martedì 30 settembre 2014

E-books e Pirateria: no, grazie...

Il problema della pirateria editoriale tocca tutte noi autrici. E' un argomento che  continuerà a scatenare opinioni e dibattiti negli anni a venire, visto che l'offerta e la fruizione degli e-book in tutto il mondo è in costante crescita, così come è accaduto con musica, cinema e serie tv da una decina d’anni a questa parte.

Nel 2013 si è assistito alla definitiva esplosione del fenomeno delle pirateria libraria on line. L'Associazione Italiana Editori (AIE) ha provveduto alla rimozione di oltre 110.000 contenuti, piratati messi a disposizione sul web violando la legge e senza l'autorizzazione degli autori o dell'editore, risultati ottenuti quasi esclusivamente attraverso sistemi stragiudiziali.

Nel mercato editoriale italiano per ora l'e-book ha conquistato solo uno scarso cinque per cento, ma le cifre sono in crescita. Vincerà la carta o l'elettronica? I più ottimisti dicono che sopravviveranno entrambi ma, per molti, il vincitore sarà l'e-book. Non per gusto, nè per amore ma perché il libro elettronico è più comodo, costa meno in produzione e quindi è più redditizio, lo posso scaricare immediatamente e occupa uno spazio infinitesimale, nella mia libreria vitruale o in quella fisica, fatta di scaffali. Chi considera la carta insostituibile per cultura, formazione o abitudine prima o poi si adeguerà, così come è avvenuto per i CD, gli smartphone, gli orologi digitali o i PC. I libri di carta, l'amatissima carta, continueranno a vendere, per tradizione o per abitudine o per quel capriccioso e invincibile bisogno di andare contro corrente.  

Ma la pirateria è un fenomeno da combattere in tutte le possibili sedi o bisogna cercare di trarne il maggior profitto possibile, visto che è un fenomeno difficilmente arginabile? La domanda se la pongono non solo i grandi editori ma anche quelli più piccoli e di certo se la fanno anche le autrici, famose o meno, che stanno sfruttando l'interessante opportunità dell'auto-pubblicazione. Proprio al Women's Fiction Festival di Matera, quest'anno, si è parlato tantissimo di autopubblicazione, soprattutto con autrici americane del calibro di Bella Andre, Tina Folsom e Debra Holland. Loro si sono soprannominate "INDIE", da Indipendent ma è certo che con l'aumento degli e-book in self-publishing il fenomeno pirateria è destinato ad ampliarsi e a diventare incontrollato.

E' ovvio che i piccoli autori ed editori sono i più danneggiati dal fenomeno, visto che spesso non hanno neppure i mezzi per tutelarsi legalmente. Sul web, dove il dibattito è acceso, vengono proposti diversi consigli per coloro che sono vittime degli attacchi dei "moderni pirati informatici": uno di questi è quello di attivare un Google Alert relativo al proprio nome e al titolo del proprio libro e, una volta individuato il sito che pubblica illegalmente il vostro e-book, richiedere ai suoi amministratori la cancellazione del link, dimostrando di avere la proprietà dei diritti di pubblicazione. 

C'è anche chi propone all'autore di interagire con il "pirata" sui siti di pirateria, lasciando educati commenti sotto al file oggetto del furto. Sì perché, nonostante tutte le argomentazioni o giustificazioni di coloro che scaricano illegalmente, la pirateria editoriale è un reato.

Qualche tempo fa uno scrittore americano, tale Peter Mountford, dopo aver attivato il Google Alert, ha scoperto un traduttore pirata del suo romanzo. Invece di denunciarlo ha scelto di collaborare con lui per una traduzione migliore del suo lavoro, avendo proprio per questo motivo anche una certa attenzione mediatica.


E voi come la pensate?

lunedì 22 settembre 2014

Le mie Recensioni


L'uomo dei sogni di Paola Renelli  Collana You feel - Rizzoli 

L'autrice: Paola Renelli vive e lavora a Roma. Laureata in lettere moderne, poi giornalista freelance con numerosi settimanali e mensili a tiratura nazionale e redattore per testate giovanili. Per quindici anni coordina la redazione del settimanale di attualità e spettacolo Vip, quindi diventa redattore del settimanale Il punto. Dal 2012 scrive racconti d’amore per note riviste femminili e nel 2013 ha pubblicato con la CE Eroscultura il suo romanzo Lo Strappo, in ebook. Nel 2014, esce con Delos con il racconto Un amore da prima pagina e per la casa editrice Rizzoli ha pubblicato nella collana You Feel L’uomo dei sogni. Così si definisce Paola: amante dell’amore. Sono tre parole e un apostrofo…

