Racconti

L'Ombra degli Dei
Direttamente dalla rassegna "Racconti d'Autore" dal sito di Regin la Radiosa, un racconto che vi trasporta nell'Egitto di oggi, accompagnate da un archeologo molto, molto particolare...
 
Il calcolo accurato è la porta d'accesso alla conoscenza di tutte le cose e agli oscuri misteri


Papiro di Rhind, British Museum. 


Egitto, ottanta chilometri a ovest dell’oasi di El Kharga, 23 dicembre 2008

L’aria è di norma invisibile, ma in quel momento sembrava densa come vetro. Quarantatré gradi che salivano dalla sabbia e dalle pietre calcaree, color terracotta.
Per Giulia, sospesa su una pedana di legno e ferro sopra la grande depressione degli scavi, il viaggio aveva assunto i contorni di un incubo. Smarrito il bagaglio all’aeroporto del Cairo, sofferto il mal d’aria sul trabiccolo volante che dalla capitale l’aveva portata fino a Luxor, respirato polvere sottile come borotalco per tutti i debilitanti seicento chilometri che separavano la città egiziana dall’oasi di El Kharga. E per non farsi mancare nulla, la jeep l’aveva shakerata come un barista fa con il Campari e il seltz, un barista di cattivo umore.
Si rese conto che da due giorni indossava gli stessi vestiti. Per fortuna gli operai che andavano e venivano dalle scale e dalle passerelle sospese sui resti millenari, emanavano un acre puzzo di sudore, spezie e cipolla tale da nascondere il suo, di olezzo.
Respirò una boccata di quell’aria pestifera e notò i blocchi di granito che sembravano le vestigia di un antico muro. Mentre si rifaceva la coda reggendo il cappello di paglia tra i denti, intravide il profilo di un’anfora fuori dalla sabbia e qualcuno accucciato lì accanto, che si apprestava a spolverarla con un pennello.
L’eccitazione cancellò il disagio, il cattivo odore, l’afa e la stanchezza.
Fece per sporgersi per guardare meglio e accaddero due cose in simultanea: si scottò l’avambraccio sul metallo rovente della balaustra e riconobbe l’uomo inginocchiato, che stava spolverando l’anfora.
Ecco, mancava solo lui.
L’archeologo più odioso sulla piazza, che non perdeva occasione di criticare i suoi articoli, che le aveva quasi soffiato la cattedra di egittologia all’Università di Pisa, che aveva ridicolizzato i suoi metodi per preservare alcuni dipinti di una tomba, minacciati dalle muffe. Uno dei pochi stranieri ad avere il benestare dello stato egiziano per eseguire scavi sul suo territorio.
L’uomo più bello che le fosse mai capitato di vedere.
Massimiliano Neri era separato da lei da una ventina di metri d’aria arroventata. I capelli gli sfioravano le spalle, degni ambasciatori del suo cognome e non ci voleva una laurea in anatomia comparata per immaginare che, sotto la t-shirt di cotone bianco, ci fosse un torso modellato come quello del Belvedere. Come se non bastasse, la sua pelle era di un bel bronzo dorato, appropriata sia per la pubblicità di una qualche crema solare, di una linea di costumi maschili o di mitiche tavole da surf. Pubblicità che avrebbero fatto alzare a livelli intollerabili la temperatura corporea di qualsiasi femmina sdraiata nei dintorni.
Giulia sollevò gli occhi al cielo. Se lassù c’era nascosta la dea Iside che l’aiutasse, per tutti gli dèi dell’Egitto.
Massaggiando la scottatura sul braccio si incamminò verso i prefabbricati e individuò subito il professor Elio Tadini, che le stava venendo incontro agitando la mano. Il colpevole, colui che l’aveva fatta uscire a forza dal guscio e trascinata, una settimana prima di Natale, a rovistare tra quelle rovine. Colui che l’aveva trasformata da zia in procinto di passare la festa più significativa dell’anno in compagnia di nipotini urlanti e parenti affaccendati, in un topo delle sabbie.
Il volto del prof, segnato dalle rughe e dal caldo, si schiarì in un sorriso mentre avanzava con passi militareschi tra gli indigeni, che scaricavano le ceste colme di detriti su un enorme piano di legno, davanti al quale tre studenti separavano i sassi e i cocci dai reperti di valore.
«Giulia carissima, com’è andato il viaggio?»
«C’è la domanda di riserva?» le rispose stingendogli la mano.
Gli occhi azzurri di Tadini ammiccarono dietro alle lenti tonde e spesse. Scoppiò in una risata e Giulia gli fece un breve resoconto del calvario a cui l’aveva sottoposta.
«Mia cara, per farmi perdonare ti rendo omaggio con la mia doccia giornaliera. Vedrai, ti rimetterà di buon umore.»

La doccia erano in realtà due secchi d’acqua provenienti dalla sorgente che irrigava l’oasi, sospesi a due metri da terra e pronti per essere riversati in un serbatoio di lamiera bucherellato, una pedana di legno riparata da pannelli di plastica ricoperti di canniccio, il tutto all’aria aperta. Uno squarcio di privacy erano i due alberi di sicomoro dai rami frangiati, che pendevano davanti al gabbiotto e lo nascondevano del tutto agli sguardi indiscreti.
I due prefabbricati dietro cui stava la doccia erano dello stesso colore del deserto e fungevano da dormitori, cucine, ufficio, in sostituzione delle tende. Tutti in materiale ecologico, le aveva raccontato Tadini, mentre facevano un giro esplorativo del campo. Minimo impatto ambientale possibile, massimo confort per gli archeologi con in testa solo ossa e resti millenari.
I trenta litri d’acqua concessi, Giulia li apprezzò fin dentro la pelle. Il cielo nel frattempo si era tinto d’oro, il sole stava calando verso occidente, l’aria cominciava a raffreddarsi e lei pregò che fossero arrivati i bagagli a Luxor, dove sarebbe stato più probabile riuscire a recuperarli.
Si avvolse nell’asciugamano, respirò il profumo acre del sapone al tabacco, indossò le infradito, tutti prestiti del professore. Fece un gran sospiro e lo benedisse per la sesta volta.
Uscì dal gabbiotto mentre i suoi piedi sciaguattavano felici sul piano di legno bagnato.
«Guarda guarda, una sirena in pieno deserto. Chi mai l’avrebbe detto?»
Giulia rabbrividì, si concentrò su qualcosa di spiacevole, radunò aria nei polmoni, il tutto in soli tre secondi.
Si voltò. L’uomo era a pochi passi da lei, le braccia muscolose incrociate sul petto nudo, una salvietta avvolta sui fianchi che si apriva a triangolo sul muscolo della coscia, lungo come quello dei nuotatori. La salvietta era misera, stava lì per miracolo e quindi invocò il suo santo protettore.
«Ho sentito puzza di zolfo, mi chiedevo da dove provenisse. Ora lo so.» Commentò raccogliendo i suoi vestiti impolverati.
Massimiliano Neri sollevò un angolo delle labbra e mostrò denti fin troppo bianchi. In realtà non era un vero sorriso. A lei mostrava i denti e le teneva gli occhi addosso, quasi volesse inchiodarla a una parete. L’animosità tra loro era qualcosa di tangibile, che Giulia non aveva mai del tutto ammortizzato.
Non si sopportavano, tutto qui. Ci sono energie vitali che si attraggono, altre che si respingono come i poli uguali di due calamite. Giulia era allenata, ormai.
«Dai Fabiani, non essere bisbetica come al solito.» Disse lui, avanzando di qualche passo.
Odiava quando la chiamava per cognome.
«Da quale tomba sei sbucato?» Giulia si guardò intorno in modo teatrale «non vedo la stangona bionda che tenevi sulle ginocchia l’ultima volta che ti ho visto. L’hai sacrificata al dio Anubis?»
Due mesi prima Tadini aveva organizzato una conferenza a Montecarlo in cui l’aveva invitata a presentare il suo ultimo libro, dedicato alla scoperta del sepolcro dei cinquanta figli di Ramses II.
Ovvio, non aveva potuto sottrarsi alla serata di gala organizzata nientemeno che da S.A.S. il Principe Alberto II, vero appassionato di archeologia.
Neri si era aggirato per il salone con una bionda appiccicata al fianco, sorridente, affabile, in cerca di finanziamenti per la nuova campagna di scavi.
«Non ricordarmela, ci ho messo settimane a depistarla. Vuoi il mio nuovo numero di cellulare?»
Giulia contò i passi che Neri fece diretto verso la doccia, ne fece altrettanti dalla nella direzione opposta stringendo forse un po’ troppo l’asciugamano sotto le ascelle, mentre quello di lui minacciava di scivolare via da un momento all’altro. Non che lei avrebbe distolto lo sguardo. Provava una sorta di perverso desiderio di restare lì impalata e, nello stesso tempo, scappare a gambe levate. Dopo una sbirciatina, però.
Decise che era venuto il momento di eclissarsi come Ra, il disco solare appena scomparso dietro ai profili delle palme.
«No, il tuo numero di cellulare non mi interessa,» gli rispose allontanandosi «se ho bisogno di te userò i segnali di fumo.»
«Non rimani a vedere lo spettacolo?» le chiese lui, mentre appendeva una trousse di plastica blu alla maniglia di metallo del gabbiotto
«Mi piacerebbe ma no, grazie» rispose serafica, anche se negli ultimi cinque minuti non aveva mai sbattuto le palpebre.
«Peccato,» ridacchiò lui «avresti potuto restituirmi il favore, una volta o l'altra.»
«Sicuro, alla prossima glaciazione.»
Caspita. Spogliarsi perché lui la rimirasse per benino la turbava e insieme la eccitava, così ponderò l’idea per qualche istante. Sei una stupida esibizionista da quattro soldi, ecco cosa sei, pensò alla fine con la parte razionale.
Il sesso occasionale non l'aveva mai interessata ma, con tutti gli uomini che c'erano al mondo, il desiderio per quel villano arrogante la lasciava disorientata.
Sono davvero così superficiale? Si chiese e valutò per un po' la cosa mentre gli girava le spalle e, con la coda dell’occhio, coglieva il bagliore dell’asciugamano sventolare sul tronco che fungeva da appendiabiti.
Peccato, ora non poteva più voltarsi senza fare una figuraccia quindi si rassegnò, si avviò disciplinata in direzione dei prefabbricati. Oh sì, sei davvero superficiale, concluse alla fine allontanandosi.

Massimiliano la osservò fino a quando non la vide scomparire tra gli alberi. Giulia non aveva ancora scoperto che era lui l’inquilino del letto a castello, sopra alla sua testa. Si concesse un bieco sorriso.
Per tutto il giorno aveva sentito il familiare dolore sul bicipite sinistro. Il marchio inciso a fuoco sulla sua pelle, una piuma, il simbolo della Signora Ma’at, colei che amministrava la legge cosmica, la verità, l’equilibrio, la giustizia. Colei che misurava l’armonia, ciò che le cose dovrebbero essere. Senza di lei l'Universo sarebbe diventato Caos, ancora una volta.
Il dolore si manifestava con prepotenza ogni volta che Giulia Fabiani era nei paraggi. A chilometri di distanza o a un metro da lui.
Non c’era da stupirsi e, quando aveva messo piede sulla passerella degli scavi, una scossa potente gli aveva attraversato il corpo in un richiamo ancestrale, antico quanto il mondo.
Nudo, entrò nel gabbiotto.
L’acqua che gli cadeva in rade gocce sulla pelle aveva con sé l’odore dei millenni. Gli uccelli fecero un ultimo, disordinato volo tra i rami delle tamerici, prima di appollaiarsi per la notte.
Era a casa. Era con Giulia.
Era il momento di unire i due opposti. Cielo e terra, acqua e fuoco, notte e giorno.

