. Le pubblicazioni di MH, essendo prodotti da edicola, escono velocemente dal mercato, poiché la narrativa rosa ha una dinamica one-shot, più simile a quella dei periodici che a quella dei libri tradizionali. Buone le iniziative dei Blog, con cui gli editori sono a contatti diretto con le lettrici, in questo modo hanno un polso del proprio mercato molto più preciso degli editori “classici di letteratura” e il pubblico del Romance è così affezionato da percepire ogni minima variazione grafica o stilistica dei romanzi rosa, con una sensibilità quasi filologica.

Ogni editore ha più collane (HM ne ha una ventina, I Romanzi, la collana di historical romance di Mondadori, ha una decina) e sono strutturate in modo da fornire con precisione millimetrica ciò che ciascuna lettrice cerca. Quindi per ogni storia d’amore esiste una collana specifica. Buono il successo del filone rosa “storico”. Vendute bene anche le trame con un setting metropolitano: il classico amore tra capo e segretaria, oppure l’inattesa storia d’amore con un miliardario. O tra medici e agenti segreti.

Buona parte delle lettrici sono fra i 35 e i 55 anni, istruzione media, un lavoro continuativo. Nella narrativa rosa si parla anche di una fedeltà degli acquirenti difficilmente riscontrabile in altri settori editoriali. Le lettrici abituali acquistano in media una quindicina di titoli l’anno e qualcuna di loro persino dopo averli letti nella versione originale inglese. Oggi, un libro su tre venduto nel mondo è di narrativa rosa.

Un discreto successo lo hanno riscontrato i Paranormal (vampiri e licantropi la fanno da padroni) ma non mancano anche muta-forma, in genere felini o angeli o demoni. Firma di punta di questo sottogenere è Gena Showalther per HM, J.R. Ward con la Confraternita del Pugnale Nero per Mondolibri e Rizzoli e Lara Adrian, con la Stirpe di Mezzanotte, per Leggereditore.
Il Chick-lit (letteralmente letteratura delle pollastrelle) genere disinvolto e post-femminista, con una punta di ironia, è nato negli anni novanta dalla penna di Helen Fielding con Il diario di Bridget Jones e di Candace Bushnell con Sex and the City. Nel Chick-lit la protagonista è una donna tra i venti e i quarant’anni, non necessariamente bella, spesso in difficoltà coi sentimenti, incapace di riconoscere l’uomo dei sogni e di tenerselo stretto, integrata nella società frenetica ed edonistica. Non sembra a suo agio con i complicati i rapporti umani e soffre di manie e frustrazioni che sono raccontate con smaliziata e irriverente ironia. Spesso i personaggi vengono descritti attraverso gli status-symbols di cui si adornano. Una casa pubblicitaria americana ammette di usare fare pubblicità “occulta”su questi romanzi rosa, perché il riferimento ad uno specifico marchio nei libri più venduti permette di raggiungere centinaia di migliaia di lettrici, che poi desiderano comprare il prodotto. Visto che le lettrici non protestano, potremmo forse concludere che la storia d’amore è diventata un ottimo background per ciò che più interessa e fa sognare le giovani e smaliziate post-femministe, che emulano Bridget Jones e i personaggi di Sex and the City.

Il genere rosa ha salde radici nella letteratura inglese di fine secolo. La Gran Bretagna è il paese più prolifico dal punto di vista degli autori: Georgette Heyer, Constance Heaven, Barbara Cartland con ben 700 titoli negli anni ’70. Il Romance americano, più spregiudicato e cinico di quello inglese, è ben rappresentato da Danielle Steel, Barbara Taylor Bradford, Nora Roberts, Kathleen Woodiwiss, Lisa Kleypas, Loretta Chase, Mary Jo Putney, l’anglo-canadese Mary Balogh, solo per citare le più famose.

