giovedì 30 luglio 2015

Armi bianche che passione!

"Arma antiqua manus ungues dentesque fuerunt et lapides et item silvarum fragmina rami et flamma atque ignes, post quam sunt cognita primum. Posterius ferri vis est aerisque reperta". "Antiche armi furono le mani, le unghie, i denti, le pietre e i rami spezzati nelle selve, poi le fiamme e il fuoco appena furono noti. Più tardi fu scoperta la forza del ferro e del bronzo." 

È nientepopodimeno che il poeta latino Lucrezio (I sec. a.C.) che, nel Libro V del suo De Rerum Natura, descrive la nascita delle armi, dall’età della pietra a quella delle armi bianche. L’origine del termine arma è sfuggente. La parola potrebbe derivare dal latino arma, plurale di un supposto armum che gli antichi dedussero da arceo, respingere, oppure da armus (armòs, in greco) che significa “omero” o “braccio” e indicava qualcosa che stava appeso alle spalle. Alcuni filologi ipotizzano invece che derivi dal celtico harn, cioè ferro o dall’antico germanico har, esercito. Di sicuro ha la stessa radice di ramo, in diretta relazione con l’inglese e il tedesco arm, braccio.

Diciamolo: l’immagine del cavernicolo Grunt con la clava in mano fa parte dell'immaginario collettivo ma in effetti clave, bastoni, mazze, martelli, sono le cosiddette armi da botta, ovvero armi da offesa, con manico più o meno lungo, atte a ferire, ammaccare, contundere mediante percossa. I ritrovamenti archeologici inducono a ritenere che le prime armi usate dall’uomo abbiano fatto la loro comparsa durante l’ultima glaciazione, circa 70.000 anni fa: si trattava di zagaglie, arponi e cuspidi, ma sicuramente la prima arma utilizzata dall’uomo fu la pietra, usata come corpo contundente e quindi scagliata contro il nemico o gli animali.

La clava pare sia stata la prima (quindi la più antica) arma fabbricata dall’uomo. Seguirono la mazza a punta di corno, la lancia con punta d’osso o di legno indurito al fuoco, e l’arco. L’arco segnò una vera e propria rivoluzione innovativa, poiché basato su un differente sistema di propulsione rispetto alla lancia. Dopo bastoni e mazze quindi arrivano la scure e le armi di selce nell'età della pietra, che furono alla base dell’utilizzo della lama vera e propria, un pezzo di metallo di forma appuntita, con una o più parti affilate (il filo).

Oggi esistono armi da taglio, quelle col filo sulla lama (spade, coltelli, sciabole, asce) o armi da punta (pugnali, picche, lance, baionette) che non presentano il filo ma hanno solo la punta acuminata, necessaria per penetrare e/o sfondare come alcuni tipi di stiletto, i fioretti e il “becco di corvo”. Le armi da lancio (arco, fionda, balestra) invece, grazie alla forza fisica e in abbinamento a dispositivi meccanici, servono per lanciare anche a distanze considerevoli i proiettili di varia natura: pietre, frecce, giavellotti e chi più ne ha più ne metta. 

Chi scrive libri storici deve avere almeno una piccola infarinatura di armi. Chiariamo innanzi tutto perché vengono chiamate armi bianche. Esistono due teorie: una indica come motivo il fatto che le lame scintillano alla luce del sole e assumono un colore bianco, l’altra la differenza con il colore quasi nero della polvere da sparo.

Bianche o meno, tagliano e la loro origine va collocata a cavallo dell’anno mille, epoca in cui la produzione dell'acciaio (massa ferrosa, carbone e aria), cominciò ad avere un certo sviluppo. L’acciaio ottenuto, ricco di ossido e scorie, veniva temprato con il sistema della martellatura e del riscaldamento e non è escluso che già i romani conoscessero questa tecnica, poi dimenticata con la caduta dell’Impero. Uomo primitivo a parte, gran parte dei sistemi di combattimento con la spada dell’alto medioevo risalgono agli usi delle tribù germaniche che invasero l’Europa. A partire dal V secolo d.C. Goti, Longobardi, Franchi, essendo abili nel maneggio di lunghe spade da usarsi in coppia con lo scudo, diffusero anche in Europa l’uso del duello come sistema per dirimere le questioni d’onore o invocare il giudizio di Dio, come raccontavo in un articolo sui duelli di qualche tempo fa.