Lo stanzino misurava tre metri per quattro, una finestra a due ante con serramenti in metallo, un cassone-cassapanca di legno grezzo con tre cassettoni, uno scaffale pieno di libri, un neon sul soffitto, il bocchettone dell’aria condizionata sopra alla porta.
Giulia regolò la lampada a petrolio sospesa a fianco del letto a castello. Conosceva le regole: il generatore elettrico era lontano per non disturbare col suo ronzio e sarebbe stato spento di lì a poco, col sopraggiungere del buio.
Si affrettò a indossare una t-shirt sul seno nudo e i boxer di cotone con cui era solita dormire, capi infilati in fretta e furia nel bagaglio a mano insieme a un cambio completo. Non era la prima volta che le smarrivano le valige, quelle serie, così aveva imparato a tutelarsi.
Diede un’occhiata ai pantaloni e alla maglietta che avrebbe indossato l’indomani, che pendevano dalla testata del letto. Poteva andare peggio.
Il letto superiore era disfatto. Si augurò che il tizio non fosse un russatore provetto o uno a cui piaceva raccontare la sua vita, prima di addormentarsi. Si consolò pensando che almeno il termostato dell’aria condizionata era regolato sui ventisei gradi. Segno di buon senso, almeno per quanto riguardava umidità e temperatura.
«Giulia, è l’unico posto rimasto, mi dispiace,» le aveva detto Tadini scortandola verso una costruzione incassata in un avvallamento del terreno, riparata dal sole da una cortina di alti cespugli «gli studenti arrivati con l’ultima sfornata sono chiassosi e indisciplinati, ho pensato che per te fosse meglio dormire tranquilla. Come al solito, sono tutti uomini.»
«Dove dormono?»
L’uomo indicò con il pollice il prefabbricato che si erano lasciati alle spalle.
«Laggiù, vicino agli scavi.»
«Dividere il letto a castello con qualcuno non mi ucciderà, mi è capitato di peggio. Sarò la personificazione della tolleranza.»
«So che odi gli insetti, per questo ti ho sistemata al coperto.»
«Davvero, non c’è problema. Chi dorme con me?»
In quel momento il satellitare di Tadini era squillato, la domanda era rimasta senza risposta e, con un’alzata di spalle e un muto cenno di saluto, Giulia era entrata nel prefabbricato.
Tirò fuori dallo zaino la lampada tascabile per la lettura, si sdraiò sulle lenzuola già coperte da un leggero velo di polvere e alzò gli occhi verso la rete del letto che le stava sopra.
Minacciosa.
E se i sostegni avessero ceduto durante la notte? Aveva sempre quel genere di pensiero. Non che soffrisse di claustrofobia, visto che si aggirava, per metà della sua esistenza, in budelli stretti e soffocanti con le pareti macchiate di umidità, rischiarati dall’incerto lucore verdastro delle lampade di emergenza; eppure, sdraiata sotto quella rete, provava un’incessante sensazione di allarme. Persa nelle sue valutazioni, non udì lo scattare della serratura ma la voce le arrivò forte e chiara:
«So cosa stai pensando. Non succederà.»
Giulia saltò su di scatto, andando a sbattere con la fronte su uno dei ganci delle molle. Un dolore lancinante la scosse e fu incapace di articolare qualsiasi altro suono che non fosse un gemito. Gli occhi le si riempirono di lacrime e si raggomitolò con le ginocchia al petto, la mano premuta sul punto dolorante.
«Giulia, fammi vedere… avanti, ho del ghiaccio secco. Aspetta…»
Sentì rumore di velcro stappato, una parolaccia in arabo e un attimo dopo veniva distesa da una forza pressante, irresistibile, con la testa sul cuscino. Un oggetto gelido si posò sul gonfiore dolorante.
«Ahia! Accidenti fai piano, dannato te!»
Cercò a tentoni la mano pesante che la costringeva giù, ma l’altra mano libera di Massimiliano Neri le impedì ogni movimento, inchiodandola al letto.
«Stai ferma e non protestare.»
«Bestia, che ci fai qui? Hai visto che mi hai fatto? Sono sfigurata, ti chiederò i danni e dovrò andare in Brasile a rifarmi la faccia.»
«Ci sono ottimi chirurghi anche in Tunisia, non lo sai? Fanno tette bellissime,» vi fu un secondo di pausa, poi lui continuò «ma tu non ne hai bisogno.» La voce era diventata bassa, persuasiva.
Giulia aprì un occhio. Il viso tenebroso di quell’uomo era su di lei. Ebbe una scossa in tutto il corpo.
«Che ne sai delle mie tette? Non le hai viste né tastate. Anche se, dopo l’archeologia, è il tuo sport preferito.»
Lui sedette al suo fianco senza attenuare la pressione sulla fronte.   
«Lieto che tu abbia messo al primo posto il mio lavoro. Di solito sei molto più acida.»
«E’ perché sono ferita,» borbottò tra i denti, arrendendosi.
«Quindi sei alla mia mercé?»
Giulia riaprì gli occhi di botto.
«Non mi dire che tu dormi lì sopra?»
Lui non aprì bocca ma un sorriso devastante si aprì sulle sue labbra.
«Ora capisco perché Tadini era così in imbarazzo. Scordatelo,» dichiarò e fece per sollevarsi.
«Sta giù. Dammi tre minuti e domani non avrai neppure il livido.»
«Domani giacerò sotto questo letto schiacciata come uno scarafaggio. Non ho intenzione di…»
«Se vuoi io dormo sotto.»
«Io vado fuori.»
«La tua verginità è al sicuro con me.»
«Balle.»
«Sei vergine?»
«Non strabuzzare gli occhi, babbeo. Non lo saprai mai.»
«Babbeo? Da dove lo hai tirato fuori, da un cartone animato?»
Giulia riuscì ad alleviare di poco la pressione sulla fronte. La sentiva pulsare.
«Sono una signora, tutto qui. Anche con te, che sai tirarmi fuori il peggio.»
Lo sguardo di lui era inchiodato sulla sua fronte.
«C’è sangue?» domandò irrequieta. Se c’era sangue sarebbe svenuta.
Sentiva il dolore ma era ben altro a preoccuparla, in quel momento. Una parte del suo cervello stava elaborando pensieri primitivi nei confronti di quel corpo, chino su di lei. Registrò i lembi della camicia kaki aperta, la leggera sfumatura di barba che gli scuriva le guance, l’odore mascolino che le riempiva le narici. Mani calde. Una febbre, un delirio.
«Niente sangue, non morirai Giulia. E’ solo un brutto livido. Ora mettiamo l’unguento, puzza ma fa miracoli.»
Si allontanò diretto al cassettone e lei ne approfittò per ventilare. Cominciò a contare le pecore: una, due, dieci, venti… ‘fanculo, meglio i cammelli. Lo vide tornare e i cammelli svanirono all’istante.
«Non vorrai mettermi quella cosa sulla fronte. Ha un aspetto orrendo.»
«Niente capricci. E’ un preparato di mia invenzione. Erbe e gel di semi di lino.»
«Potresti avvelenarmi.»
Lui riprese posto al suo fianco, il materasso affondò in modo esagerato. Le due dita sporche di sostanza marrone si avvicinarono alla sua fronte. Giulia si tirò indietro più che poté ma c’era un limite fisico dietro di lei.
«Naaa… non voglio la tua morte se no con chi polemizzo sull’Egitto, Fabiani?»
Occhi penetranti la fissarono. Di che diamine di colore erano? Verde scuro, con schegge marroni e d’ambra.
«Già. Tu ti diverti.» Replicò offesa, cercando di rilassare i muscoli irrigiditi.
«E tu mi prendi troppo sul serio.»
Sentì prima fresco, poi un lieve dolore quando le dita massaggiarono la pelle già gonfia.
«Ahia, fai piano.»
«Non lamentarti, potevi tagliarti.»
Era così delicato. Chiuse gli occhi, meglio non guardare, solo sentire.
«Ho letto il tuo libro sulle donne dell’Antico Egitto,» disse lui spezzando il silenzio.
Il cuore di Giulia cominciò a martellare dentro al petto. Tump, tump, tump.
Le dita si fermarono un istante, poi ripresero il lento movimento circolare. Un parte di lei era sprofondata in una dimensione rassicurante, dall’altra tutti i suoi sensi erano in allarme.
«Porta il tuo fondoschiena lontano da me e chiudi il becco. Non ho voglia di discutere adesso.»
«Volevo farti un complimento.»
Le dita scomparvero. Giulia lo spiò attraverso le palpebre socchiuse.
«Non ci credo. Dove lo hai scritto il tuo ultimo articolo dissacrante? Su Focus Storia? Sul National Geografic?»
«Sto parlando sul serio, Giulia Fabiani.» Tenne le due dita a un soffio dal suo naso.
«So che c’è il trucco. Tu non avvalli mai quello che scrivo» disse  puntandogli l’indice sul petto. Pessima idea, era duro come granito.
«Stammi lontano, Massimiliano Neri.»
Per evitare che cogliesse dentro alle sue pupille, oltre che il lampeggiare della rabbia, l’altra pulsione del tutto opposta, Giulia fissò la rete sopra di lei.
Odiava i letti a castello.
«Non è così e lo sai,» rispose lui continuando il suo massaggio «il nostro è un sano dibattito scientifico. Io esprimo le mie idee, tu le tue e il fatto che siano spesso divergenti, è segno che hai una mente brillante quasi quanto la mia.» Il tono l’avrebbe quasi convinta. Quasi.
«Sono commossa. Il tuo secondo lavoro è incantatore di serpenti?»
Giulia riuscì a sollevarsi, appoggiò i piedi a terra. Gli sedette di fianco e si rese conto di quanto fosse grande. Doveva pesare più di novanta chili, tutto muscoli e lunghe ossa.
Meno male che a lei uno così non interessava.
Proprio per niente.
«Dove hai intenzione di andare?» le chiese chiudendo il barattolo del gel appiccicoso.
«Dormo fuori. Formiche rosse, millepiedi, scarabei,» solo a pronunciarne i nomi Giulia rabbrividì «sono tutti più attraenti di te.»
«Nell’ultimo capitolo, quando parli di Hatshepsut, la chiami regina guerriera. Dici che usava gli uomini per raggiungere i suoi scopi: potere e dominio. Lo credi davvero?»
In piedi le girava la testa, così rimase un attimo immobile per orientarsi.
«Era una donna priva di scrupoli,» gli rispose riprendendo il domino di sé.
Lui appoggiò un braccio al bordo del letto superiore. Novanta chili per un metro e novanta. Per evitare di accasciarsi al suolo, Giulia si aggrappò alla cassettiera.
Meno male, davvero.
Altrimenti avrebbe dovuto stenderlo sul materasso, per apprezzare meglio quella sorta d'incrocio tra una statua della Grecia classica e un pornodivo.
«Era una donna che conosceva i punti deboli dei suoi avversari e cercava di dominarli, seguendo l’istinto primordiale.» La voce di lui era ridotta a un sussurro.
Giulia sentì il brivido scendere lungo il midollo e aggrovigliarsi al centro del ventre.
Nello spazio di un istante l’uomo che aveva di fronte sembrò sfiorarla, nonostante restasse immobile a un metro da lei. Il suo respiro si confuse con quello di lui, la sua coscienza e la sua anima furono toccate da qualcosa di totalmente differente da tutto ciò che conosceva.
Cercò di trovare la saliva perché la lingua era diventata così secca che si era attaccata al palato. Il sangue le rombò nelle orecchie, fece fatica a concentrarsi su ciò che doveva rispondergli. Le parole erano lì, ma non riuscì a riordinarle abbastanza in fretta.
A un tratto il neon sopra di loro si spense con uno schiocco, la stanza rimase illuminata solo dalla lampada a petrolio. Ombra e luce si confusero creando un effetto surreale. Giulia si riscosse da quella specie di trance e riuscì a dire:
«Ne parli come se l’avessi conosciuta.»
Non capì da dove le fosse uscito quel pensiero. Lui sollevò una mano e passò il pollice sul labbro inferiore, lo sguardo fisso su di lei.
«Mi illudo spesso di aver vissuto in quell’epoca lontana. A te non capita mai?»
Anche troppo, pensò Giulia con un briciolo di lucidità, mentre cercava di rispondere qualcosa di intelligente. Quasi impossibile farlo, con la lingua a penzoloni.
«No, non mi capita mai.»
«Non ci credo. Lo dici solo per stuzzicarmi.»
«Già, polemizzo per renderti la vita interessante, professor Neri» riuscì ad articolare, alla fine.
Anche l’aria condizionata aveva smesso di funzionare e il caldo divenne opprimente. Nonostante questo, Giulia sentì un brivido e si guardò intorno.
«Il generatore si è fermato» constatò.
Lui respirò, un sospiro rumoroso. L’aria si concentrò nel petto ampio, i lembi della camicia si scostarono appena sotto la spinta dei pettorali, gli occhi si fecero indistinguibili nella penombra.
Fuori il cielo era nero e lei se lo immaginò trapunto di stelle. Aveva bisogno d’aria, così tese un braccio e afferrò i pantaloni appesi in fondo al letto.
Massimiliano fece un passo e le fu accanto. La sostenne mentre saltellava su un piede per infilare una gamba. Si ritrovò appoggiata a lui.
«Non ti lascerò uscire, ne sei cosciente, vero?»
«Non rimango qui un istante di più.»
«Dovrai passare sul mio corpo.»
«Togliti quell’espressione lasciva dalla faccia, professore. E scansati.»
Un braccio le si avvolse intorno alla vita. Non solo per sostenerla.
«Provaci.» La voce era un invito suadente.
Giulia non poté avvicinare la serie di bottoni di metallo delle asole. Una mano grande si posò sul suo ventre nudo e un dito sfiorò l’osso pelvico per poi andare a infilarsi tra la pelle e l’elastico dei boxer.
«Ti cedo il mio letto, dormirò sotto di te e tu non esci da qui.»
«Non sarebbe la prima notte che dormo all’aperto.» Odiò la sua voce, quasi stridula perché la sua mente era occupata, concentrata su quel dito che andava avanti e indietro, senza spingersi più a fondo, lungo il limite proibito.
«Non nel deserto, non in questa oasi.» Replicò lui, sussurrando le parole al suo orecchio.
Giulia si rese conto che là, dove i loro corpi si toccavano, qualcosa stava bruciando. Lentamente. Poteva sentire il muscolo della coscia che premeva contro di lei, il torace che la sosteneva. Ubbidiente, sollevò le mani dai bottoni e lasciò che i pantaloni diventassero un mucchietto di stoffa ai suoi piedi.
«Brava ragazza.»
«Sono stanca, voglio andare a letto.»
Prima di lasciarla, le sue labbra la marchiarono su una vena pulsante sul collo, poi si sentì come nuda, fuori dal suo abbraccio.
Massimiliano raccolse i pantaloni e li rimise a posto mentre Giulia saliva la scaletta e si gettava tra le lenzuola in disordine, assurdamente felice di vedere sulla sua testa il soffitto del prefabbricato. Stanca? No, era stremata. La fronte le pulsava e se la sfiorò con le dita. Appiccicosa e viscida.
«Non toccarti.» La voce era di fianco a lei, insieme al volto tenebroso.
«Vai al diavolo, Massimiliano Neri,» borbottò girandogli le spalle «domani la prima vanga che troverò atterrerà sulla tua testa.»
«L’unguento è in un barattolo di vetro scuro. Ti autorizzo fin d’ora a rovistare nel miei effetti personali, per soccorrermi.»
Giulia si rannicchiò sul materasso cercando una posizione comoda. Le molle del letto scricchiolarono.
«Buonanotte Fabiani.»
Gli rispose con un grugnito soffocato e si coprì le gambe con il lenzuolo stropicciato. Troppo tardi si rese conto che era avvolta dall’odore di lui che le entrò nelle narici, fin nel cuore. Troppo tardi comprese la portata del suo errore: si era lasciata toccare.

