lunedì 1 giugno 2015

Editing, correzione di bozze... questi sconosciuti

Sento molto parlare di editing e correzione bozze. Sarà perché ho un udito molto fine, perché se ne parla troppo e a volte a sproposito o perché sono termini che derivano dal latino? Il verbo edico, -is, -dixi, -dictum, -ere significa infatti proclamare, ordinare, annunziare e la parola editor definiva, nell’antica Roma, colui che produceva un testo. Prendo quindi spunto dai romani per spiegarvi la differenza sostanziale di queste due attività che dovrebbero, e il condizionale è voluto, svolgersi su ogni manoscritto che si appresta a conoscere gioie e dolori della pubblicazione.

A volte sono attività intrecciate o sovrapposte, altre volte sono indipendenti l’una dall’altra ma attenzione, non è possibile improvvisarsi professionisti, anche se studi umanistici sono di sicuro un ottimo punto di partenza. Ci vuole esperienza e tecnica, perché mettere mano a un testo, interpretare il pensiero e lo scrivere di un autore, intervenire in modo non invasivo per farne emergere lo stile, richiede una formazione molto solida. «Ma io leggo tantissimo, conosco bene la lingua italiana, trovo la maggior parte dei refusi. Quindi posso fare editing.»

Non illudiamoci, non funziona così.

Perché? Perché padroneggiare ogni registro linguistico non è semplice, così come non lo è capire quando il testo, da semplice elenco di parole, diventa una melodia durante la lettura. Esso deve scorrere in modo tale che, sistemate le consecutio temporum, la punteggiatura, l’ortografia, assonanze e ripetizioni, se ne ricavi l’impressione che non potrebbe essere scritto in nessun altro modo, senza tentennamenti, né stonature. Ogni singolo termine è una scelta precisa, mai casuale e ricordiamo che un buon editor è fondamentale per il successo di un libro. 

Maxwell Perkins e Saxe Commins, mai sentiti? Ve li presento: il primo è stato il grande artefice del successo di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, editor capace di trasmettere a questi due grandi della narrativa mondiale la disciplina e la forza necessarie per
Maxwell Perkins
portare a termine i loro manoscritti. Cummings invece è colui che permise alle opere di William Faulkner di vedere la luce. Pensate che quando Perkins morì, nel 1947, Hemingway ebbe una profonda crisi produttiva, ed è forse proprio a causa della sua morte che tante opere di questo scrittore sono rimaste incompiute. In quegli anni il lavoro di queste fondamentali figure si svolgeva in perfetta armonia con gli autori. Bei tempi, direte voi. Finiti, dico io.


Dunque, veniamo al sodo.

Prima di tutto, quando un manoscritto arriva in redazione per essere editato, viene adeguato alle norme redazionali, ovvero le regole che uniformano tutti i testi. Il Normario Redazionale, per capirci. Un esempio? Alcune CE scelgono per i dialoghi i caporali, altre le lineette. Queste regole servono in un certo qual modo a caratterizzare lo stile di una CE e l’intervento, in gergo, si chiama cucina editoriale. Poi si passa all’editing che, in generale, significa fornire all’autore gli strumenti necessari per capire e usare meglio le tecniche della scrittura creativa, analizzando e compiendo un lavoro all’interno del testo stesso con correzioni, suggerimenti e annotazioni. Risultato: un testo che aiuti l’autore a comprendere, approfondire, applicare le indicazioni ricevute per riscriverle, potenziate dalla nuova conoscenza.

La correzione bozze (o Proofreading) significa infine esaminare con estrema cura un testo, per far sì che nessuna imprecisione sfugga. Può farlo anche un professore di lettere. Qui si cercano gli errori grammaticali e i refusi, ci vuole occhio di lince e due o tre ri-letture. Ricordatevi che il correttore di bozze non è il tasto di correzione automatica di cui si fa grande uso:  non si può sostituire in alcun modo lo sguardo umano.