La trama: cosa accade quando un sogno riaccende desideri che credevamo di aver blindato dentro di noi per sempre? Emma, dopo la fine della sua lunga relazione con Andrea, chiude il suo cuore alle emozioni per paura di soffrire ancora. Solo la notte la sua mente, libera da pensieri e imposizioni, si abbandona a eccitanti sogni erotici in cui un uomo fantastico le fa provare sensazioni che mai avrebbe pensato di conoscere. Un uomo meravigliosamente perfetto, se solo esistesse. Ma mai mettere limiti ai miracoli che il destino può compiere. Lo sconosciuto che Emma ama solo a occhi chiusi, si rivela presto una persona vera, l’uomo che cambierà la sua vita. Per sempre. Una storia che farà sognare ogni donna, ma in cui sensualità, dolcezza e fantasia non svaniranno al sorgere del sole. "


Un sogno. Da qui inizia con uno stile coinciso, pulito e piacevole il romanzo di Paola Renelli. Del resto il titolo è chiarissimo: un uomo, un sogno, una vita alternativa a quella che ogni giorno dobbiamo affrontare fuori casa. Ma nel tepore delle coperte ci aspetta ben altro. Emma, la protagonista, ha chiuso una relazione con Andrea. Non è stato facile, ha sofferto, è una donna diversa, più cinica che ha chiuso la porta alle emozioni. Ha paura, paura di soffrire ancora, di lasciarsi andare, di abbandonarsi a un altro uomo, a un’altra storia. Silvia, la sua migliore amica la spinge a uscire dal guscio protettivo in cui si è chiusa; Luca, collega di lavoro, prova per lei un sentimento profondo ma non ricambiato.

Non vi dico cosa accadrà, lo scoprirete leggendo l'e-book. Una storia semplice, una trama quasi scontata e tipica del romance contemporaneo. Ma quello che stupisce e fa sì che la lettura sia una scoperta stimolante, è lo stile della Renelli. Pulito, incisivo, evocativo. Cominciate a leggerlo, non riuscirete a spegnere il vostro e-reader fino a quando non lo avrete finito. Perché l’autrice ci porta per mano, insieme ai personaggi, fino alla conclusione grazie al mestiere che tra le mani.


La Renelli ha scritto dosando bene sensualità, dolcezza, erotismo con una delicatezza che raramente ho trovato nelle scrittrici italiane di contemporaneo e questo mi fa dire: scrivi ancora, Paola, scrivi di più e magari più a lungo perché il romanzo è una lettura leggera, breve.


Molte recensioni non sono che riassunti della trama, allungate spesso con rigiri di parole inutili, altre vengono fatte con la “pancia” e non con la testa, senza una reale analisi di ciò che sta oltre ciò che sta scritto sulla carta e non tutti i libri scritti bene piacciono a tutti. Chissà perché. Ma è una fortuna, dico io, che in questo panorama spesso infarcito di libri di scarso valore, spicchino le capacità stilistiche di autrici che sanno scrivere. Per fortuna. Emma forse dovrebbe essere più determinata? Lui è il classico uomo che tutte vorremmo, così bello da essere quasi banale? Luca non riesce a conquistare il suo amore e ci lascia con l’amaro in bocca? Non fa niente. La Renelli è tanto abile e conosce la materia con cui scolpisce la storia che ci fa sognare ed è quello l’obiettivo di una brava autrice. Prendere il lettore per mano, calarlo in un mondo immaginario e farcelo restare, per tutto il tempo necessario, fino alla parola fine.

Tutto ciò fa parte di un gioco, quello dell’affabulazione, della storia, del mondo dei sogni. Allora godiamoci il libro della Renelli e, come l’autrice scrive, non dimentichiamo mai che l'amore è una strana alchimia che non risponde ad alcuna regola: nasce quando vuole e non tiene conto che di se stesso.

lunedì 15 settembre 2014

Battaglie, duelli e affini… difficile ma non impossibile


Le descrizioni creano il set nel quale si svolgerà la narrazione del vostro libro e sono essenziali, perché permettono al lettore di visualizzare meglio la vicenda e seguire le avventure dei vostri protagonisti. Senza descrizioni il lettore è come immerso in un palcoscenico vuoto:  ciò che descrivete può essere drammatico o  divertente ma sarà senza forza alcuna, poco stimolante, poco “visivo”. Per dare forza a un set è necessario descriverlo. Ovvio direte voi. Ma una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia e quindi una descrizione non si fa a vanvera. Voi siete il regista incaricato di stimolare il cervello dei lettori con immagini che abbiano la stessa forza e la stessa concretezza dei grandi del cinema.

