martedì 13 ottobre 2015

Il potere oscuro delle donne

Le donne, creature dotate di poteri iniziatici. Nelle società antiche vigeva il matriarcato e si ipotizza che il potere e la sacralità fossero femminili. Dominavamo il mondo, ebbene sì! Ipotesi affascinante, che gli ancestrali culti delle dee della fertilità non fanno che confermare. Oggi restano testimonianze di quelle antiche culture in Africa e in America meridionale, dove alcune tribù sono ancora matriarcali. Nei secoli però vi fu un lento processo di demonizzazione e mistificazione da parte degli uomini, che relegarono l'universo femminile da un ruolo predominante a quello dipendente.

Ecco sorgere dunque, accanto a divinità maschili solari e positive, una schiera di divinità femminili oscure, lunari che, non solo hanno in sé difetti morali ma possiedono corpi repellenti. Divinità votate alla perdizione e chi, fra esse possiede anche una bellezza eclatante, di solito è una maliarda assetata di sangue e non solo in senso figurato. Sapete vero che i vampiri prendono origine dalle Lamie e dalle Empuse, della mitologia classica, greca prima e romana poi? Ebbene, scopriamo queste terribili femmine che hanno fatto tremare intere generazioni di uomini.


Le Arpie erano divinità mostruose generate da Gea la Terra, e forse la loro origine vuole mitizzare le tempeste. I loro nomi? Ellopus, dai piedi come il vento; Occipete, colei che vola rapida; Celeno, l'oscura. Divinità alate dai lunghi capelli disciolti e sventolanti, che Virgilio descrive così nell' Eneide: “...vergini ai volti, uccelli e cagne l'altre membra. Hanno di ventre un fetido profluvio, ond'è la piuma intrisa e irta; le man d'artigli armate, il collo smunto; la faccia, per la fame e per la rabbia, pallida sempre e raggrinzita e magra”.

Astarte, dea semitica dell'amore lubrico e dissoluto, dea guerriera che uccide per il sadico piacere di farlo. Divinità fenicia e cananea, sposa di Adone, legata alla fertilità, alla fecondità e alla guerra e connessa con Ishtar, divinità babilonese. La si venereva a Sidone, Biblo e Tiro, a Malta e persino a Erice in Sicilia, dove venne identificata con Venere Ericina. Dalla XVIII dinastia, in Egitto, divenne anche parte del pantheon egizio, identificata con Iside, Sekhmet e Hathor, mentre in epoca ellenistica fu accomunata ad Afrodite (la Venere dei Romani) come Urania e Cipride, da qui il nome dell'isola, dove c'era un centro del suo culto. 

Ecate, la figlia della notte, la Luna sovrana degli Inferi che vaga di notte con le anime dei defunti, accompagnata da cani ululanti. Ecate la giovane, l’anziana, l’esploratrice della psiche, levatrice e divinità dei crocicchi, potente e saggia. Trivia e multiforme, Esiodo, nella sua Teogonia, le dedica un Inno dove Zeus concede alla dea potere supremo sulla Terra, sugli Inferi e sul Cielo. Le concede anche i diritti originari come discendente delle divinità femminili primordiali, fra cui quello di accordare o negare ai mortali ciò che desiderno. A lei Demetra si rivolge nella sua disperata ricerca di Persefone, sua figlia.

Echidna, mostro con busto di donna e il corpo serpentino. In uno dei tanti miti che la vedono protagonista, si narra che vivesse in una caverna della Cilicia, altri invece la collocano nel Peloponneso, dove sarebbe stata uccisa da Argo dai Cento Occhi, perché aveva l'abitudine di divorare i passanti. A lei, nonostante la mostruosità, si attribuivano molti figli. Con Tifone generò la Sfinge, Cerbero, l'Idra di Lerna e la Chimera, tanto per citare i più famosi. Ma nelle colonie greche del Ponto Eusino (Mar Nero) si raccontava che Eracle, giunto in Scizia, aveva lasciato i suoi cavalli liberi di pascolare. Al suo risveglio erano scomparsi. Cercandoli, si imbattè in Echidna che gli promise di restituirglieli se avesse acconsentito a unirsi carnalmente a lei. Eracle accettò e nacquero tre figli: Agartiso, Gelono, eponimo della città di Gelona, e Scite; quest'ultimo dette il nome alla stirpe degli Sciti.