Questo tipo di lame però presentavano diversi svantaggi: perdevano facilmente l’affilatura e richiedevano una levigatura e una pulizia minuziosa dalle macchie lasciate dagli alimenti. Eh sì perché, oltre che per uccidere, pugnali e affini si usavano a tavola. Fino al XIII secolo infatti i cibi venivano serviti già tagliati e, per infilare carni o vivande solide, i commensali utilizzavano le lame personali, le stesse impiegate nella caccia o durante i combattimenti. Per intenderci, Caio uccideva Tizio con una pugnalata poi andava a pranzo e, con lo stesso coltello, infilzava una bella coscia di pollo arrosto. Ecco anche spiegata la ragione per cui, oggi, i coltelli sono generalmente a punta tonda: fino all’inizio del ‘600 l’estremità della lama era aguzza, perché serviva appunto per infilzare il cibo e portarlo alla bocca.

Comunque, la prima vera e propria industria di coltelli è documentata in Italia in quel di Firenze, a partire dal 1244 dove, insieme alle forbici, si esportavano coltelli nell'Impero Bizantino e si ricevevano ordinazioni da parte della corte pontificia. Nel Rinascimento, con il migliorarsi delle tecniche di lavorazione dell’acciaio, la coltelleria italiana conobbe grande splendore grazie ai laboratori del Ducato di Milano e della Repubblica di Venezia.

Lo sviluppo delle tecniche di combattimento a cavallo favorirono l’ascesa dell’uomo armato e i cavalieri si specializzarono in tutti gli scontri con ogni tipo di arma. Feroci tornei a cavallo, con profusione di morti e feriti, caratterizzano, insieme alle cacce, il passatempo preferito del signore medievale fino al secolo XIII e degli inizi del XIV. Dalla metà del Trecento l’uso più frequente della spada a due mani determinò l’inizio di una prima tradizione della scherma (sec. XIV-XV), allora basata prevalentemente sulla potenza. Va però precisato che la spada nacque come diretta evoluzione del ben più antico pugnale (ricordate? I rudimentali esemplari in selce del cavernicolo Grunt, quello della clava…) verso la fine del II millennio a.C., all’epoca della civiltà egeo-micenea. Erano spade molto sottili, dalla lunghezza ragguardevole (fino a un metro di lama) e che già all’epoca tendevano a essere abbellite con pietre ed eleganti cesellature. Lama ed elsa erano in bronzo, a quei tempi.

Lame e affini quindi si diffondono dal bacino Mediterraneo Orientale in tutta Europa. Attorno all’VIII-VII secolo a.C. vennero introdotte dai Celti, in Illiria e in Borgogna, le prime spade di ferro. Proprio i Celti, in particolare quelli della civiltà di La Tène, utilizzavano un particolare tipo di spada abbastanza lunga e spuntata, che andava usata unicamente di taglio. Gli opliti greci erano invece soliti impugnare spade corte a doppio taglio e, proprio dall’evoluzione di queste ultime, venne introdotta a Roma, dopo la battaglia di Canne, la corta spada usata sia di taglio che di punta, il gladio, in dotazione ai legionari, mentre gli equites usavano le spathae, assai più lunghe.

Con le invasioni barbariche e per tutto il Medioevo, l’uso della spada ebbe ancora una maggiore diffusione a causa del significato sempre più mistico e magico che le veniva conferito. Vi era infatti la tradizione di conservare reliquie sacre sul pomo a forma di croce, che ebbe larga diffusione in quell’epoca. Per questi motivi la spada era usata nella singolar tenzone per conferire il “giudizio di Dio”.

Nei miti dei popoli germanici abbondavano riferimenti sulla natura magica o ultraterrena della spada: nel più importante poema epico, Beowulf, veniva menzionata Hrunting, antichissima e famosa per non aver mai fallito un colpo, appartenuta a un certo Unferd, mentre la spada di Beowulf si chiamava Nagling. Nella Chanson de geste del ciclo carolingio importantissima è, nella Chanson de Roland, la spada Durlindana. La tradizione narra che fosse stata consegnata al paladino da Carlo Magno che, a sua volta, l’avrebbe ricevuta da un angelo con l’incarico di donarla al più valoroso tra i suoi cavalieri. Essa era di un acciaio tanto temprato da rendere impossibile a Rolando, in punto di morte, di distruggerla per non farla cadere nelle mani degli infedeli. La spada infatti era custode, nel pomo, di sacre reliquie capaci di conferirle un potere divino: un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di monsignor Dionigi e persino un lembo della veste della Vergine Maria.