Ricordate la scena iniziale de “Il Gladiatore”? Un barbaro sfida l’esercito lanciando la testa di un legionario verso la legione romana schierata. Subito dopo, campo lungo e poi un primo piano sul legato (l’affascinante, indimenticabile Massimo Decimo Meridio interpretato da Russell Crowe) e, ancora, l’incitamento dello stesso alle truppe e la mitica frase “Al mio segnale, scatenate l’inferno”.


Mr. Ridley Scott ha fatto un gran lavoro, insieme agli sceneggiatori: vi fa subito entrare nella storia, vi presenta un protagonista forte e volitivo, vi fa subito capire da che parte stare (i barbari sono brutti, sporchi e cattivi, i romani no) e dopo soli cinque minuti sfido chiunque a spegnere il televisore. Così dovrebbero essere anche le descrizioni che fate nei vostri libri di battaglie, duelli e affini.

Fate questo esercizio: guardate le scene iniziali del film poi provate a descrivere la stessa successione di eventi, gli stessi personaggi, lo stesso set ma, soprattutto, provate a ricreare sulla carta lo stesso pathos. Vi accorgerete che è un’impresa quasi titanica. La descrizione di scene corali infatti, sulla carta, è molto complicata dato che noi possediamo una sola telecamera e in genere è consigliabile raccontare la battaglia da un solo punto di vista.

Qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto è essenziale avere un’ottima conoscenza di ciò che andate a descrivere/raccontare. Mi spiego: se due vostri personaggi si trovano a fare un duello, prima decidete che tipo di arma essi debbano usare, poi informatevi sulle principali mosse della scherma, non solo d’attacco ma anche di difesa (c’è sempre colui che attacca e colui che si difende ed è meglio descrivere entrambe le mosse) e infine guardatevi qualche filmato su You Tube di scuole di scherma o di duelli simulati, esistono soprattutto in lingua inglese. Dopodiché, scrivete la scena ma… c’è un ma. Dovrete simulare voi stesse le mosse che fate fare ai vostri protagonisti. Ebbene sì, armate di gladio (nel mio caso di gladio finto comprato a Roma in un botteghino di souvenir) o di spada di Zorro (rimasuglio del costume carnevalesco di vostro figlio/nipote) o di spada laser (ottima una torcia elettrica a led), provate a ripetere “dal vivo” ciò che avete descritto sulla carta. Se non ci riuscite voi, figuriamoci un lettore. Mi raccomando però, un occhio di riguardo al vostro lampadario di cristallo…

Come descrivere invece una battaglia? In genere siamo nel Medioevo (quanto ci piacciono le armature lucenti e i cavalieri senza macchia e senza paura?) ma vi devo disilludere: le battaglie come noi le immaginiamo furono rare nel Medioevo. Avete presente la campale battaglia conclusiva del film “Il Ritorno del Re” quando l'esercito di Rohan va in soccorso al regno di Gondor? Tolkien e il Signore degli Anelli, per intenderci, ebbene sappiate che il primo riflesso dei capitani del tempo era proprio quello di evitarle, o meglio di chiudersi tra le mura dei castelli. Ed ecco che l’assedio per voi diventa di primaria importanza. Giocatevi dunque l’asso di un gruppo di assediati mentre tentano una sortita per disorganizzare il blocco o porvi fine. Ricordiamoci che i cavalieri medievali, nella loro ricerca di prodezze eroiche, caldeggiano spesso questa soluzione anche se spesso è l’ultima spiaggia.

La carica frontale, tanto apprezzata dagli scrittori di tutti i tempi, così come dai cavalieri e dalle fonti storiche dell'epoca, ha come scopo principale quello di suscitare il panico nell'avversario, spingendolo così alla fuga scomposta e dovrebbe essere descritta dopo una “preparazione” con una scena di arcieri e balestrieri. I cavalieri, sempre nel Medioevo, erano di solito raggruppati su tre, cinque ranghi, poi in file o in squadre di venti e trenta riunite attorno alla bandiera o al vessillo. L'insieme di più squadre formava un battaglione.