Le Empuse sembra appartenessero alla cerchia di Ecate, di cui erano le ancelle. Avevano la pessima abitudine di terrorizzare i viandanti, divorando coloro che percorrevano i sentieri, ingannandoli mutando il loro aspetto. Le forme in cui si mutavano più spesso erano quelle di cagna o di vacca. Ma per attirare le proprie vittime a volte divenivano donne dalla folgorante bellezza. Possedevano lunghi artigli, piccole ma affilate zanne, occhi rossi e pelle pallida. Le Empuse più potenti potevano divampare come un fuoco per sfuggire al nemico. Si nutrivano di sangue, come le Lamie.

Le Erinni sono personificazioni della vendetta chiamate Furie, nella mitologia romana. Hanno serpenti al posto dei capelli, pelle nera e vesti grigie. La madre Gea le ha partorite dopo essere stata fecondata dalle gocce di sangue del suo sposo Urano, dopo che il figlio Saturno gli aveva reciso i genitali. Ma un mito successivo le dice figlie della Notte. I loro nomi sono Aletto, Megera e Tisifone e, al fine di placarle, si sacrificano loro pecore nere. Di solito venivano rappresentate come creature alate, urlanti, con in mano torce, fruste o tizzoni ardenti. 

Tre erano anche le Gorgoni, Steno, Euriale e Medusa. Quest'ultima era tanto bella che aveva osato paragonarsi ad Atena e la Dea, offesa, la punì mutandole i capelli in serpi, la pelle del corpo a squame. Il suo sguardo era tanto terribile da trasformare in pietra chiunque osasse fissarla. Fu Perseo a ucciderla e l'eore fuggì da Steno e Eurilale, in cerca di vendetta, in groppa al cavallo altato Pegaso, servendosi della testa decapitata di Medusa per sconfiggere i suoi numerosi nemici.

Le tre Graie, simboleggiavano i vari momenti della vecchiaia. Non avevano mai vissuto la gioventù, possedevano un solo occhio e un solo dente in comune. Erano custodi del luogo in cui vivevano le loro sorelle, le Gorgoni. Perseo rubò loro l'unico occhio e le costrinse a confessare dove si trovassero l'elmo, la bisaccia e i sandali, oggetti indispensabili per uccidere Medusa. Il fatto che avessero un solo occhio in comune consentì all'eroe di passare inosservato e subito dopo Atena gli donò uno scudo, tanto lucente e levigato, che vide il riflesso di Medusa e potè ucciderla senza fissarla negli occhi.
 
Lamia, secondo un mito tramandato anche da Plutarco, era la bellissima regina della Libia che catturò l'interesse di quel cascamorto di Giove e divenne la sua amante. La dea Era, moglie legittima, si vendicò uccidendo i figli della coppia, pare che l'unica a salvarsi fosse Scilla; Lamia, distrutta dal dolore, cominciò a divorare i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. Un comportamento contro natura che la trasformò poco a poco in un essere ripugnante, capace di mutar forma e apparire attraente per sedurre gli uomini allo scopo di berne il sangue. Si dice che Giove, impietosito, le concesse il dono di togliersi gli occhi e di riporli in una ciotola prima di dormire, affinché potesse essere sempre vigile e attenta.

Scilla, ninfa dagli occhi azzurri, viveva in Calabria ed era solita recarsi sulla spiaggia di Zancle. Una sera vide apparire dalle onde Glauco, figlio di Poseidone, un tempo mortale, oramai divenuto divinità marina, metà uomo e metà pesce. Glauco scorgendola volle urlarle il suo amore, ma la ninfa fuggì così il dio si recò dalla maga Circe, chiedendole un filtro d’amore. La maga gli propose di unirsi a lei ma Glauco si rifiutò di tradire l'amore per Scilla e Circe, furiosa, si vendicò versando un filtro malefico nel tratto di mare dove Scilla era solita fare il bagLa ninfa si immerse in acqua e il filtro la trasformò in un mostro enorme, con sei teste di cane e gambe serpentine. Per l’orrore la povera ninfa si gettò in mare, nascondendosi nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta, dove abitava Cariddi.

Cariddi era stata una naiade un tempo, figlia di Poseidone e Gea. Dedita alle rapine, sempre affamata, un giorno rubò a Eracle i buoi di Gerione e ne mangiò alcuni. Zeus, irritato la scaraventò in mare e la trasformò in un gigantesco mostro, insaziabile. Cariddi risucchiava l'acqua del mare, poi la rigettava creando enormi vortici che affondavano le navi. I marinai disperati venivano poi divorati da Scilla. Secondo il mito, gli Argonauti riuscirono a scampare al pericolo grazie a Teti, la nereide madre di Achille.


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