Esempio per chiarire meglio la differenza tra queste due attività: l’editor deve correggere una data storicamente sbagliata o errata nel contesto del libro, il correttore deve preoccuparsi che sia scritta in modo corretto.

Questo l’antipasto, ora approfondiamo le portate.

Il Content Editing (o Developmental Editing) si occupa del libro nel complesso, in questo caso si lavora soprattutto su trama e personaggi. Esso deve fornire consigli e informazioni per correggere/modificare il testo o per suggerirne modifiche. Chi fa questo tipo di editing dovrebbe avere una buona conoscenza del genere (giallo, romance, fantascienza ecc.) e la capacità di rendere la storia coerente, insomma più l’editor è esperto più potrà esservi d’aiuto. Interagisce con il Line Editing, intervenendo sul testo con consigli tecnici per scrivere al meglio i dialoghi, mostrare i dettagli importanti, descrivere in modo efficace, scegliere e utilizzare in modo adeguato il POV dei personaggi per determinare quello più adatto in quel preciso momento del racconto.

Il Line Editing analizza il testo riga per riga. Il suo obiettivo? Perfezionare la tecnica narrativa, molto più di quanto non abbia fatto il Content Editing puro. A volte è quasi la totale riscrittura del libro e in questo caso le modifiche saranno pesanti. Verranno riformulate frasi per migliorarne chiarezza e flusso, spariranno le ripetizioni, i paragrafi troppo contorti, l’uso eccessivo del passivo, tanto per fare qualche esempio. In questa fase capita persino di riorganizzare i capitoli, i sottotitoli e i titoli, per renderli più accattivanti, divertenti o drammatici. Si modificano anche le parti dove l’autore diventa polemico o troppo introspettivo, dove usa termini troppo gergali. Un Line Editor esperto saprà formulare le giuste proposte per risolvere i problemi del manoscritto e aiuterà l’autore a trovare la sua voce, perfezionando la visione d’insieme.

Il Copy Editing si sovrappone parzialmente al line editing e alla correzione di bozze ed è quello che, in sostanza, si fa di solito nelle CE italiane. Perché? Perché gli editori hanno scoperto che il grande pubblico non è in grado di distinguere un libro scritto male da uno scritto molto bene e, di solito, nota solo i refusi o la grammatica zoppicante.

Concludendo, la revisione editoriale, per usare un termine nostrano, è un’operazione che richiede amore per il testo e una buona cultura ma purtroppo tende sempre più ad essere identificata con la pura e semplice correzione di bozze. Nei paesi anglosassoni sono un po' più seri: quando parlano di editing, infatti, si riferiscono a una completa revisione, mentre qui in Italia si abusa di questa parola usandola a propria convenienza. 

Nei paesi anglosassoni vengono editati anche autori importanti e questi accettano la revisione. Ovvio, direte voi. Mica tanto, rispondo io perchè qui da noi gli scrittori (anche gli scribacchini) gridano al sacrilegio quando qualcuno osa trovare un difetto ai loro capolavori. Una spiegazione ce l'ho per queste prese di posizione, spesso imbarazzanti. L'autore è innamorato così tanto di quello che scrive (manoscritto = figlio) che questo amore gli impedisce di vedere gli errori e le imperfezioni che commette. 

Autori siate più umili, accettate i consigli, le critiche di chi vi corregge con cognizione di causa. Esse sono costruttive, vi aiuteranno e potete accettarle anche voi se lo facevano Fitzgerald, Hemingway, Faulkener... O no?

Concludo con una constatazione piuttosto amara: la maggior parte delle CE italiane non usa più gli editor (costano) e il pubblico è considerato una massa ottusa e poco attenta. Se lo fanno spesso usano brillanti universitari che sanno tutto (e non sanno niente) e sono pagati una miseria.

Mannaggina, vuoi vedere che fare l'Editor non è poi un mestiere così facile? Pensate che è anche pericoloso, visto che sono quasi estinti come le tigri. 

Groarrrrrrrrrrrrrrr!



Nessun commento:

Posta un commento