Il teschio umano affiorava dalla sabbia per metà calotta cranica. L’osso, che con estrema cura Giulia stava dissotterrando, era la mandibola. Il pennello spostava i granelli mentre con uno scavino sottile e luccicante, separava i resti umani dalla parte sabbiosa. Dietro di lei due studenti trattennero il respiro, guardando i suoi movimenti precisi, la sua mano ferma.
Il cielo grigio dell’alba si colorò di azzurro, l’ombra si spostò lenta seguendo il corso del sole e, un’ora dopo e dopo una cinquantina di fotografie, il cranio affiorava dalla sabbia, messo a nudo.
Giulia si sollevò in piedi, la fronte sudata, il caldo che la stava divorando. Qualcuno le allungò un fazzoletto, si asciugò le tempie facendo attenzione al gonfiore sulla fronte, scese lungo il collo e si aprì la scollatura per asciugare il solco tra i seni.
«La prima vertebra c’è, sotto avremo il corpo» dichiarò più a se stessa che al gruppetto silenzioso che si era raccolto per osservarla. Solo allora tornò al presente e si voltò.
Massimiliano fissava il biancore liscio del cranio, Tadini puliva gli occhiali. Tutti e due la guardarono aspettandosi che formulasse la sua diagnosi. Un piacere intellettuale la pervase.
«Femmina, in età post-puberale. Cranio leggermente schiacciato ai lati, probabilmente secondo l’usanza del periodo amarniano.»
«Incredibile. Come mai non è stata chiusa in un sarcofago?»
Fu Tadini a rispondere al giovane dai capelli neri e il cappellino del Milan a rovescio sulla nuca, che aveva formulato la domanda emozionato.
«Questa non è una necropoli, giovanotto. Questo scavo è ciò che resta di una città depredata, i cui abitanti sono stati sterminati e abbandonati agli avvoltoi e agli sciacalli. La nostra teoria sta per essere avvallata da prove.»
Massimiliano si chinò sul teschio, sfiorando l’osso temporale con l’indice. Erano visibili le giunzioni di saldatura dell’osso occipitale.
«Un costume insolito per qualsiasi popolo,» commentò senza smettere l’insolita carezza che dava i brividi «qualcosa  ha tenuto lontano i superstiti, qualcosa di così potente da lasciare ai secoli l’arduo compito della sepoltura. Vento e sole. Sabbia e tempo.»
Sollevò il corpo energico e, senza dire altro, si allontanò. Le tavole della passerella risuonarono sotto i suoi passi, gli operai, con le ceste dei detriti in bilico sul capo, si spostarono per lasciarlo passare.

«La tua specializzazione in osteologia archeologica ci sarà molto utile.»
Giulia mando giù una cucchiaiata di couscous. Era il suo piatto preferito e il profumo di menta le riempì le narici. Lei e Tadini erano seduti a un tavolo sotto la tettoia, il sole a picco, le ombre inesistenti. Lo scavo era vuoto, gli esseri umani da qualche ora si erano rifugiati al riparo dal caldo, che sfuocava le dune in onde tremolanti.
Nessuna traccia di Massimiliano da almeno cinque ore. La domanda le vagava sulla punta della lingua, ma non riuscì a sputarla fuori. Non senza apparire fuori luogo.
«Lei e il professor Neri avete deciso un nome per questa città misteriosa?» chiese a Tadini, per evocarlo in qualche modo.
«Lutea Vastitatis.»
«Vastità gialla. Mi piace.»
Tadini raccolse l’ultimo mucchietto di verdure nel piatto con attenzione chirurgica.
«Qui nulla è certo, mia cara. Tutto vago come un miraggio ma se le supposizioni di Massimiliano sono giuste, ci ritroviamo nel 1650-1550 a.C.»
Giulia annuì, collocando la datazione nella sua mente ordinata:
«Quasi un millennio dopo la costruzione della Grande Piramide di Giza. Un oscuro, tumultuoso periodo della storia egiziana in cui interi villaggi giacevano abbandonati nel delta del Nilo, vittime forse di un'epidemia antica e, approfittando della confusione, gruppi di beduini dalla Siria e Palestina si diressero verso ovest, ottenendo il controllo del delta.»
«Esatto mia cara. E nel frattempo qui, molto più a sud, il potente regno Kerma del Sudan meridionale si ampliava verso l’Egitto. I faraoni si ritrovarono a governare un paese ridotto, con capitale Tebe.»
Tadini si servì ancora di una porzione di cous-cous e continuò:
«La scoperta di Lutea Vastitatis rivela chiaramente come la dinastia tebana sia riuscita a estendere il suo potere e la propria forza militare a più di cento miglia attorno, nel deserto ostile. Costruì questa città come controllo per un crocevia vitale delle rotte commerciali.»
Il rombo del motore di una jeep fece voltare di scatto Giulia e il professore. L’auto sollevò una nube di polvere che si riadagiò sul cofano, nello stesso punto in cui era stata sollevata. Neppure un alito di vento. Ebbe la risposta di dove si fosse cacciato Neri: in auto, sotto quella calura.
«Ah, ecco Massimiliano. Credo abbia una sorpresa per te.»
Il portellone si chiuse con un tonfo. Giulia riconobbe il colore rosso scuro del suo trolley. Finì di corsa l’ultimo boccone, spostò lo sgabello su cui era seduta e uscì sotto il sole rovente. Difficile districare il nodo che le serrò la gola.
«Non era necessario,» disse quando raggiunse Massimiliano.
L’uomo alzò le spalle, sollevò il bagaglio e le indicò i prefabbricati. Li raggiunsero a passo sostenuto, Giulia spalancò la porta e lo lasciò passare.
Una larga macchia di sudore gli bagnava la camicia sulla schiena e sotto le ascelle. Una camicia di jeans slavata, indossata su un paio di pantaloni tecnici e scarponi da deserto.
Sistemò il trolley accanto al letto, fece due passi verso il piccolo frigorifero, lo spalancò, svitò una bottiglia d’acqua e si dissetò. Giulia rimase incantata dal movimento del pomo d’Adamo, che andava su e giù.
Finito di bere si sbottonò la camicia, l’appallottolò, la gettò in un angolo e, afferrato un asciugamano di lino da un ripiano, si deterse la pelle.
Giulia mantenne un’espressione neutra. Finse di non vedere come i pettorali e le fasce addominali si muovevano. Notò il tatuaggio sul bicipite sinistro, grande come il fondo di un bicchiere, le barbule della piuma nere e azzurre. 
Si avvicinò al trolley, il rumore della cerniera che si apriva si accodò al sospiro di lui, rilassato.
«Mi stavo giusto chiedendo dove fossi finito.» Commentò per spezzare il momento imbarazzante.
«Non mi dire, Fabiani. Eri preoccupata per me?»
Lei osservò con occhio clinico la biancheria ben piegata all’interno della valigia. Tutto in ordine, per fortuna.
«Per niente. Abbiamo trovato lo scheletro di un bambino accanto a quello di stamattina all’alba, volevo mostrarti una cosa interessante.»
Lui appoggiò l’asciugamano sulla spalla e si abbassò sulle gambe, nello spazio tra il trolley, la parete e lei stessa.
«Sei sicura di stare bene? Stiamo parlando,» guardò l'orologio, un cronografo che stava benissimo sul polso ricoperto dalla peluria scura «da ben trenta secondi e non mi hai ancora insultato.»
«Oggi sono di buon umore,» rispose lei con voce neutra «e sto risparmiando energie in caso succeda qualcosa di importante o aumenti il caldo, nei prossimi giorni.»
Massimiliano sorrise:
«Ora che me lo hai detto mi sento meglio,» allungò una mano e le sfiorò con delicatezza la fronte «il livido è appena visibile. Il mio unguento fa miracoli.»
Fece scendere le dita fino al mento. Giulia restò immobile, non lo aveva visto muoversi, ma lo sentiva in qualche modo più vicino e lui la fissava con uno sguardo assorto.
«Non starai mica per baciarmi?» disse allarmata, sbattendo le palpebre.
Lui accennò un sorriso.
«Non ne avevo alcuna intenzione, tigre. Non ho con me sedia e frusta.» Si rialzò, fece un passo indietro, ma indugiò guardandola fissa. «Oltretutto adesso non è il momento adatto, non mi piacciono le cose fatte in fretta. Con te avrei bisogno di almeno un paio d'ore.»
Giulia scattò in piedi. Avrebbe fatto bene a chiudere la valigia di scatto e uscire dalla stanza a gambe levate invece di domandargli, come una perfetta cretina:
«Tigre a chi? E un paio d’ore per cosa?»
Lui le rivolse un altro di quei lenti, pericolosi sorrisi.
«Ora che me lo chiedi, penso che tre ore sarebbero anche meglio perché immagino che, quando ti bacerò, finiremo entrambi senza vestiti.»
Giulia incrociò le braccia sul petto, per difesa più che per irritazione.
«Ma sentitelo, Mister Fascino Occulto. A me invece bastano tre secondi per schiarirti le idee.»
Lui aprì un cassetto, rovistò dentro e tirò fuori una maglietta verde militare.
«Non sentirti troppo riconoscente, Fabiani, dovevo tornare a Luxor in ogni caso.»
«Porca miseria, non cambiare discorso e non chiamarmi tigre, odio i soprannomi stupidi che voi uomini ci affibbiate.»
La maglietta verde coprì tutto quel ben di Dio, poi lui le indicò un cassetto.
«Questo è tutto tuo, giuro che non ruberò nessuna delle tue mutandine sexy.»
«Sei un porco,» gli rispose cominciando a tirare fuori dal bagaglio le magliette bollenti, appiattite come sogliole «e mi stupisco di come una mente lasciva come la tua possa avere uno scomparto che trasuda intelligenza.»
«Lo prendo come un complimento.»
«Non lo è, professore.»   
«Cosa hai trovato su quello scheletro?» chiese a bruciapelo lui, tornando serio.
Qualcosa di neutrale su cui riflettere, per fortuna.
«Abbiamo cominciato a liberare le clavicole,» si schiarì la voce «e ci siamo accorti che erano entrambe spezzate.»
«Sapresti dire se l’incidente risale a prima o dopo la morte?»
«Non credo. E’ praticamente impossibile.»
«Potrebbe essere stato un rituale.»
«Se ne troviamo altri con lo stesso tipo di frattura sì, potrebbe essere una buona supposizione.»
Lei faceva avanti indietro dal trolley al cassetto. Lui sorseggiò ancora l’acqua, con più calma.
«Stavamo parlando con Tadini di un’epoca databile per questo villaggio.»
«Su queste arterie, che si estendono dalla valle del Nilo fino all’oasi di Kharga, c’era una notevole quantità di traffico. Sono sicuro che dovevano esistere infrastrutture impressionanti, per mantenere questo traffico in movimento. Avamposti militari, depositi di cibo e acqua. Nella scorsa stagione di scavi abbiamo trovato uno di quei depositi, che risale al Medio Regno.»
Lei ficcò con cura le mutandine di pratico cotone sotto la pila di magliette, poi si raddrizzò:
«Mi ricordo dell’articolo. Hai accennato a un’incisione su un pilastro, lasciata da un non identificato faraone del Medio Regno, se non sbaglio un certo Monthuhotep II.»
«Ti adoro quando dimostri interesse per le mie scoperte, tigre.»
Lei imitò il soffio di un felino incazzato, lui la ricambiò alzando i palmi in segno di resa.
«In quel testo il faraone descriveva la decisione di incorporare le oasi del deserto occidentale nel suo regno della Valle del Nilo» proseguì lui «e tutto ciò prova l’importanza di questo insediamento.»
«Lo spero.»
«Facciamo un’ottima squadra, Fabiani.»
«Purché tu la pianti di fare lo scemo con me.»
La osservò per un lungo momento con una espressione indefinibile e si accorse che aveva gli occhi segnati dalla stanchezza.
«Vado a mangiare qualcosa» disse lui a bruciapelo.
«Il couscous è ottimo» si sentì in dovere di rispondergli.
Chiuse il cassetto con un tonfo e lui aprì la porta.
«E comunque mi piacciono molto le tue mutandine di cotone. Sono sinonimo di una donna pratica, decisa e interessante.»
Lei lo fissò con le palpebre socchiuse.
«Hai rovistato nella mia valigia?»
Lui fece spallucce.
«Solo un’occhiatina.»
A Giulia sfuggì un gemito.
«Ripeto, sei un porco, professore. E se scopro che mi hai fregato un paio di mutandine, ti denuncio.»
«Non sapevo fosse reato.»
«Da oggi sì.»
«Mi metterai le manette?»
Giulia ebbe una fugace visione di lui ammanettato al letto. Si impedì di andare oltre, una donna doveva mantenere un minimo di dignità. Fece finta di nulla, assumendo un tono compassato:
«Certo e ti sbatterò in galera per il resto della vita, almeno potrò scrivere i miei saggi in pace.»
Lui la ricambiò con un gran sorriso.
«Non cambiare idea, giuramelo.»
«Su che cosa?» gli rispose senza capire.
«Sulla faccenda del legarmi al letto con le manette. L’idea di te dominatrice mi eccita un casino.»
Giulia dovette riconoscere che aveva ottimi riflessi. Prima che lo scarponcino lo raggiungesse, lui aveva già chiuso la porta.

Dopo il tramonto tinto di rosso sangue si alzò sul campo un vento caldo, un alito che sollevò mulinelli di polvere dorata. Si insinuò tra le fessure dei mattoni d’argilla dissotterrati, sfiorò i cocci, le statuine, i reperti catalogati e riposti nelle casse di legno, custoditi da metri di garze sintetiche per proteggerli dai colpi e dagli sbalzi di temperatura. Scivolò tra i prefabbricati, sfiorando la dinamo del generatore.
In piedi su una delle passerelle che attraversavano lo scavo, Massimiliano osservò il cielo. Un alito lo sfiorò e sentì il maleficio sfiorargli la pelle, perforargli le ossa. Percepì la sua forza antichissima, che sfuggiva a tutti.
Ma non a lui.
Venere era più bella e luminosa, ma stava per tramontare al di là di un’altura. I suoi occhi fissarono lo sciacallo Anubis, che si celava tra le dune e udì il richiamo di Horus, il falco, che planava in cerchi concentrici al di sopra delle palme e dei sicomori. Alle sue spalle le luci scomparvero una dopo l’altra, lasciando l’accampamento nel buio totale.

