lunedì 26 gennaio 2015

Buon appetito, gladiatori!



I gladiatori: prigionieri di guerra, criminali, schiavi. Ma anche romani liberi caduti in rovina o che avevano conti in sospeso con la giustizia, tanto da essere disposti a rischiare la morte pur di guadagnare qualche sesterzio, diventare eroi della capitale del mondo o, per meriti particolari, riacquistare la libertà.

Il loro armamento, che in età repubblicana era legato all’arbitrio individuale, fu regolamentato durante il principato di Augusto, insieme alla definizione di precise classi gladiatorie. Nacquero così i mirmilloni, i reziari, i traci, i secutor, per citarne alcuni, tutti raccolti in familiae guidate con disciplina dal lanista, imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore degli spettacoli gladiatorii, i munera. La più famosa e grande scuola imperiale di gladiatori a Roma era il ludus magnus, situata vicino all’anfiteatro Flavio.  

Essi avevano pochi diritti e dovevano pronunciare un sinistro giuramento (sacramentum gladiatorium), rinunciando al loro status di cittadini: uri, vinciri, verberari, ferroque necari, ovvero: “sopporterò di essere bruciato, legato, picchiato e ucciso con la spada”. La loro aspettativa di vita dunque era minima e la morte, di sicuro, cruenta e sanguinosa. Pare che tra l’altro non traessero nemmeno grandi soddisfazioni dal cibo, la loro dieta era prevalentemente a base di vegetali.

Anche per questi antichi lottatori dunque il cibo era salute e sinonimo di forma fisica. Sapete vero che Alessandro Magno era stato ispirato per le sue conquiste non solo dalla sete di potere, ma anche dalla speranza di trovare una sorgente per invertire il processo di invecchiamento? E che Juan Ponce de Leon era invece sulle tracce della fontana della giovinezza, quando scoprì la Florida nel 1513?  Una leggenda tramanda che la polvere da sparo, inventata dai cinesi, sia stata l'inaspettato risultato della ricerca per un elisir di lunga vita. Oggi sappiamo che per invecchiare in salute ci vogliono geni di “buona qualità”, che determinano per circa per un terzo la durata dell'esistenza di una persona, ma sappiamo anche che il resto dipende da una combinazione di fattori ambientali e stili di vita, che comprendono interazioni sociali, attività fisica e cibo. I romani lo sapevano già, quindi torniamo ai nostri amici gladiatori.

Plinio il Vecchio tramanda che erano soprannominati hordearii, cioè uomini d'orzo, il medico Galeno (II secolo), che li curò per anni, invece ci ha lasciato testimonianza di ciò di cui si nutrivano: legumi, cereali, cipolle, aglio, semi di finocchio, frutta fresca e secca. La carne era rarissima ma abbondanti i latticini, olio, miele e il solito vino annacquato. Cibi sostanziosi, ma anche economici. Pare che, come Braccio di Ferro per gli spinaci, anche i gladiatori utilizzassero prima degli scontri un alimento speciale per acquistare forza: erano focacce d'orzo speziate, condite con miele e un infuso a base di fieno greco, dalle proprietà energizzanti.

In genere cereali e legumi venivano somministrati come creme passate, a cui veniva aggiunto orzo decorticato. Analisi chimiche delle ossa di una settantina di gladiatori scoperte presso Efeso, capitale romana dell’Asia Minore e sede del favoloso tempio di Artemide, hanno confermato la tradizione storica. Le ossa rinvenute appartenevano a diversi gladiatori di età compresa tra i venti e i trent'anni, assieme a una donna (forse una schiava o una gladiatrice) e un uomo di mezza età che, in base alle condizioni dello scheletro, si è ipotizzato fosse un ex-gladiatore diventato allenatore. Karl Grossschmidt, antropologo forense all’Università di Vienna, ha concluso, grazie alle ricerche su questo ritrovamento, che i gladiatori prima di un incontro mettevano su peso, piuttosto che perderlo, per proteggersi dalle ferite con lo strato di grasso che suppliva l’assenza di armatura.

Le analisi di Grosschmidt non hanno riscontrato carenze croniche di calcio, forse grazie anche alla misteriosa bevanda, citata nella letteratura romana di quel tempo: un preparato a base di ceneri di legna, ossa e aceto, usato come tonificante dopo gli allenamenti o al termine dei combattimenti.

Le analisi mediche mostrano inoltre che i gladiatori, nonostante un po’ di “pancetta”, non erano affatto pigri pantofolai: la densità delle ossa trovate nel sito di Efeso è simile a quella degli odierni atleti professionisti e le tracce di muscoli ingrossati sulle ossa delle braccia e delle gambe indicano che partecipavano a programmi di esercizio ginnico intensi e continui. Insomma, mangiatori di fagioli palestrati che trangugiavano un Gatorade molto particolare. 

A Roma, negli anfiteatri, incitati da folle oceaniche potevano esibirsi in un giorno decine di gladiatori in combattimenti in coppia, a squadre o contro felini, bufali, orsi, elefanti, rinoceronti e chi più ne ha più ne metta. La sera prima del combattimento veniva loro offerto un lauto banchetto chiamato coena libera, nello stesso spirito con cui oggi viene concesso l'ultimo desiderio ai condannati a morte. Alcuni mosaici rappresentano i morituri mentre mangiano, bevono e fanno baldoria, concedendosi per una volta leccornie come cinghiale arrosto, pesce e cacciagione.

Per concludere, mi piace pensare che anche agli innumerevoli carnivori in gabbia, in attesa di essere sbudellati, venisse offerto l’ultimo, lauta cena: un pasciuto e grassoccio gladiatore…




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