mercoledì 29 ottobre 2014

Halloween, streghe, zucche e affini...



Forse pensate che la festa di Hallowen tragga le sue origini negli Stati Uniti. Niente di più errato. Se è vero che furono gli emigrati anglosassoni a trasferire la tradizione al di là dell'Atlantico questa festa, che celebra riti legati alla notte e ai morti, trae origini da tempi ben più antichi e remoti, forse fin dai tempi preistorici. Ma indovinate un po' dove ci portano le prime celebrazioni storiche sui defunti? Ma nell’antica Roma, ovviamente...

Prima di raccontarvi le origini della festa pagana di Halloween, permettetemi una breve divagazione: per i romani le Larvae o Maniae erano gli spiriti dei defunti malvagi durante la vita, che persino da morti avrebbero potuto tormentare i vivi. Essi erano l’opposto dei Lares, spiriti benigni, protettori del focolare. 

L’aspetto dei primi due era terrificante: nudis ossibus, ovvero ossa nude, cioè scheletri. Larvae e Maniae avevano la pessima abitudine di scatenare la follia nei vivi, che potevano allontanarli solo grazie a lunghe espiazioni. Non a caso la scienza ha dato il nome di larve (dal latino, maschere) agli embrioni di alcune specie animali che diventeranno adulte attraverso una o più metamorfosi, alludendo alla trasformazione tra vita e morte. E non a caso la parola mania, in psichiatria, viene usata per identificare uno stato psichico alterato, ossessivo o di esaltazione. 

Tanto le Larvae quanto le Maniae, secondo i romani, potevano nuocere ai vivi: le prime succhiando energie e le seconde dando squilibri mentali. Ricordiamo anche che, alla diffusione del Cristianesimo nella nostra penisola, venne mantenuto segreto in alcune zone il culto di Diana, Grande Madre, dea della luna che custodiva i segreti delle erbe ed era protettrice dei boschi, delle donne e sapiente nella magia. Fu a causa di queste tradizioni occulte che la Chiesa portò le streghe sul rogo. Perché le antiche tradizioni del Sapere (le “streghe” sapevano) si opponevano al Credere (la Fede base del culto cristiano) ma il Sapere è molto più potente del Credere. Fu in quei secoli che il culto dell'oltretomba passò dalla luce di maggio al buio della notte e dell'inverno e fu collocato a fine ottobre e ai primi di novembre. Ma torniamo a noi…

A Roma, febbraio era il mese dedicato al ricordo dei defunti. Nove giorni loro riservati, un ciclo che iniziava alle idi del giorno 13, con i Parentalia, fino al giorno 21 con i Feralia, chiamati così, come attesta lo storico Ovidio, perché durante quei giorni i vivi portavano (dal verbo latino fero, fers, portare) offerte ai morti. Da esso deriva anche l’aggettivo italiano ferale, legato alla morte e al lutto. In quei giorni gli antichi romani pensavano che le anime dei trapassati tornassero nel mondo dei viventi. Per questo motivo, un diffuso senso di rispetto, timore e introspezione reverenziale pervadeva la città. Essi venivano riconosciuti come parentes, ovvero antenati e quindi come spiriti protettori, Lares dunque. I templi venivano chiusi, i matrimoni rimandati, gli affari sospesi, i magistrati non indossavano la toga pretexta. Coloro che avevano perduto un congiunto visitavano la sua tomba, recando offerte votive.

La tradizione vuole che a dare inizio a questa usanza fosse stato Enea, che bagnò con vino e ricoprì la tomba del padre Anchise con profumate violette. L’ultimo giorno, il 21 febbraio, era dedicato invece alle cerimonie pubbliche, con offerte e sacrifici ai Mani, divinità dell’oltretomba identificate come anime dei defunti. 

La seconda festività, i Lemuria, cadeva invece il settimo giorno prima delle Idi di maggio, dal giorno 9 fino al 13. Prima venivano celebrati i Cerealia, in onore di Cerere (4 maggio), poi le feste degli spiriti, i Lemuria appunto, immersi nel silenzio e nella notte. Secondo Ovidio queste feste erano state istituite da Romolo per placare lo spirito di Remo, da lui ucciso e sempre lo storico romano racconta che, in quei giorni, per allontanare gli spiriti del male (i Lemures e i Mani) bisognava stare a piedi scalzi e lanciare fagioli neri sopra la spalla, durante la notte. Era il pater familias che si alzava a mezzanotte e compiva il rito recitando la formula: "Invio questi, con questi fagioli redimo me e ciò che è mio" per nove volte. La famiglia avrebbe poi percosso dei vasi di bronzo anch'essa ripetendo nove volte la frase: "fantasmi dei miei padri e antenati, andatevene!".  