Giulia aprì gli occhi. Si era sentita soffocare durante il sogno e anche adesso, da sveglia, faticava a respirare. Il sibilo del vento penetrava dalle fessure e una luce lattiginosa illuminava la stanza. Con cautela, si mosse. Aveva bisogno d’aria, di uscire. Gettò un occhio alla forma scura che si allungava nel letto in basso. Non russava, era perfetto.
Sgusciò fuori e fu investita da una folata rovente. Illusa. Quella notte non avrebbe trovato refrigerio da nessuna parte.
Un quarto di luna gialla illuminava il sentiero che portava verso i gabbiotti dei servizi. Si avviò massaggiando il petto dolente, come se vi fosse adagiato un peso di cento chili.
La suola degli anfibi, infilati di fretta, scricchiolava sulla sabbia schiacciando i sassolini appuntiti. Mai a piedi nudi nel deserto.
Rimuginando sul motivo di quel malessere, non fece caso alla forma oscura che si stava avvicinando e che fluttuava sostenuta dalla sua stessa inconsistenza, sospesa nel vuoto d’aria creato dal soffio malefico.
Giulia fu colpita da uno spostamento d’aria che la sollevò di qualche metro, spostando il suo corpo con la facilità con cui un boscaiolo avrebbe sollevato una scure per poi mollarla, con tutta la sua forza, su un ceppo.
Il fiato le si mozzò in gola quando rimbalzò sul terreno e sentì le ossa della spina dorsale scricchiolare. Lottò per non perdere conoscenza. Sapeva di aver rischiato la rottura delle vertebre ma, nello stesso istante, cercò di penetrare il buio e scorgere cosa o chi l’avesse colpita.
Strisciò sulla destra raddrizzandosi con cautela e una scossa elettrica le attraversò il corpo. Capì di essere stata fortunata.
La luna scomparve come inghiottita da una nube d’inchiostro. Fu allora che vide qualcosa davanti a lei.
Qualcuno. Sembianze umane, un volto scheletrico, buchi neri al posto degli occhi, pallido. Non sembrava umano ma una creatura sovrannaturale, vomitata dalla notte stessa.
Fece un tentativo di sollevarsi ma qualcosa la colpì di nuovo. Un peso che la costrinse al suolo, schiacciandola. Dita gelide le afferrarono il collo e Giulia sentì la gola restringersi attorno alla laringe, sentì il pulsare della grossa giugulare all’interno del suo corpo, nel cervello, negli occhi, nella lingua, che si fece ingombrante dentro alla bocca. Tutto il suo corpo gridava alla ricerca di aria. Si arrese a un panico totale, cieco.
Poi la pressione cedette all’improvviso e si ritrovò libera. Risucchiò l’aria come una confezione sottovuoto, si mise a tossire e la sensazione di vertigine le fece apparire mille lucine davanti agli occhi, che furono abbagliati da un’altra luce, che brillava davanti a lei.
Una luce accecante, che tagliava il buio e assomigliava a un fulmine. 
La lama luminosa tagliò la figura nera che ondulò quando fu attraversata, che si divise per poi ricomporsi, come una macchia d’olio sulla superficie dell’acqua.
Giulia provò un brivido profondo e spaventoso quando capì che quel bagliore accecante veniva da un pugnale che Massimiliano Neri teneva nella mano destra.
Lui si lanciò di nuovo verso quella cosa e questa volta la luce si allungò, toccò l’ombra con una delle sue spire, attorcigliate come un tentacolo.
Quando andò a segno, Giulia sentì nelle orecchie un sibilo acuto, una sofferenza che le scosse il corpo come un terremoto.
Massimiliano si spostò adagio, come un cacciatore di fronte alla preda, si parò davanti a lei e la divise dal suo assalitore. Le gambe divaricate, braccia ripiegate e quel pugnale che luccicava come una stella, troppo luminoso per poterlo fissare.
Giulia sentì intorno a lei scendere una calma assoluta mentre il corpo di Massimiliano veniva attraversato da uno spasmo che lo scuoteva, spostandolo all’indietro quasi addosso a lei.
«Non muoverti» le gracchiò all’orecchio e la sua voce fu uno shock così come udire quel rumore sinistro, un osso che si spezzava e riempì il silenzio.
Il lamento straziante, umano questa volta, colmò tutti i suoi sensi. Fece per allungarsi verso la forma in ginocchio, ma un altro ordine secco la immobilizzò. Non poté reprimere un singulto di angoscia nel vedere la forma rialzarsi per mutare ancora in una macchia informe, che li sovrastò.
Massimiliano lanciò l’arma con il braccio teso. Questa volta la luce benefica si ramificò, avvolse la forma e parve che l’aria intorno a loro si frantumasse in minutissimi, fragili cristalli.
Giulia sentì la sua pelle raggrinzirsi, lo stomaco tremare. Poi, dopo un luminoso fuoco d’artificio muto, l’ombra si dissolse e la luna tornò a stagliarsi nel cielo sopra di loro.
Massimiliano si chinò su di lei. La sollevò con cautela e la fece mettere in ginocchio.
«Abbassa la testa. Respira. Non parlare. Respira.»
La sostenne, determinato.
«Il tuo braccio» mormorò lei con la testa che girava come un vortice.
«Non era il mio quello che si è spezzato,» disse lui e Giulia avrebbe voluto piangere di contentezza. Invece strinse i denti, chiuse gli occhi. Ci vollero diversi minuti prima che tornasse a respirare normalmente e lui non la lasciò andare.
«Come stai?»
Giulia sollevò il viso e cercò i suoi occhi. La stava considerando con un misto di dolcezza e inquietudine, i capelli in disordine, un taglio su una guancia.
Sollevò un braccio e gli sfiorò la ferita. Sangue.
«Sai dove ti trovi?»
Giulia deglutì il nulla.
«El Kharga.»
«Come ti chiami?»
«Giulia.»
Scrollò la testa per schiarirsi le idee.
«Sto bene, davvero.»
«Mi riconosci?»
Lo guardò e le sfuggì un breve sorriso.
«Sì, sei il maniaco sessuale che mi ruba gli slip.»
Lui sembrò ricambiarla per un breve istante, poi le sue mani le sfiorarono le braccia, le tastarono le costole, le scivolarono fino alle caviglie, cercando qualcosa di rotto che non trovò. Una sensazione niente affatto spiacevole e Giulia si rilassò, con un brivido. Massimiliano se ne accorse e puntò uno sguardo interrogativo su di lei.
«Adrenalina. Non riesco a smettere» si giustificò Giulia.
«Riesci a camminare?»
Per tutta risposta si sollevò. Lui la sostenne, passo dopo passo, tornarono verso il prefabbricato.

Il rumore della porta che si chiudeva risuonò alle sue spalle. Non riusciva a smettere di pensare a cosa potesse essere successo, cercava una spiegazione razionale, senza trovarla.
Ma prima che potesse chiedergli spiegazioni Massimiliano, rapido come un serpente, la bloccò con il suo corpo contro la parete.
Giulia alzò lo sguardo, lui abbassò gli occhi e li fissò nei suoi. Respirò a fondo. II movimento del suo petto le compresse ancora di più i seni, rendendola a un tratto consapevole dei propri capezzoli. Il suo respiro le sfiorò le guance, il naso, le labbra. Giulia le dischiuse, lui emise un roco lamento e la serrò tra le braccia.
Si aggrappò a lui come fosse la salvezza, perché salvezza era stata. Mani possessive ancora su di lei, come per ricostruire il suo corpo dopo lo spavento, dopo l’angoscia.
La testa bruna di Massimiliano si abbassò e tutto cominciò a scomparire, lentamente. L’ululato di uno sciacallo. Il lontano ronzio del generatore. Lo stridio acuto di un uccello notturno.
Tutto sembrò distante, irreale.
Nel momento in cui le loro bocche vennero in contatto, Giulia sentì braci ardenti concentrarsi in un punto preciso della pancia. Chiuse gli occhi per inalare meglio il suo profumo, per ascoltare il gemito morbido dei loro respiri.
Massimiliano si tirò indietro per scambiare uno sguardo, per strapparle un assenso scrutandola. Qualsiasi cosa vide sembrò soddisfarlo, poiché afferrò la sua bocca più saldamente questa volta, le sue mani si intrecciarono alla spessa coltre dei suoi capelli, per avvicinarla ancora di più.
Irretita, Giulia si rese conto di avere il corpo ancora in tensione, per la violenza con cui l’aveva difesa e, per un lungo momento, si accontentò di esplorare la sensazione del loro contatto, ma a un certo punto non ce la fece più e infilò la lingua tra le labbra calde e umide di lui.
L'unica realtà possibile. Le loro lingue intrecciate, il caldo profumo maschio di quel corpo che le saliva al naso, le riempiva i polmoni.
Staccò le mani dalla maglietta a cui si era aggrappata e le intrecciò al collo di Massimiliano, in modo che i loro corpi aderissero dalle ginocchia alle spalle, senza ostacoli.
Si rese conto che lui usava tutto il corpo per baciarla: le strofinava il petto sui capezzoli così duri da farle male, i fianchi contro il bacino con un’ondulazione decisa e provocante.
Giulia percepì un gemito disperato e selvaggio scaturirle dalla gola, si sollevò quanto bastava per posizionare quel suo rigonfiamento dove le avrebbe dato maggior piacere. La paura si stava trasformando nel desiderio a lungo frustrato, dominato.
Massimiliano le circondò la vita con entrambe le mani, la sollevò di quei pochi centimetri necessari.
La lingua di lui ancora nella bocca, gli circondò i fianchi con le gambe, gli affondò le unghie nelle spalle, si arcuò tra le sue braccia.
Quando Massimiliano si staccò a forza dalla sua bocca ansimava, un'espressione selvaggia negli occhi:
«Voglio fare l’amore con te» disse, la voce aspra e bassa, quasi un ringhio indecifrabile che le saturò la pelle.
Pochi istanti dopo erano nudi tra le lenzuola del letto basso. Più tardi gli avrebbe chiesto il perché, cos’era accaduto e chi era davvero. Ora tutto ciò che contava era appartenergli.
Adesso o tremilacinquecento anni dopo.






Passione d'estate
Dalla rassegna di LMBR Racconti d'Estate 2013, un racconto d'amore... Nel cuore della splendida campagna toscana, Manuela arriva al lussuoso hotel dove si celebreranno le nozze della sua migliore amica, ignara che il destino ha deciso che nella sua vita c'è bisogno di una svolta... Buona lettura!

Le mani strette sul volante, Manuela de Riso fissò il cancello di ferro battuto spalancato sul viale di pini, formulando a bassa voce la scusa dell’ultimo minuto: «Ciao Carla, sono Manuela. Volevo venire al tuo fa-vo-lo-so matrimonio in Toscana ma, mentre ero in autostrada, ho fuso il motore.» Poi pronunciò a fior di labbra quella che sarebbe stata la risposta di Carla: «Tesoro, non ti muovere. Mando una delle dodici limousine di Husaam a prenderti. Quale preferisci?»

La sua migliore amica sposava uno sceicco in carne e ossa. Nell’ultimo anno di liceo era stato uno dei loro sogni ricorrenti, su cui facevano gustose risate. Ora si stava avverando. Osservò il tramonto al di là del finestrino aperto: un tocco di rosso, una pennellata di arancio e il  borgo medioevale in lontananza, sfuocato come un dipinto nel sole morente di giugno. Husaam, per il lungo fine settimana del suo matrimonio, aveva affittato l’intero paese, trasformato da una multinazionale in albergo di lusso. Manuela sospirò e il profumo della campagna toscana le stuzzicò le narici: resina calda, gelsomino, acacia. E il ronzio degli insetti, il frinire delle cicale. Si riscosse, convinta che servisse qualcosa di più definitivo:
«Carla, sono in ospedale. Femore rotto mentre facevo sci nautico, non potrò approfittare della suite che hai riservato a mio nome.» L’irremovibile donna Toro che univa all’amore e all’amicizia il culto per il possesso, avrebbe replicato: «Manu, tu non sai fare sci nautico e in ogni caso, Husaam ha un team di ortopedici al suo servizio, ti mando a prendere con un elicottero. Dimmi solo se c’è l’eliporto all’ospedale dove ti hanno ricoverata.» Forse era meglio far perdere le proprie tracce per una decina di giorni. Manuela sbuffò stringendo la leva delle marce e, risoluta, fece per ingranare la retro con energia quando un colpo di clacson la fece sussultare con violenza. Il suo sguardo saettò sullo specchietto retrovisore. Il muso di un’altra macchina era appiccicato al cofano posteriore e, per sottolineare l’impazienza, gli abbaglianti della Porsche nera brillarono più volte come diamanti, nel rosa sfumato del tramonto. Con un misto di rabbia e rassegnazione pigiò l’acceleratore, la mano sudata ingranò la prima e, schizzando ghiaia tutto intorno, superò il cancello.
Una giovane donna le aprì la portiera con un sorriso, quintessenza della perfetta wedding planner: tailleur pastello, coda di cavallo, un minuscolo microfono davanti alla bocca ciliegia. Manuela si sentì uno straccio stropicciato. Sopra al parcheggio, a metà della scala ombreggiata da un olmo secolare, notò tra gli alberi discrete guardie del corpo. Del resto lo sposo era o non era Husaam Udeen bin Khalifa Al Thani, un parente stretto dell’emiro del Qatar? Alle calcagna di Miss Perfezione attraversò un ponte di legno; sotto, il ruscello scrosciante alimentava tre piscine incastonate su un prato smeraldo. Ombrelloni rettangolari di tela bianca ondeggiavano alla brezza e lei, abituata all’umidità milanese, trasse un confortante sospiro. Per la prima volta da giorni non stava sudando. «Signorina de Riso, lei è alloggiata nella Villa del Poggio.»

La porta a doppio battente si aprì e l’atrio della dependance l’accolse in un abbraccio. Un bouquet di rose gialle accompagnate da una nube di fiorellini bianchi, uno scrittoio, poltrone di pelle, un tappeto persiano. «Il mio numero è il 17, mi chiamo Sonia» disse la giovane porgendole un cellulare «non esiti a chiamarmi per qualunque esigenza. La piantina della struttura è sopra lo scrittoio e la signorina Carla Maffei mi ha detto di avvisarla, quando fosse arrivata. Provvederò subito, intanto le faccio portare il cocktail di benvenuto.»