Ma spade, lame, coltelli, pugnali quali dinamiche lesive provocano su chi ne è rimasto o ne può rimanere vittima? Dal campo storico-narrativo facciamo un cenno all’ambito medico-legale. Tutte le ferite da arma bianca rientrano nell’ambito delle lesioni da energia meccanica e sono di aspetto differente: da punta, da taglio e da punta e taglio, a seconda che lo strumento offensivo agisca con un’estremità acuminata, il filo della superficie tagliente o entrambi, come si verifica nei coltelli appuntiti. Nelle lesioni da arma bianca prevale l’estensione in superficie anziché in profondità e, se si volessero riassumerne le forme tipiche, le potremmo classificare in quattro grandi gruppi: ferite da difesa (nella vittima, nel tentativo di porre resistenza all’aggressione); ferite da svenamento (indicative di suicidio nelle zone auto-aggredibili come polsi o regioni inguinali); ferite da scannamento (recisione delle "canne del collo", laringe e trachea); ferite da sventramento (squarcio della parete addominale con fuoriuscita di visceri).

A questo punto, possiamo dire che non esiste un evento, storicamente determinante, che non sia stato legato a fatti d'arme. Le armi bianche furono strumento e simbolo, tanto da accompagnare l'uomo o il guerriero anche nella sua ultima dimora. Dagli scavi di tombe proviene infatti il materiale più significativo e superstite delle culture e dei popoli che investirono l'Europa in grandi migrazioni.

Nel Medioevo, determinati armamenti furono prerogativa del ceto nobile, all'interno del quale si riflettevano notevoli differenziazioni di rango nel corredo bellico. Le masse popolari invece utilizzavano armi e attrezzi a seconda del bisogno, ma forgiare armi o i loro componenti non era un mero fatto artigianale o solo un contributo economico al proprio o altrui sostentamento: significava partecipare in modo più diretto alla vita della propria città e avere la possibilità di inserirsi nel grande commercio internazionale di armi, sempre in fermento.

Allora, chi di voi vuole cimentarsi in un duello all'arma bianca? 



martedì 28 luglio 2015

Effetto Domino di Edy Tassi - La mia recensione

Autrice: Edy Tassi
Genere: Erotico Contemporaneo
Ambientazione: Italia, Lago di Como
Editore:Harlequin/Mondadori coll. Harmony Passion, luglio 2015, pp. 312, €10,97
Livello sensualità: Molto Alto
Disponibile in Ebook: Sì, euro 6,99
Trama: nascosta dietro l'obiettivo della macchina fotografica, Gloria è sicura di essere intoccabile. E invisibile. Di poter scegliere lei ogni mossa, anche con gli uomini. Seducendoli, amandoli senza inibizioni, e poi lasciandoli prima di poter provare emozioni troppo intense. Prima di poter soffrire. Ma nessuno può sfuggire alla propria storia. E quando il passato la chiama con forza dall'Africa alle sponde scintillanti del Lago di Como, Gloria comincia a seguire le tracce di una verità scomoda, di una storia familiare misteriosa e affascinante. Al centro di tutto c'è l'enigmatica e imponente Villa Visdomini. e un uomo, Marco, che è tentazione pura, pericoloso come il fuoco che divampa tra loro. Questa volta Gloria non può più nascondersi.


Sono sulla strada che porta da Como a Cernobbio. Si susseguono, senza sosta alcuna, curve e scorci improvvisi di un paesaggio suggestivo, che entra sotto la pelle. Come se lo avessi già visto in un momento preciso della mia vita o, forse, in una vita passata. Poi alzo gli occhi e, tra i folti cespugli di oleandri dai fiori rosa e fucsia, tra le foglie lucide delle magnolie, la vedo.