Le Vestali invece preparavano una salsa col primo grano della stagione, sacerdotesse prima diventate poi streghe, visto che per il cristianesimo rappresentavano il culto pagano non riconosciuto dallo Stato. Streghe, che attiravano gli spiriti dei defunti, i Lemuri, offrendo loro dei doni ma dolci… insomma dolcetto o scherzetto?

Il giorno culminante del Lemuralia, il 13 maggio dell’anno del Signore 609 o 610, papa Bonifacio IV consacrò il Pantheon, a Roma, alla Beata Vergine e a tutti i Martiri. Gregorio III, cent’anni dopo, allargò la sfera a tutti i Santi e Gregorio IV spostò la festa al 1 novembre, festum omnium sanctorum o ad omnes sanctos, trasformato dal toscano volgare in Ognissanti. Nel 998 Odilo, abate di Cluny, aggiungeva al calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. Le feste pagane erano così morte e sepolte. Appunto. Fu una grande mossa propagandistica: l’ennesima festa cristiana nata sulle ceneri di quelle pagane, che venne cancellata dalla memoria insieme alla romanità e ai Lemuria. Ma questo passaggio al mese di novembre si incuneò con un’altra importante festività, questa volta celtica.

La notte di Samhain, fra il 31 ottobre e il 1 novembre, segnava le due parti dell’anno, la progressiva scomparsa della metà della luce che si divideva con le tenebre. A Roma questa era la festa del solstizio d'inverno, ma ne ho già parlato in un altro articolo. I colori tipici della festa erano l'arancio, per ricordare la mietitura e la fine dell'estate e il nero, che simboleggiava l'imminente oscurità dell'inverno. In quella particolare notte, come nei Lemuria, il labile confine tra vivi e morti si assottigliava. Il capodanno celtico non era solo momento di riflessione sull’esistenza, ma anche fra i legami insissolubili dei due mondi. Si offriva cibo ai morti sull’uscio di casa, venivano accese candele alle finestre per  indicare la via ai morti e sostentarli. Come la pietas latina nei confronti degli antenati. Ma mentre per i romani le feste erano disgiunte e per i celti era una sola, il Cristianesimo, in un colpo solo, le cancellò entrambe: Ognissanti toglieva di mezzo i Lemuria e pure Samhain. Ed eccoci arrivati a Halloween, nome di origine anglosassone, traduzione inglese di Ognissanti: all hallows even.

Questa festa, nata nella madrepatria e ancora troppo pagana per i cattolici prima e per i protestanti poi, seguì i Padri Pellegrini nei territori selvaggi del Nuovo Continente al di là dell’oceano, dove si arricchì degli elementi folcloristici che conosciamo: la zucca illuminata, i dolcetti, i travestimenti, degli spiriti folletti che vagano facendo impazzire o giocando brutti scherzi agli esseri umani...

Ok, l'ultima curiosità e poi vi faccio tornare a intagliare la vostra zucca: in origine per gli irlandesi erano i cavoli rapa gli ortaggi utilizzati durante la festa ma quando, intorno al 1840, sbarcarono a centinaia di migliaia negli Stati Uniti, scoprirono non solo che le rape americane erano piccole ma che le zucche erano enormi, facili da scavare. Ecco perché a tutt'oggi Jack-O-Lantern è una zucca intagliata al cui interno è posata una lanterna. Le candele dei defunti… 

Serena notte di Halloween a tutti e a tutte! 




martedì 21 ottobre 2014

Cicatrici? Sì, grazie


Capitan Harlock

Una donna fa di tutto per nasconderle. Sono segni anti-estetici, di cui si vergogna, che non piacciono a nessuno. Per gli uomini sono un’arma di seduzione, un vanto, la dimostrazione della mascolinità all’ennesima potenza. Oggi gli uomini vogliono apparire belli, perfetti e in qualche caso anche troppo (le sopracciglia depilate, brrrr!) ma non lo sanno che a noi donne le cicatrici piacciono? Che ci piacciono crudi, sbucciati e avventurieri?

Quello che vogliamo al nostro fianco è un macho, coraggioso, amante dell’avventura, un accumulo di testosterone allo stato puro. Se poi aggiungiamo anche una cicatrice sul volto e qualcuna qua e là sul corpo, ecco che il mix alza la nostra temperatura e di parecchio. Se sono d’arma da taglio, se vengono da una revolverata o da una sventagliata di mitraglietta poco importa: ciò che conta davvero è ciò che la cicatrice nasconde: un passato da eroe, una vita sull’orlo dell’abisso, una storia intricata e spesso dolorosa. Questi sono gli eroi che ci fanno sognare.