Manuela si ritrovò sola. Il suo trolley essenziale sfigurava parecchio in quel contesto lussuoso. Si aggirò incuriosita tra un letto king-size, asciugamani spessi due dita, prodotti per il bagno di Chanel. Mentre annusava la crema per il corpo, un flacone di ben cento millilitri alla faccia delle bustine striminzite degli hotel di gran lusso, sentì le porte aprirsi e tornò nell’atrio. Davanti a lei c’era un viso illuminato dall’amore, braccia spalancate, il petto sovrabbondante che tremolava d’emozione.
«Sei mesi che non ci vediamo, Manu! Ti rendi conto che dovrei tenerti il muso?» disse Carla, la futura sposa, avvolta in un abito di seta aragosta. «Sei schifosamente bella, non lamentarti. Persino Cenerentola si rosicchierebbe le unghie, guardandoti» rispose andando verso l’amica a braccia aperte.

Fu investita dal profumo familiare, dal suo entusiasmo e due lacrimucce di commozione. La stritolò, la sbaciucchiò, le stropicciò a dovere il vestito stordita dal fiotto di ricordi. Pomeriggi di studio, primi amori e prime delusioni. «Dio santo, quanto mi sei mancata. Ora che sposo un riccone ti metterò alle costole un investigatore privato che mi terrà informata su tutti i tuoi movimenti, poi un tizio schifosamente bello che ti corteggerà, un giorno sì e l’altro pure, per tenerti allenata.»

Sciolsero l’abbraccio ma le mani restarono allacciate.

«Ti costerà un occhio.» «Così non diventerai una vecchia zitella. Un giorno mi ringrazierai.»

«Non ho tempo, il lavoro mi occupa tutta la giornata.» «… disse madama Formica.»

Furono interrotte dal cocktail colorato, ghiacciato, da frutta a cubetti, ombrellini di carta. Quando il cameriere uscì, Manuela sollevò il bicchiere: «Alla tua salute, madama Cicala.»

«E’ un bene che parliamo di favole, significa che non ce le siamo scordate,» disse Carla e le loro risate si mescolarono al tintinnio del cristallo.


Dante Ferrari stava sbottonando la camicia nella sua dependance, immersa in un uliveto poco distante dalle piscine. Le sue dita toccavano i bottoni ma la sua mente era altrove.

Era senz’altro lei, l’avrebbe riconosciuta ovunque. Capelli castano scuro, vestita sportiva come al solito e quel suo modo di muoversi, da gatta elegante e silenziosa. Questa volta non avrebbe sbagliato nulla. Non se lo poteva permettere.


«Allora? E’ arrivata?»

Carla avvolse l’uomo che avrebbe sposato in un tenero abbraccio. Seguì il profilo dei baffi neri ben spuntati e gli accarezzò la linea della mandibola.

«Sì, ed è nervosa come una di quelle giumente che allevi nel tuo paese.»

I denti bianchi e perfetti di Husaam Udeen, che contrastavano audacemente con la pelle color tabacco, brillarono in un sorriso sornione.

«Non mi stupisce. Non frequenta uomini da due anni.»

«Infatti le ho dato della zitella.»

«Non provocarla, non deve sospettare nulla fino a quando non se lo troverà davanti.»

Carla gli mordicchiò il pizzetto e appoggiò la fronte al suo petto.

«La tua idea è stata geniale» mormorò.

«Non ho fatto niente, mia adorata, solo ciò che dice il Profeta: “dona a colui che ti ha servito il suo stesso servizio e la felicità pagherà ogni debito”. Dante mi ha presentato la donna che sposo, è giusto che io ricambi il favore.»

«Tu dici che sono innamorati?»

«Io dico che ho ragione, come sempre.» Rispose Husaam, ficcandole il naso dietro un orecchio.



Lanterne bianche ondeggiavano tra i rami degli alberi e si riflettevano nelle piscine oscure, sui vetri delle finestre. Il cortile interno, racchiuso tra mura di pietra, debordava di rampicanti, di fiori, di argentati ulivi, di tavole imbandite con tovaglie bianche e tendoni mollemente adagiati qua e là, per nascondere ingressi e uscite. I camerieri erano fantasmi silenziosi, votati al benessere degli invitati tutti eleganti, tutti spensierati: era giovedì sera e il matrimonio avrebbe sancito l’unione solo il sabato pomeriggio.

Manuela appoggiò il bicchiere gelato alla guancia ascoltando la musica, che avvolgeva tutto in un’atmosfera incantata, incredibilmente romantica. Con un bel sospiro si rilassò. In fondo tre giorni di riposo non potevano che farle bene.

Negli ultimi mesi il lavoro le aveva spremuto ogni energia e una stanchezza profonda sembrò invaderla, fino a toccarle l’anima. Ma lo stato di grazia non durò molto: mescolata al vocio indistinto percepì una voce che mise a nudo ricordi lontani, dolorosi.

Non è possibile pensò, mentre un’ondata di panico la investiva. Si immobilizzò, i sensi all’erta. Il timbro grave, il lieve accento romano. Il suo corpo lo riconobbe e reagì, trionfo degli ormoni sulla volontà.

Due anni erano passati. Due anni in cui si era chiesta molte volte come fosse possibile che un solo sguardo, un solo tocco e tre serate insieme fossero rimaste così indelebili in lei, come la rabbia e la disillusione.

Dante Ferrari.

L’unico e solo Dante della sua vita. Perché ci sono decine di Marco, Massimo, Paolo. Ma un solo Dante.

Dopo una serie di baci deliranti e carezze grondanti promesse, Dante Ferrari era scomparso senza una parola, né una spiegazione. Si era ripromessa di insultarlo per bene con una telefonata, ma prima aveva voluto far evaporare la rabbia.
Erano passati due anni e non lo aveva mai richiamato.

Il suo cuore passò da ottanta a centoventi battiti quando ricevette il messaggio dai timpani che la voce si andava avvicinando. Per fortuna riuscì a mascherare l’agitazione prima di voltarsi e il significato di quelle tre parole, io-lo-voglio, formulate la prima volta che aveva posato gli occhi su di lui, ridivenne fin troppo chiaro. Tornò bambina, una bambina alla quale restituivano finalmente il giocattolo prediletto.

La prima cosa che notò furono le sue dita forti che reggevano il bicchiere di Martini. Poi il dorso delle mani velato di peli scuri e i polsini candidi, che uscivano dalla giacca, e i bottoni e la camicia, che lasciavano una discreta porzione del collo scoperto. La linea della mandibola, scurita di barba. Gli occhi castani, concentrati su di lei.

«Manuela, la migliore amica di mia moglie e anche la mia. Grazie di essere venuta.»

Davanti a lei si materializzò la figura di Husaam che, grazie a dio, le permise di riprendere fiato. Per fortuna il cielo era nero e le luci soffuse perché sentiva le guance bruciare. Dove sono i maledetti pompieri, quando servono?

Husaam le prese entrambe le mani, pronunciò qualche parola, qualche risata e poi, a bruciapelo:

«Ti ricordi del mio amico, Dante Ferrari?»

Stava per rispondere un sincero “eccome!” ma si trattenne appena in tempo.

Dante faceva sembrare Husaam quasi basso e si mosse alla periferia del suo sguardo. Fu attraversata da un interminabile fremito, come una scossa elettrica e sperò di apparire indifferente, compito quasi impossibile mentre la sagoma mormorava:

«Manuela, come stai?»

Il sorriso che le rivolse non aveva nulla di insolente o vittorioso. Era un sorriso serio, rassicurante. E mentre soccombeva al fascino irresistibile di quella voce, Manuela realizzò, nell’ultimo istante di lucidità, che un semplice flirt con Dante Ferrari avrebbe potuto condurla direttamente verso la rovina più assoluta. E lei sognava da tempo di rovinarsi, tra le sue braccia.

Non riuscì più a guardarlo e si trovò a balbettare come una perfetta idiota:

«Dante Ferrari… Dante… Ferrari… ah sì, quello di Wall Street col tocco magico. Certo che mi ricordo, me ne hai parlato per ore, Husaam.»

La voce incerta non era dovuta alla mancanza di memoria ma era eco dell’ansia che aveva di allontanarsi, per mettersi in salvo. Nessuno di quei due uomini doveva intuirlo e cercò di sembrare disinvolta. Un sorriso vago, di cui fu molto fiera, le salì alle labbra quando realizzò che, per fortuna, non aveva ancora disfatto la valigia. Viaggiare di notte non l’aveva mai spaventata. Dante non sorrise, Husaam lo fece per entrambi:

«Immagino di potervi lasciare da soli, ho molti ospiti da intrattenere. A dopo.» E strizzò l’occhio all’amico.

La riconoscenza che le aveva ispirato pochi minuti prima sparì, mentre la pantera nera accanto a lei faceva tintinnare il ghiaccio nel bicchiere. A quel punto, i suoi occhi ripresero l’iniziativa. L’immagine di Dante Ferrari dilagò in lei come cioccolata rovesciata su un tavolino di vetro: il liquido si allargò caldo, denso, fino a occupare tutta la superficie disponibile.

Impossibile staccare lo sguardo dal quel volto perché Dante Ferrari non era bello, non nel senso comune del termine, non come un attore o un fotomodello.

La sua bellezza era bruta, tutta forza e solidità: il profilo tagliato con l’accetta, le sopracciglia diritte e folte, i capelli neri e le pupille insondabili. Animale tanto sensuale che il suo corpo, traditore, non lo aveva mai dimenticato.

Dante.

Sulla porta dell’Inferno il Poeta ha scritto “Lasciate ogni speranza o voi che entrate” e lei per poco non emise un gemito nel dargli ragione, stringendo il bicchiere tanto da rischiare di frantumarlo.

«Per fortuna gli sguardi non possono uccidere» disse lui e Manuela annaspò, per ritrovare un po’ di umidità nella bocca e qualche neurone nel cervello.

«Non ne sarei così sicuro, fossi in te» rispose fredda.

I pozzi neri brillarono e non fu un’illusione.

«Sarà meglio che troviamo un posto tranquillo per parlare, la vista del mio sangue non rallegrerebbe nessuno.» Dante fece per prenderle il gomito.

Manuela indietreggiò di un passo. Dio, era ridotta a un fascio di nervi solo perché avevano scambiato tre parole. Improvvisamente si spiegò la sua titubanza a partecipare al matrimonio e gli diede un nome: presentimento. Maledisse in cuor suo la macchina che l’aveva sorpresa davanti al cancello e subito un’idea folgorante la colpì:

«Che macchina hai?» Gli chiese a bruciapelo, dimenticando la risposta aspra che avrebbe voluto lanciargli in faccia poco prima.

«Una Porsche nera.» Rispose lui tranquillo, abbandonando il bicchiere su un muretto lì accanto.

Manuela sollevò gli occhi al cielo.

«Non vengo da nessuna parte con te. Qualsiasi cosa tu abbia da dirmi, è troppo tardi.» E lo piantò in asso.

Non fu facile camminare a passo svelto sul sentiero sconnesso con i tacchi, né evitare gli invitati, i tavoli, i camerieri, gli amici che la riconoscevano ma infine arrivò alla scala, che scendeva verso il centro del piccolo borgo medioevale. Aveva un buon senso dell’orientamento e fu facile imboccare il viottolo che l’avrebbe condotta fino alla sua dependance. Sbucò in una piazzetta con un pozzo, il paese sembrava deserto ma lei sapeva che le guardie del corpo si aggiravano come ombre, sempre vigili.

Udì dei passi, accelerò, ma quando si rese conto che qualcuno la seguiva nell’illusorio silenzio soffuso di musica e voci in lontananza lo attese ben dritta, le braccia conserte. Era venuto il momento di mettere fine a due anni di rancore.

«Smettila di seguirmi.» Disse e Dante entrò nel raggio di luce sotto il quale si era fermata.  Intorno a loro c’era buio e lui si avvicinò, le mani affondate nelle tasche.

«Sto cercando di annusare il tuo profumo. E’ diverso da allora.»

Lei si guardò intorno, quasi per cercare aiuto. Cosa si risponde a un uomo come quello, che ti dice quella cosa?

Non c’erano molte opzioni: o si trova un mattone da sbattergli in testa oppure gli si cade in ginocchio davanti e… raddrizzò le spalle di scatto, atterrita da ciò che stava pensando e si impedì all’ultimo istante di guardargli l’inguine, peraltro celato dal risvolto della giacca scura.

Lui non perse tempo: le circondò il polso con le dita calde, tirandola verso di sé e Manuela percepì il suo, di profumo, che non era cambiato e le fece il medesimo effetto: un languore diffuso, che le intorpidì i movimenti. Ci mancò poco che non si lasciasse andare contro il petto solido, avvolta dall’odore aspro, aromatico, rassicurante.

«Ti ricordi di me, lo so. Ti ho quasi tolto tutti i vestiti una volta, se non sbaglio.» Sussurrò Dante.

«Nei tuoi sogni.» Rispose lei pronta ma rabbrividì al ricordo.Era successo durante la seconda, torrida, serata e non aveva ceduto solo grazie a una regola dalla quale non sgarrava: mai andare a letto con un uomo prima della terza uscita. Anche se doveva ammettere che, se non fosse arrivata una telefonata sul cellulare di lui, la regola l’avrebbe trasgredita, eccome.

Vedendo il numero sul display, Dante aveva fatto una smorfia e si era allontanato dal divano per rifugiarsi in un angolo, abbastanza lontano da rendere intellegibili le parole con cui aveva congedato il misterioso interlocutore. Era tornato trasformato, affari aveva spiegato con poche parole e se n’era andato, scuro in volto.

Lei aveva fantasticato tutta la notte e tutto il giorno successivo sul terzo appuntamento, che però aveva preso tutt’altra piega. Avevano cenato in un silenzio opprimente, con lui che guardava senza ritegno l’orologio e fuori dal ristorante l’aveva salutata con un bacio frettoloso sulla guancia, nessun accenno a un altro appuntamento e, in effetti, non l’aveva più richiamata.

Sentì tirare il polso e finì su quella camicia, avvolta da braccia decise. Usò la mano libera per puntellarsi sul torace, caldo e compatto.

«Eri nuda, confessalo.»

Lei cercò di torcere il polso, invano. La teneva stretta, senza però farle male.

«Nuda vuol dire non portare nessun vestito. Non ero io quella che ricordi e le tue vanterie sono infondate.»