E.books
Novità con gli e.books. HM dà primi risultati sono assolutamente incoraggianti: una media di 35 download al giorno nei primi 20 giorni di messa in vendita, contro i 100 romanzi su carta stampata venduti giornalmente sullo shop on-line di Harmony. Gli e.books, arrivati in Italia con un ritardo di almeno un paio di anni rispetto a mercati più evoluti del nostro, stanno già sconvolgendo il consumo del libro e il mondo dell’editoria tradizionale. Nel mercato del romance possono:

  • Allungare la vita del prodotto in modo potenzialmente indefinito. Oggi in Italia un romance stampato su carta è venduto soprattutto in edicola e nelle catene della grande distribuzione;
  • Permettere la creazione di ampi cataloghi comprendenti anche dei titoli non ristampati, che sono nel cuore delle lettrici dei veri e propri “classici imperdibili” e non sono più reperibili sul mercato (con grande disperazione delle appassionate o delle nuove romance dipendenti).
Panorama italiano Editori
Non molte le case editrici che si occupano del settore (per ora) e Mondadori fa da head-driver.
Bluemoon di Curcio Editore:  http://www.bluemoon.it/pages/home.php
Leggere Editore di Fanucci, nata nel gennaio 2010  http://www.leggereditore.it/ . Interessante l’exploit di Fanucci, numeri di vendita da capogiro: http://www.fattitaliani.it/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=4570&cntnt01returnid=102
Giunti con la collana Y per adolescenti:     http://y.giunti.it/
Sperling & Kupfer: http://www.sperling.it/scaffale/TA1
Piemme: http://www.edizpiemme.it/catalogo/adulti/fiction/femminili
Nord: http://www.editricenord.it/
I Romanzi sempre di Mondadori, collana storica nata nei primi anni novanta http://blog.librimondadori.it/blogs/iromanzi/
E naturalmente HM di Mondadori: http://www.eharmony.it/ 
Mondolibri-Euroclub (di Mondadori): http://www.euroclub.it/euro/adesioni/genere.asp?gen=023
Il sito della Harlequin Canada: http://www.harlequin.com/

lunedì 5 maggio 2014

Hic Sunt Leones...

Hic sunt leones. “Lì ci sono i leoni” dicevano i romani indicando il vasto e sconosciuto territorio del nord Africa. Forse sarebbe stato meglio dire “c’erano” perché i poveri “leones” vennero estinti. La causa? Ma per organizzare spettacoli truculenti dove uomini e bestie lottavano per la vita, no? Sangue e arena… vi dice niente?

I felini comunque, non erano le sole belve dell’arena. C’erano anche uomini temprati dalla lotta, dai muscoli scolpiti, dai corpi perfetti. Uomini osannati dalla folla come le attuali star di Hollywood. Uomini che scatenavano le voglie sfrenate delle donne del popolo e la brama segreta delle matrone dell’aristocrazia. Uomini che più versavano sangue sulla sabbia, più  eccitavano le folle. Uomini a cui era vietato sbagliare: non c’era il secondo “ciack” ma solo la morte. Uomini duri. I gladiatori.
Prigionieri di guerra, schiavi o uomini liberi oberati dai debiti e in attesa di riscatto, i gladiatori avevano nomi diversi a seconda delle armi usate nel combattimenti: il retiarius era armato di tridente e rete, il murmillus di spada, lancia e scudo rettangolare, il dimachaerus combatteva con due gladi, il sagittarius con arco e frecce. Tutti legati da una sorte comune e da un unico giuramento: sopportare “le catene, il fuoco e la morte con il gladio”. Sembra che la prima esibizione di questa lotta all’ultimo sangue sia avvenuta nel 264 a.C. e il destino di un gladiatore dipendeva dagli umori del pubblico. “Missum!” (libero) e sopravvivevano, “habet!” e pollice verso, morivano. Il perdente era tenuto a farlo con onore offrendo la gola all’avversario. Prego. Grazie. Che uomini, eh?!


