lunedì 5 maggio 2014

Hic Sunt Leones...

Hic sunt leones. “Lì ci sono i leoni” dicevano i romani indicando il vasto e sconosciuto territorio del nord Africa. Forse sarebbe stato meglio dire “c’erano” perché i poveri “leones” vennero estinti. La causa? Ma per organizzare spettacoli truculenti dove uomini e bestie lottavano per la vita, no? Sangue e arena… vi dice niente?

I felini comunque, non erano le sole belve dell’arena. C’erano anche uomini temprati dalla lotta, dai muscoli scolpiti, dai corpi perfetti. Uomini osannati dalla folla come le attuali star di Hollywood. Uomini che scatenavano le voglie sfrenate delle donne del popolo e la brama segreta delle matrone dell’aristocrazia. Uomini che più versavano sangue sulla sabbia, più  eccitavano le folle. Uomini a cui era vietato sbagliare: non c’era il secondo “ciack” ma solo la morte. Uomini duri. I gladiatori.
Prigionieri di guerra, schiavi o uomini liberi oberati dai debiti e in attesa di riscatto, i gladiatori avevano nomi diversi a seconda delle armi usate nel combattimenti: il retiarius era armato di tridente e rete, il murmillus di spada, lancia e scudo rettangolare, il dimachaerus combatteva con due gladi, il sagittarius con arco e frecce. Tutti legati da una sorte comune e da un unico giuramento: sopportare “le catene, il fuoco e la morte con il gladio”. Sembra che la prima esibizione di questa lotta all’ultimo sangue sia avvenuta nel 264 a.C. e il destino di un gladiatore dipendeva dagli umori del pubblico. “Missum!” (libero) e sopravvivevano, “habet!” e pollice verso, morivano. Il perdente era tenuto a farlo con onore offrendo la gola all’avversario. Prego. Grazie. Che uomini, eh?!


Chi acquista, possiede e allena i gladiatori è il lanista. Lo fa per mestiere e non è raro che sia lui stesso un gladiatore riscattato. Affitta i suoi eroi a suon di sesterzi e li allena nel ludus,  caserma e abitazione insieme. A Roma in epoca imperiale c’erano parecchi ludi, quattro di loro, tra cui il ludus maximus, situati nei pressi del Colosseo. Gli incontri dei gladiatori si chiamavano munera e si svolgevano normalmente uno contro uno, con gladiatori di categorie differenti ma di forze equilibrate. Ci si divertiva di più (gli spettatori, ovviamente) e meglio.

I gladiatori potevano conquistare successo, denaro e matrone. Sì, avete capito bene. Sembra che le donne romane di ogni ceto avessero per questi omaccioni una particolare predilezione (chissà perché?) e sui graffiti di Pompei ne abbiamo la prova: leggiamo che il trace Celado era “il sospiro delle ragazze” e il reziario Crescente, il loro “medico notturno”. Consolazioni per vite spericolate. Ma per i gladiatori il sangue era ambrosia, l’arena la massima aspirazione e di certo se lo ripetevano spesso mentre camminavano, armati fino ai denti, attraverso i bui corridoi prima di sbucare al centro dell’arena. Intorno, la moltitudine urlante, osannante, esaltata del pubblico. 

I munera a Roma e in tutto l’Impero avevano sempre un successo clamoroso. Si faceva a gara a chi metteva in campo più gladiatori. Augusto arrivò ad offrirne alla folla diecimila nel corso di otto munera e Traiano altrettanti, in un solo grande evento durato cento giorni. Il tifo era fanatico come negli stadi odierni e forse di più. I gladiatori più famosi avevano schiere di “ultras”. Giovenale racconta che essi erano considerati il simboli della massima virilità, della potenza e della forza bruta. Non avevamo dubbi.

Ma nell’arena non c’era sempre la carneficina sistematica che ci rappresentano nei film. Ricordiamoci che quelli che si battevano erano professionisti allenati, preparati e, fino al III secolo d.C. era tradizione che, se il perdente aveva combattuto con onore, sarebbe stato comunque graziato. Anche perché costava nutrire e mantenere in salute quei bei pezzi di figlioli tutti muscoli. Queste “vedette” dell’arena costavano care e perderne una, per il lanista, significava perdere molti sesterzi. Era un “mestiere” pericoloso, dove un combattimento su dieci finiva con la morte di uno dei due contendenti. Insomma, pochi arrivavano a ritirare il “TFR” o la pensione per diventare rudiarius (il rudius era una spada di legno che veniva consegnata al gladiatore a fine carriera).  L’attrazione per la gloria, dell’ammirazione delle donne e del denaro era così forte che molti preferivano immolarsi nell’arena, piuttosto che tornare ad una vita normale.

Sembra che anche qualche donna sia scesa in campo come gladiatrice. Sempre quel simpaticone di Giovenale ci parla di una certa Mevia che, pare, inseguisse cinghiali a seno nudo brandendo una mazza ma lei non avrebbe mai affrontato i colleghi maschi con le armi in pugno e questi spettacoli erano considerati intermezzi curiosi e comici.

I gladiatori, temuti e disprezzati, simboli di una società in cui la vita umana valeva meno di un sesterzio, sono ancora eroi fascinosi che neppure il trascorrere dei secoli è riuscito a gettare nell’oblio. Chi di noi ragazze non ha sospirato e magari versato qualche lacrima di fronte alle struggenti immagini del film “Il Gladiatore”?

La fatidica frase “morituri te salutant” fu detta in solo in occasione di una naumachia, una battaglia di navi organizzata durante l’impero di Claudio (41-54 d.C.). Ma i morituri non sono morti, vivranno per sempre accendendo di immagini virili la nostra fantasia.



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