Lui avvicinò il viso alla sua tempia e il soffio del suo alito la sfiorò.

«Adesso ho le prove che non mi hai dimenticato.» Disse lui e i denti brillarono nel riflesso della lanterna sopra di loro.

«Mi è capitato con altri, sai? E avevo anche meno stoffa addosso.»

L’altro braccio fece presa sulla sua vita e Manuela si ritrovò stretta in una morsa. Come avrebbe voluto strofinarglisi contro per sentire se era eccitato o meno, ma rinfocolò la rabbia per oscurare il desiderio che la tormentava.

«Vuoi insinuare che farti spogliare dagli uomini è diventata una tua abitudine?» Il tono possessivo, che non aveva alcuna ragione di essere, la fece rinsavire del tutto.

«E’ per te che spogliare donne non riveste alcuna importanza, o sbaglio?» Così dicendo puntò il palmo su di lui, tirando nel contempo il polso. Fu costretto a lasciarla per non farle male. Le sue labbra si piegarono e respirò forte, abbassando gli occhi per un istante.

«Ti devo una spiegazione, Manuela. Ti chiedo solo qualche minuto.»

«Non preoccuparti, è andato tutto in prescrizione» gli rispose mettendo tra loro la giusta distanza. Bastò qualche passo all’indietro, alla cieca.

«Forse per te,» disse lui, lasciando cadere la braccia sui fianchi.

«Se provi ancora a parlarmi, me ne vado. Ma mi dispiacerebbe rovinare la cerimonia di Carla.»

Non aspettò di vedere la sua espressione, né di sentire l’eventuale risposta, gli diede le spalle e si allontanò decisa. Quando svoltò l’angolo provò una leggera fitta di delusione nel non sentire i passi di lui.

«Idiota,» digrignò rivolta a se stessa, a mezza voce «giuro che mi prendo a calci da sola, una volta in camera.»



In ogni istante sapeva esattamente dove fosse. Con chi parlava. Chi la faceva ridere. Chi le aveva offerto da bere. Erano passate solo due ore dal loro confronto.

Invece di seguirla si era fiondato al parcheggio dove aveva aspettato per un’ora, tenendo d’occhio la sua macchina. Solo quando era stato sicuro che non sarebbe ripartita era tornato alla festa, per accorgersi che stavano servendo la cena.

Si era munito di un piatto, ci aveva ficcato due pizzette e aveva salutato conoscenti e amici, evitando di parlare per più di tre o quattro minuti con la stessa persona. L’orchestra attaccò la canzone più romantica sulla faccia della terra, cantata da Shirley Bassey. Le note di
Where do I begin” spinsero qualche coraggioso a riempire la pista da ballo mentre lui, con l’umore sempre più nero, salì sulla terrazza dove Husaam piluccava dolcetti.

«Chi è quel cretino alla sua destra?» disse tra i denti.

Husaam alzò lo sguardo e scandagliò gli ospiti dal punto in cui si era affacciato.

«Mio cugino Salek

Si sentì una specie di grugnito e Husaam sospirò:

«Non me ne faccio niente delle tue scuse, non voglio spargimenti di sangue al mio matrimonio, punto. Anche se Salek non è uno dei miei cugini preferiti e mi rubava sempre le ragazze.»

«Non ha perso il vizio» borbottò Dante.

La forchettina di Husaam incontrò la delicata porcellana del piatto.

«Lei non è la tua ragazza.» Puntualizzò sapendo bene di chi stessero parlando.

«Non c’entra niente. Deve stargli lontano.»

«Tu le sei stato lontano per parecchio tempo.»

Dante si scolò il quarto “qualcosa” di alcolico, mentre in testa gli rimbombava la voce amplificata dalle casse: “…she came into my life and made the living fine…”

«Per la miseria, ma non c’è niente di più forte da bere al tuo matrimonio? E non potresti far suonare qualcosa di meno sdolcinato?» e alzò la voce, per coprire quella della cantante.

Un sorriso sornione apparve sotto i baffi dell’amico.

«Sono musulmano, amico mio. Niente alcool e poi, lo sai bene, mi piace la buona musica. Ma sarà meglio che tu e Manuela troviate un modo per andare d’accordo. Non posso pensare a come sarai ridotto fra tre giorni, se continui così, e non pensare neppure a farla scappare. La mia futura moglie sarebbe capace di rimandare il matrimonio. Avete parlato?»

Sotto di loro il cretino la invitò a ballare e lei, con una risata cristallina, si concesse. L’orchestra sfumò in un’altra canzone romantica.

Dante si mosse sporgendo il corpo teso sulla balaustra di ferro battuto. Le mani appoggiate sulla sostanza scabra e fredda, fissò la coppia sulla pista da ballo trattenendo il fiato.

«Ti proibisco di saltare da qui. Ci sono ottime scale dietro di noi,» fece Husaam smettendo per un attimo di masticare.

«Non mi ha dato possibilità di spiegarmi. Ha detto che è andato tutto in prescrizione» le sue mani strinsero con forza il metallo e gli occhi divennero fessure «non pensavo mi facesse questo effetto.»

Il sorriso di Husaam si fece più evidente e osservò compiaciuto un pasticcino alla panna, prima di ficcarselo in bocca.

«Che effetto?»

Il silenzio si prolungò per tre estatici dolcetti alla crema di fragole.

«Non so, come se avessi mangiato qualcosa e mi fosse rimasto sullo stomaco.»

«Dovrei licenziare quegli incapaci del catering?»

Dante si girò a guardarlo.

«Hai capito benissimo quello che intendo e non ti dirò altro, ficcanaso. E togliti dai baffi quella crema, sei patetico.»

«Perché non le hai detto che stavi divorziando, due anni fa?»

«Lo sai bene il perché. Era stato un anno d’inferno a parte tre serate, in cui sono riuscito a dimenticare quell’arpia di Katherine. Tre e basta. Se fossero state quattro, mi sarebbe entrata nella pelle e sarebbe stato il disastro totale, per tutti e due. Avevo bisogno di tempo.»

«Hai avuto altre donne, dopo.»

Dante allungò una mano per prendere un altro bicchiere da un vassoio di passaggio, ma l’amico fece un cenno e lui richiuse le dita nel vuoto.

«Sei un tiranno, tu mangi e io non posso bere. Non sono un monaco e la migliore amica della tua futura moglie agita in me la parte peggiore» mormorò seccato.

«O la migliore.»

Dante lo fissò.

«Sono qui per scoprirlo, una volta per tutte.»

«Sei pazzo di lei.»

«Non lo so, non so più niente. Era davanti a me dopo tutto quel tempo e non riuscivo a decidermi se chiuderle la bocca per sentire se il suo sapore è lo stesso che ricordo o scrollarla, per obbligarla ad ascoltarmi.» Passò una mano tra i capelli arruffati e mormorò, speranzoso: «forse è solo attrazione fisica.»

Husaam negò con un gesto del capo.

«Allora perché in questo preciso momento stai sorridendo come un idiota?»

«Io non rido mai.»

«Quindi non ti darà fastidio se dico a mio cugino che può corteggiarla?»

Dante fissò la coppia sulla pista da ballo.

«Se si avvicina ancora a lei dopo questa sera, lo riduco a pezzettini.»

«E al diavolo l’attrazione fisica. Dai retta a me,» disse Husaam battendogli fraternamente una mano sulla spalla «qui ci vuole qualcosa di drastico, qualcosa che la spiazzi e non le dia possibilità di fuga.»

Dante serrò i denti, un guizzo sulla guancia.

«Hai ragione. Qualcosa di molto drastico.»



Manuela spalancò la porta della dependance. Per prima cosa si liberò dei tacchi e chiuse gli occhi compiaciuta. Adorava l’estate solo per il fatto che poteva camminare scalza, senza congelarsi i piedi.

Guardò il pendolo che segnava l’una di notte. Era riuscita a togliersi di dosso l’appiccicoso con le mani mollicce, per finire tra le braccia di un patito della danza, ma si era divertita. Con Carla avevano ballato una decina di brani anni ottanta, dimenticando il motivo per cui voleva andarsene. O comunque relegandolo ben in fondo alla mente.

Sbuffò. C’erano troppi single a quel matrimonio, sembrava quasi che avesse un cartellino appeso al collo con su scritto “libera”. Si fermò davanti allo specchio sopra lo scrittoio, la lampada che aveva trovato accesa le illuminò il viso. Provò due o tre espressioni che avrebbe usato il giorno dopo, per tenere lontani quelli troppo invadenti.

Sganciò il bottoncino dietro al collo e, con qualche contorsione, riuscì ad abbassare la cerniera. In reggiseno nero e mutandine si avviò verso il bagno senza accendere le luci, quella dell’atrio era sufficiente.

Si sentiva stanca tra il viaggio e le danze e fu felice, per la prima volta dopo parecchio tempo, di non dover puntare nessuna sveglia.

Dopo essersi struccata e asciugata il viso, tolse il reggiseno e si diresse verso la camera. Sulla soglia alzò lo sguardo e restò gelata lì, immobile come una lepre spaventata. A tentoni cercò l’asciugamano che aveva buttato su una poltroncina, lo afferrò, ricoprì il seno nudo e prese una bella boccata d’aria.

«Perché non cerchi una donna che ti vuole?» balbettò, rivolta alla sagoma sdraiata sul letto.

Sul suo letto. Peccato non riuscire a veder bene la sua espressione mentre vedeva bene il torso nudo, visto che il lenzuolo gli copriva a malapena l’inguine.

«Ce l’ho davanti.»

La voce, roca e sensuale, la fece trasalire. Dante Ferrari era là, dove avrebbe voluto trovarlo con il desiderio ma non con la ragione.

«Come hai fatto a entrare?» mormorò stringendosi l’asciugamano addosso, la salvezza. Poi alzò il palmo in segno di resa: «no, non voglio saperlo, vattene via, subito!»

«Prima facciamo l’amore e poi parliamo.»

Le uscì un suono soffocato, un lamento o un gemito. Si guardò intorno alla ricerca del telefono che non sapeva dove fosse, non aveva avuto il tempo di scoprirlo.

«Tu non fai proprio niente, se non alzare quel tuo… insomma, vat-te-ne o mi metto a urlare. Anzi no, chiamerò uno di quei gorilla di Husaam che ti sbatterà fuori a calci, nudo come un verme.»

La sagoma sotto il lenzuolo incrociò le braccia sul petto. Fu così che Manuela notò il telefono sul maledetto comodino accanto al torace di lui, splendidamente coperto di peluria scura per quel che le era dato di vedere.

Dante seguì la direzione del suo sguardo e un sorriso lento, compiaciuto gli disegnò le labbra. Si mosse e la luce che entrava dalla porta gli illuminò la curva delle spalle, la linea dei bicipiti quando sistemò le braccia dietro alla testa.

«Non hai molte chance. Devi venire qui per telefonare oppure uscire nuda e metterti a urlare in cortile. Considera che poi dovrò battermi all’ultimo sangue per strapparti dalle grinfie di quei bruti, visto che sono geloso di te peggio di Otello.»

Lei rimase senza fiato.

«Arrogante figlio di puttana» sbottò, nonostante considerasse il linguaggio spinto l’ultima spiaggia in uno scambio civile. Tra loro non c’era più niente di civile così girò su se stessa, scattando verso la porta d’ingresso. Meglio nuda e ululante alla luna che nel letto di Dante Ferrari.

Forse la sua mente ne era convinta ma il suo corpo non abbastanza: arrivò all’altezza del tappeto e  l’asciugamano le si tese violentemente contro il seno.

Catapultata all’indietro finì contro il petto nudo che aveva guardato di soppiatto, contro il quale due anni prima avrebbe voluto stiracchiarsi affondando il viso sui peli ricciuti, che promettevano di essere soffici e ruvidi allo stesso tempo.

Lo sentì contro la propria schiena, i suoi glutei aderirono all’inguine di lui, sentì le cosce muscolose contrarsi contro le sue. Sentì anche altro contro di lei, duro e caldo.

«Stavo divorziando, quella sera era la mia ex al telefono» mormorò lui andando dritto al punto mai chiarito «mi chiamò perché stava distruggendo il nostro appartamento.»

La bloccava contro di sé con forza imperiosa, ma delicata.

Manuela rimase senza fiato, un po’ per il contatto estremo e sensuale dei loro corpi, un po’ per la rivelazione. Sposato? Tentò un disperato tentativo di liberarsi.

Lui invece di lasciarla la rigirò e, nel movimento, l’asciugamano cadde a terra, scoprendole i seni. Dante emise un mugolio basso e se la tirò addosso, non lasciò tra loro nemmeno un millimetro vitale, la strinse quasi ne andasse della sua vita.

Il semplice contatto della sua pelle le fece perdere ogni buon senso. I due anni passati dopo quella serata in cui lui si era mostrato assente, freddo e poi aveva fatto perdere le sue tracce, non avevano cambiato nulla. Il suo corpo ricordò labbra, carezze, baci e una febbre la assalì, dilagando dalle vene al ventre, fino alla sua volontà, annientandola.

Due anni. Perché non lo aveva cercato, perché non aveva fatto quella maledetta telefonata e chiesto spiegazioni? C’erano mille ragioni per liberarsi ma, in quel momento, Manuela dimenticò tutto.

«Mi ha urlato che aveva abortito qualche mese prima, che non sapeva nemmeno se era figlio mio,» continuò Dante con quella voce tetra che le provocò un lungo brivido così si lasciò andare su di lui priva di forze, di volontà.

«Sono uscito con te perché credevo di essere finalmente libero, il mio avvocato mi aveva telefonato due giorni prima che Katherine aveva acconsentito a firmare la carte per il divorzio.»

«Perché non me lo hai detto?»

«Che stavo divorziando? Andiamo, non saresti mai uscita con me. Erano mesi che chiedevo a Husaam di conoscerti, ti avevo vista prima di Natale mentre rientravi dallo shopping con Carla, e poi di nuovo sul suo yacht a Portofino, a Pasqua. Io andavo via, tu arrivavi.»