Per alcune popolazioni le cicatrici sono un’arma di seduzione, di riscatto, di distinzione o di ghettizzazione, noi occidentali non abbiamo scoperto nulla. Spesso nelle società tribali il segno sul corpo indica una prova di coraggio a cui si è sopravvissuti. I Tutsi (noi gli chiamiamo impropriamente Watussi) vanno da adolescenti nella foresta per affrontare le belve, armati solo di una lancia e sono festeggiati se tornano con qualche segno del loro coraggio sul corpo. Nella tribù degli Yanomamo in Venezuela, invece, gli uomini usano addirittura dei trucchi per accentuare le loro cicatrici. Pirati, guerrieri, soldati, cow-boys, uomini violenti ma solo nel nome della giustizia. Insomma, signori sappiatelo: noi donne oggi sentiamo nostalgia di quei cavalieri senza macchia e senza paura che picchiano, magari uccidono, ma per una buona causa o per difendere i deboli e ne rimangono segnati non solo nell’anima, ma anche nel corpo.

L'eroe del telefilm Arrow
Ma esistono anche le cicatrici ornamentali, fatte di proposito, che si conservano per sempre sulla pelle e si praticano soprattutto sul torace o sul dorso e sono in genere linee trasversali o serie parallele di punti, più raramente diventano disegni complicati e sappiatelo, le cicatrici possono essere incavate o a rilievo: le prime sono una semplice incisione della pelle e sono fatte soprattutto sulla faccia, le altre, più diffuse, vengono ottenute introducendo una sostanza nella ferita, cenere o argilla e sono comunissime in tutta l'Africa centrale, occidentale e sud-orientale, tra i popoli dell'Oceania mentre in America latina erano praticate dagli antichi Maya. Discendendo verso sud, le incontriamo sulla costa dell'Ecuador e fra gli Ona della Terra del Fuoco, mentre in Asia in alcuni gruppi etnici dell'Indonesia orientale.
Harrison Ford

Quindi cicatrici che fanno parte della cultura ancestrale e smuovono antiche corde, che in noi occidentali sembrano sopite. Ma non del tutto: ecco dunque spiegato il successo di alcuni personaggi d’invenzione come Capitan Harlock, o il fascino quasi raggelante del cantante Seal o, ancora, l’intrigante segno sul volto dell’attore Harrison Ford, una cicatrice sul mento dovuta a un incidente d’auto in giovane età. J. K. Rowling, autrice di Harry Potter, ha pensato bene a segnare con una misteriosa cicatrice a forma di saetta il suo eroe: è il vero inizio di tutto, senza di essa Harry sarebbe un qualsiasi, banale adolescente e non dimentichiamo il fascino criminale di Al Capone, a cui fu attribuito il soprannome di Scarface a causa della cicatrice che aveva sulla guancia sinistra. Fatta da un certo Frank Galluccio che, pare, lo colpì con un rasoio perché aveva espresso commenti pesanti su sua sorella.

Harry Potter
Anche sulla nostra bella, romantica luna ci sono “cicatrici”: gli astronomi, dopo aver esaminato alcune immagini pervenute dal nostro argentato satellite, hanno scoperto che alcune parti della sua superficie tormentata si sarebbero deformate, espandendosi fino a formare valli strette, poco profonde. Valli lineari come cicatrici che hanno chiamato graben e suggeriscono che la luna sia stata oggetto di attività tettonica, relativamente recente, negli ultimi cinquanta milioni di anni. Anche lei lottatrice, ne porta i segni.

A questo punto mi sorge una domanda: ma gli uomini cosa pensano delle cicatrici sul volto o sul corpo delle donne? Una ricerca fatta qualche anno fa, afferma che a loro non interessano molto: sembra sia altro ad affascinarli...

Comunque, se voi signori uomini siete in cerca di avventure sentimentali o semplicemente di quattro salti in padella (ci siamo capiti...), in attesa che qualche tizio intraprendente si inventi centri estetici dove incidere sui corpi dei propri clienti attraenti cicatrici, potreste cominciare con l'andare in palestra ed eliminare la sempiterna pancetta o le spalle curve. Un buon inizio, vi assicuro, che tra l’altro  vi farebbe bene alla salute...

Cicatrici, bellezza, unicità. Alla fine sono la parte più sensibile ma più forte di un uomo, affinché possa vivere senza timore ed essere un eroe. Ai protagonisti dei miei libri aggiungo sempre una cicatrice qua e là. Non guasta perchè, come dice Samuele Bersani nella sua canzone "Pesce d'Aprile",


... È sempre bellissima la cicatrice che mi ricorderà di esser stato felice...