Ora, voi scrittori e scrittrici di battaglie, avete a disposizione sulla carta un esercito che conta generalmente tre o quattro battaglioni. Fate campi lunghi come i registi (come Mr. Scott, quando ci mostra tutto l’esercito romano schierato). Mostrate dunque le squadre che caricano in ordine serrato, magari una dopo l’altra, in una successione che abbia logica e ordine. Che so, i cavalieri che abbassano insieme le proprie lance dando di sprone alle cavalcature per accelerare fino all'urto frontale. Come un buon regista mantenete la compattezza dei vostri uomini, condizione imprescindibile per il successo. Perché voi siete un generale e una manovra di questo genere esige disciplina.

Checché ne dicano le fonti medioevali o il libro che avete consultato per avere ispirazione, in realtà è raro che la prima carica sia vittoriosa. Bisogna allora che i vostri cavalieri facciano dietro-front e riformino i ranghi. Per far ciò, approfitteranno di una nuova carica, condotta con l’aiuto di contingenti tenuti di riserva e a questo punto potete fare un bel primo piano sugli arcieri. In caso di sconfitta i cavalieri rischiano di essere isolati e disarcionati dai fanti, o spinti a fuggire e abbandonare così le truppe al loro triste destino. Ma voi, da buoni generali, in caso di fallimento della prima carica dovrete ingannare il nemico, incoraggiandolo a rompere i ranghi con una fuga simulata. A questo punto potete far comparire cavalieri e fanti pronti a tendere un’imboscata ai fuggitivi (tattica utilizzata spesso, anche nella battaglia di Hastings).

Vi sarete rese conto (spero) che la descrizione di una battaglia è un susseguirsi di scene con campo lungo (un gruppo di protagonisti o di personaggi) e di primi piani, con eroe o eroina che, per forza di cose, per il momento dovranno sopravvivere a qualsiasi minaccia, di un nemico umano o meno.

Ma i cavalieri non combattevano soltanto caricando a cavallo: in molte occasioni essi si mischiavano ai fanti (battaglia di Dorylée,1098, di Bourgtheroulde, 1124, Crécy nel 1346 e Poitiers nel 1356). Questo poiché il peso delle armature, sempre maggiore, metteva i cavalieri in una posizione poco favorevole sul piano offensivo proprio nei confronti dei fanti, molto più mobili. Ricordatevi, quando “vestite” di armature i vostri protagonisti, che un elmo impediva la visuale perfetta sull’orizzonte (con la celata abbassata il cavaliere vede solo davanti a sé), la maglia di ferro (la lorica hamata dei legionari, usata per tutto il Medioevo) pesava sei chili e oltre (la più pesante rinvenuta, ben 14 kg) e manopole, schinieri, bracciali, guardareni, panziera ecc ecc, rendevano i movimenti rallentati e solo chi era molto esperto di battaglie riusciva a gestire tutto ciò mantenendo l’abilita indiscussa con spada o lancia o mazza.

Se la vostra battaglia “sulla carta” deve far risaltare la prodezza di un eroe, sappiate che nell'ambito di combattimenti di massa (campo lungo) c’è lo spazio per scontri più personali. La carica che descriverete sarà compatta e collettiva ma poi potrete fare il primo piano su un cavaliere, che sceglierà il suo avversario nelle file nemiche per abbatterlo con la sua lancia, la spada o qualsiasi altra arma bianca. Anche storicamente, la maggior parte dei combattimenti collettivi era preceduta da scontri più vicini alla singolar tenzone in cui la prodezza individuale trovava libero corso. Alle ingiurie, alle grida intimidatorie e alle varie dimostrazioni di ostilità del nemico, seguiva spesso una sfida lanciata da uno o più cavalieri.  

Un tempo l'esito di questo combattimento poteva sostituire  o fare da modello allo scontro generale. Casi di questo tipo sono numerosi per tutto il XII e XIII secolo, ancora più frequenti nel XIV, durante la guerra dei Cento anni e non era raro che, durante una tregua, i cavalieri ingannassero il tempo organizzando giostre, duelli o scontri fra i campioni dei due campi. La maggior parte di questi combattimenti fra cavalieri erano meno sanguinosi delle battaglie vere e proprie. Ciò era dovuto sia alla qualità del loro armamento difensivo, sia alla concezione ludica della guerra cavalleresca e a un codice non scritto, che voleva il vincitore risparmiare la vita il cavaliere vinto.