Lei scrollò il capo, i capelli lunghi sfiorarono i seni e il petto di lui, che le prese una ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, continuando a parlare:

«Mi spaventavi. Con te sapevo che sarebbe stato tutto o niente e non me la sono sentita, né di coinvolgerti, né di cercarti. Perché dopo che ti ho vista la prima volta, non sono riuscito a dimenticarti.»

La voce era bassa, roca, emozionata. O era il più grande attore del mondo oppure un uomo davvero coinvolto. Ma in cosa?

«Mi capirai se sono scettica. Sono passati due anni.»

«Dopo la telefonata è stato un inferno, ti assicuro. Sapevo che eri a Londra per lavoro, non ti ho persa di vista un solo giorno.»

«Perché non mi hai cercata prima?»

Quelle pupille, quel suo sguardo intenso e un sospiro che la sfiorò. Dante si impossessò di una ciocca e l’avvolse intorno a un dito:

«Ti prometto di farmi perdonare di aver lasciato passare così tanto tempo.»

Manuela chiuse gli occhi e finalmente osò posare le mani sulle sue spalle. Erano calde e lisce, il suo odore era ovunque intorno a lei e, per la prima volta nella sua vita, si lasciò andare senza pensare né al prima, né al dopo ma solo al presente.

In lontananza si sentì rombare un tuono. Quell’estate era strana, un maggio piovoso, un giugno fresco e troppo simile a settembre, che ha luci smorzate e giornate più corte. La luce livida illuminò i loro corpi allacciati.

Dante abbassò lento le mani, per darle il tempo di fermarlo ma lei gli lasciò infilare i pollici nell’elastico delle mutandine, lasciò che una delle sue dita, forse il pollice, scorresse lungo il pizzo provocandole una sorta di fremito profondo.

Il naso di lui le sfiorò il collo, le labbra e la lingua tracciarono un sentiero, fino a trovarle la bocca.

«Dopo parleremo» e fu un soffio che le accarezzò l’anima ferita, una musica che non spezzò la magia di quell’istante.

D’un tratto docile, Manuela si lasciò cullare da quelle mani capaci di imprimere sulla sua pelle puro, carnale piacere. Si strofinò su quel torace, contro quei peli, che la solleticarono così come aveva sognato molte volte e i loro piedi si sfiorarono e il suo sesso, rimasto quieto mentre parlavano segno che l’emozione era più forte della libidine, tornò a imprimersi con arroganza contro il suo bacino.

Manuela abbassò una mano fino a trovare le natiche di lui fresche, tonde, sode. Se lo spinse contro sentendosi d’improvviso bene, come non le capitava da tempo. Lasciati andare disse una voce nel più profondo del suo essere. E lei ubbidì.

La mano di Dante risalì e la obbligò a rovesciare la testa all’indietro. I loro occhi si incrociarono nel buio, restarono allacciati per un lungo momento, finché Manuela vide un guizzo nervoso sulla guancia di lui e la curva sensuale della bocca piegarsi in un’espressione di commovente tenerezza.

«Tesoro mio…» sussurrò e poi la baciò, un bacio dolce, tenero solo le labbra calde che succhiavano, sfioravano, toccavano, una danza che le chiarì quanta voglia aveva di scoprirlo, gustarlo.

Dante non usò la lingua e fu lei, a un certo punto, a leccargli il labbro inferiore perché lo voleva e lui, con un lamento roco e stringendola più forte, si lasciò esplorare trasformandosi in morbida, arrendevole cera, che lei avrebbe potuto modellare a suo piacimento. Quel grande corpo maschio e solido tutto suo, a sua disposizione.

Quanto lo aveva atteso.

Fu quasi doloroso, il seno teso, il ventre bruciante, il cuore che batteva forte e solo vagamente si accorse che erano in due a battere insieme, allo stesso ritmo forsennato.

Era bellissimo e lui aveva un sapore meraviglioso.

Dante riprese l’iniziativa e fece scivolare entrambe le mani sotto gli slip, le afferrò i glutei e la sollevò.

Non più a contatto con il pavimento Manuela perse ogni legame con la realtà. Ondulò i fianchi sentendo sotto le cosce muscolose, la pelle calda, il sesso teso che la sfiorava nel punto esatto dove lo voleva, dove avrebbe dovuto stare. Solo il pizzo tra loro, sottile, quasi inesistente barriera che lasciava filtrare il calore della sua umida intimità.

I respiri divennero simili a un rantolo, un altro tuono, un'altra luce illuminò l’atrio per un battito di ciglia. Dante la posò di nuovo a terra e le fece scivolare gli slip lungo le gambe, il triangolo di tessuto finì sulle sue caviglie.

«Toglile» mormorò e, senza più riflettere, Manuela ubbidì.

«Guardami» e ubbidì di nuovo.

La penombra non le impedì di vedere e solo allora si rese conto che erano tornati in camera, il letto, le lenzuola in disordine dietro di lei, le stesse dove si era sdraiato e dove l’aveva aspettata.

Erano ancora tiepide quando ve la adagiò, non le lasciò nemmeno il tempo respirare e si allungò su di lei pesante, scartandole le cosce mentre si sistemava meglio, gli occhi che la scrutavano, le labbra gonfie dei baci che si erano scambiati, che lei gli aveva dato.

Manuela prese una boccata d’aria immersa in un limbo, in un desiderio intenso mai provato prima, con nessun uomo prima di lui. Solo un’ora prima era convinta che non lo avrebbe mai perdonato e ora non vedeva l’ora di farlo suo.

Dante scivolò dentro di lei senza preliminari ma non ce n’era bisogno, non li voleva, voleva solo poterlo stringere, così affondò le dita nelle sue spalle.

Lui, senza distogliere le pupille dalle sue, entrò con una sola spinta a fondo e il silenzio si riempì di sospiri d’amore, l’aria sembrò esplodere di elettricità insieme al crepitio della pioggia che cadeva sul selciato, il chiarore dei lampi e il borbottio sordo dei tuoni, simile al battito dei loro cuori. Presto, dalla finestra socchiusa, arrivò l’odore del temporale, della terra bagnata, dei fiori del gelsomino arrampicato sul muro della dependance.

Dante la tenne ferma sotto di sé e si ritirò con dolce, mascolina tenerezza, mentre sussurrava parole intellegibili di cui lei percepì solo “amore mio” per sprofondare di nuovo, strappandole un grido, subito soffocato da un bacio umido, possessivo.

Una sensazione straordinaria dentro di lei, parte di lei e fuori l’acquazzone estivo si scatenò in tutta la sua selvaggia violenza, mentre si aggrappava all’uomo che stava devastandole i sensi.

«Ti prego!» supplicò senza sapere ciò che in realtà voleva se amore, appagamento, piacere ma Dante capì e cominciò a ondulare senza darle tregua, perché sapeva che lei non l’avrebbe voluta. Solo i loro corpi confusi in uno solo, intimità feroce, armonia e musica, appassionante melodia.



La freschezza della pioggia estiva arrivò fino a loro. Manuela nascose il volto nel collo dell’uomo che aveva accanto per sentire l’odore della sua pelle, e abbandonarsi al sonno. Protestò quando si ritirò da lei.

«Zitta, dormi. Adesso sei mia.»

«Dobbiamo parlare» gli sussurrò, la voce assonnata.

«Non ho nient’altro da dirti, amore mio,» rispose lui, stringendola forte.





 


La Tormenta

Questo racconto ha vinto Christmas in Love 2011, la rassegna di racconti del blog La mia Biblioteca Romantica. 

Una bufera di neve e Silvia si trova, suo malgrado, alla ricerca della casa di montagna della sorella... rischiare un assideramento non è il modo migliore per iniziare le vacanze di Natale, nè lo è scoprire che ad aprirle la porta della casa che riesce alla fine faticosamente a trovare non è suo cognato, ma uno sconosciuto tanto affascinante quanto scorbutico...

«Accidenti, accidenti!»
Silvia picchiò il palmo delle mani sul volante. Poi lo afferrò, guardandosi intorno. Nevicava fitto. Uscì dall’auto. L’unico rumore era il delicato fruscio dei fiocchi di neve.L’asfalto era sparito sotto la coltre compatta e una fitta nebbia stava ingoiando le cime degli abeti. Doveva andare a piedi.
Aprì il bagagliaio, prelevò lo zaino con i regali per i nipotini. Consultò la cartina spedita via mail poi la ficcò in tasca borbottando. Mancavano cinque chilometri al bivio. Aveva freddo ma si sarebbe scaldata camminando.Un passo dopo l’altro, cominciò ad elencare le torture che avrebbe inflitto a sua sorella Teresa e al cognato Carlo. Com’era venuto in mente a quei due di passare il Natale ai piedi del Gran Sasso? Roba da matti. Quello non era Campo Imperatore. Era l’Antartico.
I piedi erano gelati sul serio quando arrivò alla biforcazione. Silvia non degnò di uno sguardo la segnaletica ingoiata dalla neve, ormai non poteva sbagliare. Non valeva la pena congelarsi anche le mani. La casa era a cinquecento metri sulla destra dopo il bivio, no?
Il vento sollevò d’improvviso un drappo di brina gelata che l’accecò. Guance e labbra si indurirono. Si aggrappò ad un tronco investita dalla folata densa di cristalli e quando riaprì gli occhi, si guardò intorno disperata. Dov’era quella maledetta casa?
E poi, come invocata dal cervello intirizzito, una luce.
Accesa.
Spenta. No!
Aguzzò la vista, strinse gli occhi. Eccola di nuovo.
Luce elettrica intermittente in mezzo al turbinio impazzito.
Puntò dritta verso la salvezza, senza badare al sentiero. Sprofondò nella neve fino alle cosce, lo zaino era piombo sulle spalle. Fu ingoiata dal manto bianco e freddo. Scarponcini e jeans si riempirono e il contatto con la neve le parve come una stretta di artigli gelati.
Accecata dal vento, arrivò agli scalini della casa fuori dalla grazia di Dio. Mollò lo zaino sotto il portico, pestò i piedi con rabbia sulle beole e si gettò sulla porta, dove la corona di abete con le luci era la sola traccia di presenza umana.
Era così gelata che non riuscì a togliere i guanti di lana, rigidi attorno alle dita. Cominciò a bussare. Il toc toc timido dovuto al dolore per il freddo si trasformò presto in un bam bam frenetico e quando la porta si aprì fu investita dal calore dell’interno, simile alla vampata di un rogo.

«Dove si sarà cacciata?»
«Vedrai che tra poco chiama.»
Sua moglie scostò le tende e guardò fuori per l’ennesima volta. Vortici di neve nascondevano il viale d’ingresso. Rifece il numero. Il cellulare di Silvia squillava a vuoto.
«Spero sia rimasta a L’Aquila.» Commentò Teresa, voltandosi a guardarlo. Lui la raggiunse accanto alla finestra.
«Tua sorella non è una sprovveduta.»
«E’ testarda. Sa che i bambini aspettano i regali, questa notte.»
Carlo la baciò dietro all’orecchio, provocandole i soliti brividi.
«Mi piace questa casa. Il camino, la montagna, il bosco.» Le sussurrò.
«Lo so. Il tuo amico Luca è stato gentile a prestarci la dependance della sua tenuta.»
«Ma non ti è mai stato simpatico.»
«Troppo chiuso, duro. Troppo bello.»
«E’ il mio migliore amico.»
«Ma è meglio che stia…»
«… a casa sua, va bene. Del resto, ha rifiutato l’invito.»
Carlo le accarezzò i capelli. I bambini giocavano tranquilli.
«Provo a telefonare in albergo. Non vorrei che Silvia rimanesse bloccata dalla tormenta. Se non riesce ad arrivare, sarà furibonda.»
«Non farmici pensare.» Rise lui.

«Ve la farò pagare.» Digrignò tra i denti Silvia, mentre la porta si apriva. Lei vi si intrufolò a testa bassa, superando la soglia di forza.
«Come diavolo vi è venuto in mente di passare il Natale in questo posto, più freddo della tana di un orso bianco?»
Agganciò coi denti un dito di lana, tirò con tutte le forze. Il guanto sgusciò via fradicio e irrigidito. Lo lasciò cadere a terra. Tentò di sbottonarsi il giaccone ma le dita erano inservibili. Sentì la porta che si richiudeva. Chiuse gli occhi e godette del calore che la investì.
«Giuro che ammazzo tuo marito, Teresa. Questa volta…»
Riaprì gli occhi e rimase con la bocca aperta.
«Lei chi è?» Chiese allo sconosciuto che la stava studiando, la mano ancora sulla maniglia e un sopracciglio alzato.
«Stavo per farle la stessa domanda.» Replicò lui serio, con voce pastosa, calda.
Silvia richiuse la bocca. Si guardò intorno e poi tornò a fissarlo.
«Ho sbagliato casa. Credo.» Si sentì arrossire. Si sentì stupida. Da tanti anni non faceva le due cose insieme. La cosa la infastidì.
«Lo credo anch’io.» Rispose lui. Con calma, incrociò le braccia sul petto.
Silvia fece per chinarsi e raccogliere il guanto. Le dita irrigidite e dolenti non ubbidirono.
«Bene, tolgo il disturbo allora.»
Lui si mosse e fu più svelto. Le afferrò il braccio.
«Non sia sciocca. Non vorrà tornare fuori, è mezza congelata.»
La presa era decisa. La spinse verso l’interno, fino al centro dell’atrio col pavimento coperto di tappeti.