Chi acquista, possiede e allena i gladiatori è il lanista. Lo fa per mestiere e non è raro che sia lui stesso un gladiatore riscattato. Affitta i suoi eroi a suon di sesterzi e li allena nel ludus,  caserma e abitazione insieme. A Roma in epoca imperiale c’erano parecchi ludi, quattro di loro, tra cui il ludus maximus, situati nei pressi del Colosseo. Gli incontri dei gladiatori si chiamavano munera e si svolgevano normalmente uno contro uno, con gladiatori di categorie differenti ma di forze equilibrate. Ci si divertiva di più (gli spettatori, ovviamente) e meglio.

I gladiatori potevano conquistare successo, denaro e matrone. Sì, avete capito bene. Sembra che le donne romane di ogni ceto avessero per questi omaccioni una particolare predilezione (chissà perché?) e sui graffiti di Pompei ne abbiamo la prova: leggiamo che il trace Celado era “il sospiro delle ragazze” e il reziario Crescente, il loro “medico notturno”. Consolazioni per vite spericolate. Ma per i gladiatori il sangue era ambrosia, l’arena la massima aspirazione e di certo se lo ripetevano spesso mentre camminavano, armati fino ai denti, attraverso i bui corridoi prima di sbucare al centro dell’arena. Intorno, la moltitudine urlante, osannante, esaltata del pubblico. 

I munera a Roma e in tutto l’Impero avevano sempre un successo clamoroso. Si faceva a gara a chi metteva in campo più gladiatori. Augusto arrivò ad offrirne alla folla diecimila nel corso di otto munera e Traiano altrettanti, in un solo grande evento durato cento giorni. Il tifo era fanatico come negli stadi odierni e forse di più. I gladiatori più famosi avevano schiere di “ultras”. Giovenale racconta che essi erano considerati il simboli della massima virilità, della potenza e della forza bruta. Non avevamo dubbi.

Ma nell’arena non c’era sempre la carneficina sistematica che ci rappresentano nei film. Ricordiamoci che quelli che si battevano erano professionisti allenati, preparati e, fino al III secolo d.C. era tradizione che, se il perdente aveva combattuto con onore, sarebbe stato comunque graziato. Anche perché costava nutrire e mantenere in salute quei bei pezzi di figlioli tutti muscoli. Queste “vedette” dell’arena costavano care e perderne una, per il lanista, significava perdere molti sesterzi. Era un “mestiere” pericoloso, dove un combattimento su dieci finiva con la morte di uno dei due contendenti. Insomma, pochi arrivavano a ritirare il “TFR” o la pensione per diventare rudiarius (il rudius era una spada di legno che veniva consegnata al gladiatore a fine carriera).  L’attrazione per la gloria, dell’ammirazione delle donne e del denaro era così forte che molti preferivano immolarsi nell’arena, piuttosto che tornare ad una vita normale.

Sembra che anche qualche donna sia scesa in campo come gladiatrice. Sempre quel simpaticone di Giovenale ci parla di una certa Mevia che, pare, inseguisse cinghiali a seno nudo brandendo una mazza ma lei non avrebbe mai affrontato i colleghi maschi con le armi in pugno e questi spettacoli erano considerati intermezzi curiosi e comici.

I gladiatori, temuti e disprezzati, simboli di una società in cui la vita umana valeva meno di un sesterzio, sono ancora eroi fascinosi che neppure il trascorrere dei secoli è riuscito a gettare nell’oblio. Chi di noi ragazze non ha sospirato e magari versato qualche lacrima di fronte alle struggenti immagini del film “Il Gladiatore”?

La fatidica frase “morituri te salutant” fu detta in solo in occasione di una naumachia, una battaglia di navi organizzata durante l’impero di Claudio (41-54 d.C.). Ma i morituri non sono morti, vivranno per sempre accendendo di immagini virili la nostra fantasia.