Villa Visdomini è lassù, così reale nel mio immaginario di lettrice che posso toccarla con mano. Posso aggirarmi nelle sue stanze, passeggiare nel suo giardino; posso respirare i profumi intensi dei fiori, dell’erba perfettamente rasata, posso riposare all’ombra degli alberi secolari. Ma non è il riposo ciò che cerco e non sono sorpresa quando, tra i cespugli, appaiono Gloria e Marco, i protagonisti del libro. Non li sto spiando, sia chiaro. Voglio solo godermi ancora la loro bella e sofferta storia d’amore.

Effetto Domino, il nuovo libro di Edy Tassi, ha questo magico potere: offre al lettore un viaggio tra visioni sensuali, segreti da svelare, personaggi descritti tanto bene da sperare di incontrarli per strada. Ballando col Fuoco, il suo primo romanzo è stato un assaggio, uno stuzzichino che ci ha fatto venire l’acquolina in bocca, un libro con il ritmo e l’andamento di una danza classica. Lento dapprima, poi acceso dalla passione. Effetto Domino è un tango sensuale, cadenzato, che colpisce al cuore già dalle prime pagine. Stuzzica, coinvolge, rosso e vivido come la danza argentina.

I protagonisti sono un uomo, una donna, l’eros e i sentimenti. Tutti coinvolti in modo diverso in una vicenda umana che affascina, coinvolge e spiazza il lettore. L’autrice mette a nudo vicende del passato, segreti e debolezze umane con una delicatezza e una chiarezza che stupiscono, che coinvolgono. Ma la penna di Edy Tassi ha scritto tante righe, ha fatto tanta strada e sa esattamente dove ci sta portando.

La vita è solitudine, è isolamento. Ne sa qualcosa Gloria Montanari, fotografa. Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica assiste alle vicende della vita, tenendosi in disparte. Non si mette in gioco, lei che del gioco d’azzardo è una vittima indiretta, lei che si è lasciata trascinare come una banderuola dal padre, su e giù per un continente che non è la sua patria e mai lo sarà. Perché un pezzo del suo cuore è in Italia, sul lago di Como. Solo che lei non lo sa ancora e, quando decide di andare a cercare le proprie origini, scoprirà un mondo fatto di emozioni, sentimenti e legami che non sospettava, né immaginava. Gloria tenta di nascondersi nel buio di una stanza, tra le lenzuola stropicciate dal sesso. Illusa. Qualcuno la scoverà, perché la vita ci trascina, implacabile, verso il nostro destino.

In questo viaggio per ritrovare le sue origini incontrerà figure del passato ormai irraggiungibili e persone vive, reali, che la colpiranno al cuore. Buone o cattive, la strapperanno in modo definitivo a quell’apatia dei sentimenti in cui si è crogiolata fin troppo a lungo. Sarà Marco Galbiati, pur senza rendersene conto, a tessere la tela destinata a imprigionare questa donna e noi lettori saremo le altre vittime di questo intreccio che incalza, che non lascia tregua fino alla parola fine.

Il titolo è più che azzeccato: potete quasi sentire il tic, tic, tic delle tessere che cadono trascinate dalla prima, caduta mentre state leggendo la prima pagina del libro. Così è la vita, la vita vera. Così è questo romanzo, più vero del verosimile e solo quando Marco e Gloria usciranno allo scoperto, avranno il coraggio di tornare alla luce sotto l’obiettivo mettendosi in gioco per davvero, tutta la vicenda acquisterà senso e prospettiva. Il lieto fine è scontato in questo tipo di romanzi, ma non è scontata la strada lungo la quale Edy ci accompagna, con una scrittura asciutta, pulita e immaginifica. Un lieto fine che vi farà chiudere il libro con quel pizzico di nostalgia, che si prova quando un amico ci lascia per un viaggio e del quale si attende, con trepidazione, il ritorno. Il cuore in gola, gli occhi lucidi.

Brava Edy. Avevo detto che era nata una stella. Oggi non posso che darvi la conferma che quella stella si è conquistata un posto di tutto rispetto nel nostro angolo di cielo, tutto italiano.

mercoledì 1 luglio 2015

ROMA 46 DC - VENDETTA di Adele Vieri Castellano




Un grazie di cuore alla mia carissima amica Francy della Rosa che mi ha fatto questo bellissimo regalo. Ovvio, lo ha fatto anche a tutte voi lettrici. Buona visione!