Una rampa di scale di legno saliva verso l’alto, decorata con sfere di vetro e candele accese. Un lampadario di rami secchi pendeva dal soffitto di travi. C’era un buon odore di pino, legna e arancio. Silvia ne aspirò una boccata che sembrò farle ribollire il sangue.
Lui le afferrò entrambe le mani. Erano rosso cupo. Quelle di lui, bollenti.
«Ha un inizio di assideramento.»
Non disse altro. Con un movimento deciso, le abbassò la cerniera del giaccone e glielo sfilò via. Poi si piegò sulle gambe e la afferrò dietro le ginocchia. Silvia si ritrovò sollevata come fosse di carta, tra le sue braccia. Prima che potesse aprire bocca, lo sconosciuto stava già salendo le scale.
«Ehi, che sta facendo? Posso camminare. Mi lasci.»
In realtà, era percorsa da fitte sempre più dolorose. Scosse quasi elettriche le facevano formicolare i muscoli e dolere i nervi. Il sangue ruggiva nelle vene e ogni battito del cuore che lo spingeva fino ai piedi, si trasformava in uno spasmo pungente.
«Ferma e zitta. Deve scaldarsi. Subito.»
Un corridoio, diverse porte. Con un calcio lui ne spalancò una. Una camera da letto. Un camino acceso, una cassapanca, uno scrittoio. La lasciò cadere sul piumino soffice. Con dita esperte le slacciò gli scarponcini e tirò via i calzettoni di lana, fradici. Silvia sentì scottare sui piedi le sue dita, lunghe e forti.
«Slaccia la cintura, svelta.»
Come un automa, lei ubbidì. La sua frenesia l’aveva contagiata e come una stupida gli diede retta. I jeans erano bagnati e stretti ma alla fine, si ritrovò in mutandine. Bagnate anche quelle e le gambe viola, a chiazze.
Lui la lasciò lì. Sprofondata in quel letto sconosciuto. Un incubo.
Abbassò lo sguardo. Per fortuna, non erano quelle rosa con la faccia di Hello Kitty.
Mio Dio, ucciderò Carlo. Strapperò a Teresa ogni singolo, stramaledetto capello dal cranio.
Lo sconosciuto era sparito nella stanza da bagno comunicante.
Basta così, si disse Silvia. Tentò di scendere dal letto. Ma come appoggiò i piedi per terra, le sfuggì un grido.
«Stai seduta, è la reazione al calore.» La voce le arrivò come una stilettata, attraverso la porta aperta.
Silvia si immobilizzò dal dolore. Lo sentì borbottare, poi udì lo scorrere dell’acqua. L’uomo riapparve con un accappatoio blu tra le braccia.
«Devi stare chiusa nel bagno almeno un quarto d’ora, il vapore ti riscalderà. Poi potrai fare una doccia tiepida. Adesso spogliati.»
«Sono già spogliata, aguzzino.»
Lui si avvicinò serrando le labbra. Labbra spesse, piene. Aveva un’espressione determinata.
Silvia non riuscì a parlare. La lingua era annodata e nel cervello le frullavano troppe cose da dirgli. Nessuna piacevole.
Colpa del freddo? Della rabbia? No, era colpa di quel tipo. Con quella faccia tenebrosa, i capelli neri lunghi e spettinati, accidenti a lui. E quegli occhi.
Era pazza. Quasi in reggiseno e mutandine, tre minuti dopo essere piombata in casa di uno sconosciuto mezzo assiderata, aveva pensieri lascivi su di lui.
Che non perse tempo. Allungò le braccia, le afferrò i lembi del maglione di lana e tirò verso l’alto. La spellò come un coniglio.
«Basta! Che diavolo sta facendo?»
«Ti  spoglio. Non vorrai fare la doccia vestita?»
«Non la conosco, non voglio fare nessuna doccia… Ahi!»
Un crampo le saettò nella gamba.
«Mi chiamo Luca e tra cinque secondi, ti ficco nuda sotto l’acqua.»
«Se mi tocchi, ti ammazzo. Luca.» Ringhiò Silvia, indietreggiando tra le coltri.
Vi fu un accenno di sorriso sul volto severo.
«Voglio proprio vedere.»
Lei valutò la stazza. Dio, era pure una sfigata ad aver beccato mister muscolo in carne ed ossa.
«Ti diverti!» Lo rimproverò scandalizzata dall’espressione che gli si era dipinta sul viso.
«Non sai quanto, se farai resistenza.»
Lei lo minacciò con l’indice rigido e il braccio destro, ben teso. Si spostò sul bordo del letto tenendolo accuratamente sotto tiro. Scivolò cauta sul pavimento di doghe scure, che scricchiolarono.
Una fossetta si scavò sulla guancia non rasata.
«Non ti avvicinare, Barbablù. Sarò anche surgelata ma non rincretinita. Sono in grado di spogliarmi da sola.»
Con mani tremanti cominciò a sbottonarsi la camicetta, mentre arretrava verso il bagno. La sua più grande soddisfazione, fu sbattergli la porta in faccia.

Luca tornò nel salone. Fece un sospiro profondo e si morse le labbra, pensieroso. Aggiunse un pesante ciocco di legna al fuoco che scoppiettava nel camino, poi si guardò intorno ed individuò il cellulare abbandonato sul sofà, accanto al libro. Fece scorrere la rubrica fino al numero che sapeva di aver memorizzato.
«Carlo? Ciao. Aspettavi qualcuno, oggi?»
Ascoltò attento le parole dell’amico.
«Bene. Dì a tua moglie di non preoccuparsi. E’ qui, è appena arrivata. Deve aver mancato la dependance. Sì, me la sono ritrovata sulla porta quasi assiderata. Ma sopravvivrà.»
Dall’altra parte, la voce gracchiò una brutta parola, poi un “grazie” e “la vengo a prendere”.
«Lascia stare, non riusciresti a uscire con la macchina e lei non è in grado di camminare. Stanotte la tengo qui.»
Alla battuta, i suoi occhi azzurri scintillarono divertiti.
«Sì, un bel caratterino, l’ho notato. Ma neppure io sono la fatina buona. Ah, senti, l’invito a passare Natale da voi, è sempre valido? Perché avrei cambiato idea.»

 


Il Signore di Veneri

Feudo di Veneri, 1155

Emma si incupì. Con la mano sulla pietra, calda per il sole, osservò l’esercito di soldati armati fino ai denti che si dispiegava sotto di lei. L’esercito di Livio Leoclaudus, fedele mercenario di Roberto il Guiscardo, premiato per il suo valore con il possedimento più ricco e la fanciulla più bella. Lei. Un gemito desolato le uscì dalla gola. Era già qui.
Il cuore cominciò a batterle forte quando individuò il destriero che avanzava verso l’entrata, verso il portone che dovevano spalancare al nuovo signore del feudo.  

Livio puntò gli occhi sulla fortezza. Un moto di possesso gli attraversò il petto. Dopo tanti anni, anche lui avrebbe avuto qualcosa a cui tornare.
Ebbe una visione del castello di Tarsia. Amelina, creduta sorella e rivelatasi poi madre. Silia, dagli occhi leali e dalla voce gentile. Un’infanzia lontana in cui era stato un piccolo storpio. Un piccolo bastardo storpio, dal cuore nero.
Una folata di vento agitò i capelli che portava lunghi sulle spalle. Il vento lo accarezzò, scivolò su di lui e investì le pietre del castello di Veneri. Il suo castello. La sua terra.
Sollevò il volto scavato dalla stanchezza e socchiuse gli occhi per ammirare la solidità delle mura, lo spazio vuoto che lo rendeva inespugnabile, la struggente bellezza dei merli e delle torri che svettavano su di lui e sembravano dirgli: “Sono secoli. Ti aspettavamo”.
Proprio lassù, in alto, vide uno scintillio. Strizzò gli occhi. Una chioma dorata sventolava come uno stendardo vittorioso.
Un brivido di anticipazione gli saettò nelle viscere. L’aveva vista una sola volta ed era bastata, al banchetto di Roberto, in estate.
«Chi è quella fanciulla?» aveva domandato al proprio ospite, nell’angolo del salone da cui stavano scrutando i commensali. Roberto il Guiscardo era accanto a lui col solito sorriso, metà scanzonato, metà crudele.
«Emma di Veneri, superstite di un feudo bizantino rimasto senza uomini.»
Si erano fissati.
«Avrai un sacco di rogne. Terra e donne. Calamità, amico mio.» aveva dichiarato il Guiscardo con il sorriso divenuto scaltro.
«Mi piace.» era stato il suo unico commento.
Ed eccola lassù, bella da dare alla testa, la sua promessa. Era un guerriero spietato, un conquistatore. Aveva pagato alto il prezzo per arrivare fin lì. Livio Leoclaudus, Livio Leone Storpio. Ebbene, ora anche lui aveva la sua terra. Il Leone era arrivato a casa. 

Emma mise piede sul primo gradino della rampa che scendeva giù, nel cortile. Ne spiò l’ingresso, accompagnato dal rumore degli zoccoli sul selciato, dal tintinnio dei finimenti, dagli sbuffi dei cavalli. Non si udiva altro. Tutti muti gli abitanti del castello. Tutti immobili davanti al nuovo signore.
Un uomo di terribile fama, conosciuto per non concedere requie né ai nemici né ai suoi uomini. Neppure a sé stesso visto che, zoppo dalla nascita, aveva vinto la menomazione con testardo accanimento fino a farne un trascurabile, intrigante difetto.

Era girato, in sella. I capelli scendevano fin sulle spalle ampie coperte da una cotta di cuoio. Uno scudo ovale, sorretto da una larga cinghia gli copriva il fianco sinistro mentre, alla destra, pendeva una spada da combattimento a doppio taglio. Solo un uomo forte avrebbe potuto maneggiarla senza difficoltà.
«Un’ostentazione irritante, bambina.»
Emma sussultò. Adelasia, la nutrice, era al suo fianco.
«Ecco lo zoppo.» sbuffò «Non è neppure giovane! Ha salvato la vita del Guiscardo sul campo di battaglia e ha avuto te!»
Adelasia piegò la bocca in una smorfia. Sedici anni e quel mostro nero l’avrebbe deflorata. Ma gli apparteneva. Come tutto il resto, pietre e cristiani.
«Che disdetta non sia stato ucciso in battaglia.» Ribatté Emma «Veneri è mia. Il Normanno non aveva alcun diritto di darla a lui.»
«La fortezza è indispensabile per dominare questa terra. Non puoi difenderla da sola.»
«Da che parte stai?»  
«Dalla tua, bambina. Ma sii cauta. Non è tuo padre, né il tuo povero fratello. E’ un conquistatore. Modera l’irrequietezza. Io farò di tutto per proteggerti da quella bestia.»

La bestia stava smontando dal destriero. I suoi uomini lo attorniarono disponendosi in due ali, mentre i fanti sfilavano all’interno della corte.
Emma scese con ciò che sperava fossero dignità e compostezza, visto che indossare un abito dimesso e portare i capelli sciolti era, agli occhi del nuovo signore, pari ad un insulto. Lo aveva fatto di proposito.
Arrivata in fondo, i piedi ben piantati sulle lastre del selciato, fissò con adeguato distacco e un pizzico di sgomento il cavaliere che avanzava verso di lei. L’aveva individuata subito girandosi brusco, come se lei ne avesse urlato il nome. Invece era immobile, docile, le braccia lungo il corpo, le dita nervose nascoste dall’abito grigio, i denti che, in segreto, tormentavano l’interno delle guance.
In tenuta da combattimento appariva invincibile, mentre la distanza tra loro si restringeva grazie alle falcate che, solo per un attimo, ne svelavano il leggero cedimento. Quando la gamba sinistra, quella offesa, impiegava un battito di ciglia in più per posarsi sulla solidità della terra.
Livio Leoclaudus, ora barone di Veneri, si fermò a meno di un braccio di distanza. Il bagliore della luce del sole sui capelli neri era quasi accecante.
Si inchinò con un atteggiamento che ad Emma parve derisorio. Le labbra erano tirate in un sorriso scanzonato, rughe di espressione gli segnavano la pelle attorno alla bocca, una fossetta la guancia, proprio sopra ad un taglio mal rimarginato.
Ma la sensazione più inquietante che investì Emma fu quando fissò i suoi occhi. Il cielo di un’alba d’autunno. Azzurro, freddo ma così intenso da desiderare di poterlo toccare, afferrare e strapparlo da lassù, trasformandolo in qualcosa di terrestre.
«Siete venuto per rubare la mia terra.» le uscì dalla bocca, dalla sua insolente bocca.
Il guerriero la fissò. Una scintilla imponderabile che le tolse il respiro.
«Questa è la mia terra, da oggi. Mia per diritto di conquista.» rispose lui con voce roca e profonda che ebbe il potere di ammutolirla.
A Livio era bastato uno sguardo per rendersi conto che la fortezza era costruita per respingere ogni tentativo di invasione. Che dalla torre principale si scorgeva un lontano orizzonte, che le torri più piccole la rendevano ben difendibile e che nei villaggi ai suoi piedi, servi e uomini liberi  erano prosperi e sereni.
«E se rimarrete al mio fianco, Emma di Veneri, potrò amarla come fate voi.» aggiunse, più cauto.
Il cuore era un tamburo di guerra nel petto di Emma ma ciò che lui diceva non poteva avverarsi.
«So riconoscere un nemico, Livio Leoclaudus.» rispose Emma, caparbia.
«Non sono un nemico ma il vostro signore. Decidete se volete appartenermi o andarvene. Ora, subito. Ma se restate, dividerete con me gloria o sventura. E il mio letto.» Le iridi parvero divenire più scure, intense, un sorriso molesto rivelò denti che ad Emma parvero zanne di una fiera. E continuò:
«La ricompensa che attendo con maggior eccitazione.»
«Siete pazzo! So bene che se tentassi di uscire dal portone mi uccidereste!»
«Vi sbagliate. Sono pazzo perché ve lo permetterei.»
Fece un passo avanti ed allungò un braccio, afferrando una ciocca bionda tra le dita.
«Siete ancora più bella di quella sera.» sussurrò e lei trattenne il respiro.
«Non me ne andrò, Livio Leoclaudus. Non vi darò la soddisfazione di spadroneggiare senza conoscere le mie terre e la mia gente!»
Ciglia folte e nere calarono nascondendo per un istante le due schegge d’indaco. Emma vide il petto sollevarsi in un respiro profondo. Poi lui tornò a fissarla, col cielo dentro agli occhi.
«Questo volevo sentire. Così sia, Emma di Veneri.»
Le volse le spalle e cominciò ad impartire ordini.
Emma riprese a respirare.
Oh, gli avrebbe dato filo da torcere. Eccome se glielo avrebbe dato!
Prima di finire nel suo letto.
Perché le era bastato un battito del cuore per capire che Livio Leoclaudus era davvero arrivato.
A casa.


(Racconto Vincitore della Fan-fiction di Leggereditore 2011, romance di Ornella Albanese "L'anello di Ferro" - Leggereditore)

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