Per concludere: le vostre battaglie dovranno essere realistiche e dovrete impiegare un pizzico di crudeltà, un etto o due di coraggio, due chili di spade, corazze e destrieri bardati per la battaglia, una tonnellata di eroi distribuiti equamente o meno tra le parti avverse e tanta pazienza perché, come cantavano i Morcheeba, Rome wasn't built in a day.

Ora, prendete carta e penna e… scatenate l’inferno!



venerdì 5 settembre 2014

Le dimensioni contano… o no?



Care lettrici, pare che gli uomini dai testicoli più piccoli siano i padri migliori. Non lo dico io, neppure la mia vicina di casa, la guardona che spettegola sul single del terzo piano. Lo scrive la rivista Proceedings of the National Academies of Science. Eminenti studiosi hanno mostrato a settanta neo papà di Atlanta immagini dei loro bambini, misurando con una risonanza magnetica l'attività della zona del cervello cruciale per il sistema di ricompensa e motivazione. Hanno poi misurato i livelli di testosterone nel loro sangue e presentato alle coppie un questionario sul coinvolgimento dei maschi nell'accudimento dei pupi (cambio del pannolino, bagnetto, pappa ecc, ecc).
 
Di qui la scoperta eclatante: l'attivazione di quell'area cerebrale e, quindi, la propensione a occuparsi dei bambini, sarebbe inversamente proporzionale al volume dei testicoli e al tasso di testosterone. Secondo gli autori dello studio, sarebbe la stessa biologia maschile a porre un'alternativa tra le risorse destinate alla ricerca dell'accoppiamento e quelle impiegate nelle cure parentali. E non escludono che il tasso di testosterone cali naturalmente quando un uomo diventa padre.

Ma non è finita: sappiate che gli studi dedicati a misure e funzionamento degli attributi maschili, umani e non sono parecchi, alcuni dai risultati forse sorprendenti e non sempre gratificanti per il maschio medio… in Australia, per esempio, è stato fatto un test a centinaia di donne, mostrando loro immagini di corpi maschili (invisibili i volti), chiedendo loro di giudicarli. In generale, i maschi più dotati sessualmente sono stati considerati più attraenti, ma la caratteristica più gradita è risultata l'altezza.

A proposito, lo sapevate che negli uccelli, le dimensioni non contano affatto? Anzi, la maggioranza dei volatili non possiede un organo riproduttivo esterno. È uno dei più grandi misteri dell'evoluzione e sembra sia colpa di un gene, detto Bpm4, che causa la morte delle cellule dei genitali, impedendo così lo sviluppo del pene. Solo alcune specie, come le anatre e gli emù, non possiedono questa versione del gene. Quindi sono penis dotatis. E le anatre ce l’hanno particolarmente lungo e a forma di cavatappi.  Strano ma vero…
Altro monito della ricerca scientifica: fino a ora noi donne siamo state attratte da mandibole accentuate, una buona massa muscolare, un timbro di voce profondo, ovvero homo virile = più spermatozoi. Ebbene, tutto da rifare, siamo state illuse per anni. Pare infatti che il maschio che abbia investito, evolutivamente parlando, più energie nel rendersi attraente abbia carenze di altra natura. In questo caso, la conta degli spermatozoi. 

Per validare la tesi sono stati reclutati una cinquantina di studenti e trenta studentesse eterosessuali, il team di scienziati ha registrato le voci dei maschi e chiesto poi alle femmine di giudicare le voci, in base a quanto risultavano attraenti e virili. Le donne hanno mostrato di preferire quelle più profonde. Poi è stato effettuato lo spermiogramma e le analisi, udite udite, hanno dimostrato che, a parità di motilità degli spermatozoi, i soggetti dalla voce profonda tendevano ad avere meno cellule spermatiche.  

La verità ferisce, vero? Lo so, lo so pure io sono sconvolta. Sapere che una trentina di donne e una cinquantina di maschi posso sovvertire le convinzioni dell’intera popolazione mondiale femminile… ecco, sono sconcertata e mi chiedo, ma per quale motivo muscoli, voci profonde, mandibole ferree mi rimescolano ancora il sangue? Sono una diversa, ecco cosa sono. Non sono moderna, sono obsoleta.

Dunque resto in attesa ansiosa di ciò che scopriranno in futuro gli eminenti scienziati, impegnati a svelarci il sacro mistero della nostra evoluzione. So che stanno studiando il dimorfismo sessuale, ovvero le differenze nei tratti tra uomini e donne, nella struttura corporea degli alci.

Appena tornano dalla tundra sovietica, ve lo faccio sapere.